Dimenticate le metropoli iper-tecnologiche, le macchine volanti e le intelligenze artificiali di silicio che hanno saturato l’immaginario fantascientifico degli ultimi decenni. La fine del mondo, secondo Kristina Buožytė e Bruno Samper, non avrà l’aspetto di un deserto nucleare, ma quello di una giungla sintetica, pulsante e ostile, nata dal fallimento della bioingegneria. In un ecosistema in cui il codice genetico è stato hackerato fino a far collassare la biosfera, Vesper ci trascina in una fiaba oscura e tangibile, dove la tecnologia è fatta di carne, spore e fluidi vitali. Un’opera indipendente di rara potenza visiva che, sfidando i colossi hollywoodiani con un budget irrisorio, dimostra come la grande fantascienza abbia bisogno prima di tutto di idee rivoluzionarie e di una direzione artistica visionaria.
L’Introduzione
Il cinema di fantascienza europeo ha spesso dimostrato una capacità unica di smarcarsi dalle derive puramente spettacolari e “muscolari” delle grandi produzioni d’oltreoceano, per abbracciare riflessioni filosofiche ed estetiche decisamente più cupe e introspettive. Una tendenza che trova una magnifica conferma in Vesper, pellicola uscita nel 2022 e diretta a quattro mani dalla regista lituana Kristina Buožytė e dal francese Bruno Samper. A dieci anni di distanza dal loro precedente e onirico Vanishing Waves, i due cineasti tornano a esplorare i confini del genere, confezionando un’opera che riesce a fondere le dinamiche del racconto di formazione (il coming of age) con le suggestioni visive del “biopunk”, un sottogenere dello sci-fi in cui l’ingegneria genetica e la manipolazione biologica sostituiscono la meccanica e l’elettronica.
Inserendo abilmente i connotati tecnici della pellicola all’interno della sua narrazione, è importante sottolineare come questo film, una coraggiosa co-produzione tra Lituania, Francia e Belgio, si avvalga di un cast ristretto ma di incredibile efficacia. A sorreggere l’intero peso emotivo della storia troviamo la giovanissima Raffiella Chapman nel ruolo della protagonista eponima, affiancata da volti noti del cinema di genere e d’autore: dal sempre eccezionale Eddie Marsan a Richard Brake, passando per l’eterea Rosy McEwen e l’iconica modella Melanie Gaydos. Accolta con notevole interesse nel circuito dei festival internazionali dedicati al cinema fantastico, l’opera ha consolidato il suo status di cult moderno, vantando a oggi un rispettabilissimo rating IMDb di 6.0/10. Un punteggio che, se da un lato riflette forse la natura divisiva e non convenzionale del suo ritmo narrativo, dall’altro non rende del tutto giustizia alla portata monumentale del suo world-building, capace di incantare gli appassionati alla ricerca di visioni inedite e coraggiose.
La Trama
Il mondo per come lo conosciamo non esiste più. I tentativi dell’umanità di prevenire il collasso ecologico attraverso l’uso spregiudicato dell’ingegneria genetica hanno generato un disastro planetario senza precedenti. La flora e la fauna sono impazzite, trasformandosi in organismi predatori, sintetici e parassitari. In questo scenario desolante, la società umana si è spaccata in due fazioni inconciliabili. Da una parte ci sono i “Cittadini”, un’élite oligarchica che si è rintanata all’interno delle Cittadelle, enormi biosfere protette in cui si detiene il monopolio delle risorse vitali e, soprattutto, dei semi geneticamente modificati per produrre un solo ed esclusivo raccolto, rendendo di fatto impossibile l’agricoltura autonoma. Dall’altra parte, immersi nel fango, nei miasmi e nelle lande desolate, ci sono gli scarti della civiltà: reietti che lottano quotidianamente per la sopravvivenza vendendo il proprio sangue in cambio di sementi o facendosi la guerra per una manciata di provviste.
In mezzo a questo pantano vive Vesper, una brillante e determinata ragazzina di tredici anni. Nel suo rifugio di fortuna, Vesper si prende cura del padre Darius, rimasto paralizzato e costretto a comunicare col mondo esterno attraverso l’ausilio di un drone biologico volante, che la ragazza porta costantemente con sé. Lontana dalle comodità delle Cittadelle, Vesper ha sviluppato abilità straordinarie come bio-hacker, compiendo rudimentali ma geniali esperimenti genetici nella speranza di sbloccare il codice dei semi e restituire fertilità alla terra. La sua complessa ma stabile routine di sopravvivenza, costantemente minacciata dall’oscura presenza del cinico e spietato zio Jonas (patriarca di una comune vicina che sfrutta brutalmente i suoi membri), viene sconvolta quando una navicella proveniente da una Cittadella si schianta nei boschi limitrofi. Dal relitto emerge Camellia, una giovane donna che nasconde un segreto genetico inestimabile. La decisione di Vesper di soccorrerla e nasconderla innescherà una reazione a catena che metterà alla prova non solo le sue straordinarie capacità scientifiche, ma anche il suo senso morale e la sua stessa vita.

L’Analisi e il Commento
Se c’è un elemento che eleva Vesper al di sopra di innumerevoli altre produzioni post-apocalittiche, è l’assoluta maestria con cui il comparto tecnico e artistico lavora all’unisono per rendere credibile l’incredibile. L’analisi del film non può che partire dalla decostruzione del suo eccezionale impianto estetico e formale.
Dal punto di vista della regia, Buožytė e Samper dimostrano una maturità visiva strabiliante. La loro macchina da presa si muove con curiosità quasi documentaristica all’interno di questo ecosistema alieno. Evitando l’uso eccessivo e posticcio del green screen, i registi hanno scelto di girare gran parte degli esterni nelle umide e spettrali foreste lituane, inserendo gli effetti speciali visivi e pratici all’interno di un contesto naturale e materico. Il risultato è un mondo che si può quasi annusare: si percepisce l’umidità del fango, la viscosità delle piante mutanti, la porosità della tecnologia organica. La regia esalta i micro-dettagli delle creazioni di Vesper, rendendo affascinante una strumentazione che assomiglia più a un insieme di viscere e tessuti viventi che a dei macchinari.
La fotografia di Feliksas Abrukauskas è semplicemente magistrale. Rinunciando ai filtri desaturati e monocromatici tipici dei film distopici dei primi anni Duemila, Abrukauskas opta per una palette cromatica in cui i grigi e i marroni del degrado ambientale vengono costantemente squarciati da improvvise esplosioni di colore: il rosso pulsante dei fiori carnivori, il blu bioluminescente delle spore, le sfumature iridescenti delle creature ibride. C’è un netto contrasto tra la bellezza abbacinante della nuova natura sintetica e la miseria umana, un gioco di luci e ombre che conferisce al film un’aura da favola dark ancestrale.
A supportare le atmosfere rarefatte della pellicola interviene la colonna sonora composta da Dan Levy. Mettendo da parte i tamburi martellanti o i synth aggressivi tipici della fantascienza d’azione, Levy costruisce un paesaggio sonoro etereo, fatto di cori sussurrati, archi dissonanti e melodie sospese. La musica non sovrasta mai le immagini, ma si insinua sotto pelle, diventando un tutt’uno con i gorgoglii, i fruscii e i rumori organici che permeano la baracca di Vesper e la foresta circostante.

Il montaggio, curato da Suzanne Fenn (con la collaborazione della stessa Buožytė e di Urtė Sabutytė), asseconda pienamente l’anima autoriale dell’opera. Il ritmo è compassato, dilatato. Non c’è frenesia, non ci sono tagli frenetici volti a simulare un’adrenalina a buon mercato. Il montaggio preferisce soffermarsi sulla contemplazione, sui gesti lenti della protagonista mentre manipola cellule e filamenti genetici, costruendo una tensione sotterranea che esplode solo in brevi, chirurgici momenti di violenza. Questo ritmo deliberatamente ipnotico permette allo spettatore di immergersi totalmente nell’universo narrativo, anche se potrebbe scoraggiare chi è abituato a ritmiche di montaggio più sincopate.
La sceneggiatura (scritta dai due registi in collaborazione con Brian Clark) si distingue per la sua capacità di spiegare un mondo complottista e stratificato senza mai ricorrere a fastidiosi “spiegoni” didascalici. Le regole dell’universo di Vesper si apprendono osservando le azioni dei personaggi, il funzionamento degli oggetti, i baratti disperati e le dinamiche di potere. Sebbene la struttura narrativa di base segua l’archetipo classico del viaggio dell’eroina, il contesto in cui si muove è così fresco e peculiare da far passare in secondo piano qualche occasionale ingenuità nello sviluppo del terzo atto.
Tutto questo non reggerebbe senza delle performance attoriali di altissimo livello. Raffiella Chapman è sbalorditiva: la sua Vesper è un perfetto equilibrio tra la vulnerabilità di una bambina costretta a crescere troppo in fretta e la feroce intelligenza di una mente scientifica superiore. Comunica speranza, cinismo e amore filiale con una naturalezza disarmante. Sul fronte opposto, Eddie Marsan ruba letteralmente la scena ogni volta che appare sullo schermo. Il suo Jonas non è un “cattivo” bidimensionale, ma un pragmatista crudele, un patriarca raccapricciante che giustifica la sua spietatezza con la necessità di sopravvivere in un mondo senza Dio; un uomo reso brutale da un ecosistema brutale, capace di terrorizzare lo spettatore senza aver bisogno di alzare la voce. Ottima anche Rosy McEwen nei panni di Camellia, creatura eterea e sintetica in cui si agitano i dubbi e i tormenti di un’anima artificiale in cerca del proprio posto nel mondo.
Le Tematiche
Vesper è un’opera densa di significati, un vero e proprio trattato ecologico mascherato da racconto fantascientifico. Il tema centrale ruota attorno al rapporto simbiotico e conflittuale tra l’umanità e la natura, esplorando l’arroganza della scienza quando tenta di piegare l’ecosistema alle leggi del profitto e del controllo. La metafora dei semi genetici monouso (un chiaro parallelismo con le reali pratiche industriali di alcune multinazionali agroalimentari contemporanee) è la chiave di volta per leggere il film come una feroce critica al capitalismo e al concetto di “proprietà intellettuale” applicato alla biologia e alla vita stessa.
Le Cittadelle, invisibili ma onnipresenti come un dio crudele, rappresentano il potere costituito che accumula risorse e nega alle classi inferiori i mezzi basilari per l’emancipazione. L’oligarchia si assicura la fedeltà del popolo attraverso il ricatto alimentare. In questo scenario di lotta di classe biologica, Vesper diventa un simbolo anarchico e rivoluzionario. Il suo bio-hacking non è solo un atto di sopravvivenza, ma un’azione politica radicale: la decodifica e la condivisione del sapere (il codice genetico) per liberare la collettività dal giogo del monopolio.

C’è inoltre una profonda indagine sul concetto di umanità e di maternità/paternità. In un mondo in cui tutto è sintetizzabile e persino gli esseri umani possono essere “coltivati” (come i Jugs, individui artificiali creati per servire e privi di espressione emotiva, resi sullo schermo con straordinaria e inquieta presenza fisica da Melanie Gaydos), la pellicola ci chiede cosa ci renda davvero autentici. Vesper e Camellia, unite dal caso, ridefiniscono il senso di sorellanza e di cura reciproca in un panorama dove i veri legami di sangue, rappresentati dal crudele zio Jonas, sono stati corrotti dalla fame e dall’opportunismo.
Conclusioni
A chi si rivolge, in ultima analisi, una pellicola come questa? Vesper è caldamente consigliato a tutti coloro che intendono il cinema come pura scoperta e immersione in mondi alternativi. È il film perfetto per gli orfani del cinema visionario di maestri come David Cronenberg, o per chi ha amato le atmosfere organiche e mutanti di opere letterarie e cinematografiche come Annihilation e le suggestioni ecologiche di classici dell’animazione come Nausicaä della Valle del vento. Se invece l’aspettativa è quella di battaglie spaziali, esplosioni o facili morali, l’impatto con questa giungla mutante potrebbe rivelarsi ostico e frustrante.
A conti fatti, il giudizio definitivo su Vesper non può che essere estremamente positivo. Al netto di alcune minime sbavature nel ritmo della seconda metà del racconto, l’opera di Buožytė e Samper trionfa su tutta la linea, regalandoci uno dei mondi sci-fi più originali, tattili e coerenti degli ultimi anni. Un film che spaventa e affascina con la medesima intensità, ricordandoci attraverso l’arte del bio-hacking e la tenacia di una ragazzina che, persino nel buio cosmico di un ecosistema morto, l’intelligenza, l’empatia e la condivisione rimangono gli unici semi in grado di germogliare davvero. Un trionfo indipendente e un’imperdibile gemma del cinema fantastico contemporaneo.


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