La tigre e il dragone (臥虎藏龍T, 卧虎藏龙S),è un film del 2000 diretto da Ang Lee.

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Prima che l’estetica asiatica diventasse una prassi diffusa e a tratti abusata nel cinema di Hollywood, il regista taiwanese Ang Lee ha compiuto un autentico e irripetibile miracolo cinematografico: prendere la rigida, complessa e secolare tradizione del wuxiapian (il celebre cappa e spada cinese) e fonderla magistralmente con un dramma intimo di respiro universale. La tigre e il dragone non è semplicemente una superba danza di lame e corpi sospesi in assenza di gravità tra le cime di bambù, ma una riflessione densa e malinconica sul peso gravoso del dovere, sull’emancipazione femminile e sulle passioni tenute colpevolmente a freno. Un’opera monumentale che ha saputo abbattere le invisibili ma resistenti barriere culturali, incantando l’Occidente a colpi di inarrivabile eleganza narrativa e dettando un nuovo standard visivo per il decennio a venire.

L’Introduzione

Nel vasto e variegato panorama del cinema asiatico, poche opere hanno avuto l’impatto dirompente, trasversale e storicamente rilevante de La tigre e il dragone (il cui suggestivo titolo originale è Wòhǔ Cánglóng). Uscito nei cinema americani e asiatici a cavallo del 2000, per poi approdare ufficialmente nelle sale italiane il 2 febbraio 2001, questo capolavoro è stato magistralmente diretto da Ang Lee, un autore da sempre in bilico tra la contemplazione orientale e il dinamismo occidentale. La genesi produttiva del film è titanica: si tratta di una complessa co-produzione internazionale che ha unito le forze di Taiwan, Hong Kong, Stati Uniti e Cina, ed è stata sorretta da aziende produttrici del calibro di Edko Films, Zoom Hunt International Productions, China Film Co-Production Corporation, Asian Union Film & Entertainment, Columbia Pictures Film Production Asia e Good Machine.

Tratto liberamente dal quarto romanzo dell’omonima pentalogia di Wang Dulu, lo sceneggiatore Kuo Jung Tsai ha collaborato con Wang Hui-ling e James Schamus per tessere una trama in cui i dettami classici del genere drammatico si scontrano con l’esplosività dell’azione e delle arti marziali. La pellicola non ha badato a spese nel radunare il miglior cast asiatico in circolazione in quel periodo, mettendo in scena talenti del calibro di Chow Yun-fat, Michelle Yeoh, la talentuosa esordiente Zhang Ziyi e Chang Chen. Il risultato di questa audace sinergia è stato un trionfo senza precedenti, testimoniato non solo da un solidissimo rating IMDb che si attesta su un lusinghiero 7.9/10, ma anche e soprattutto da un palmarès impressionante. Se si sfoglia l’esauriente pagina Wikipedia del film, balza subito agli occhi la pioggia di riconoscimenti ricevuti in tutto il mondo, culminata in un evento storico: quattro Premi Oscar vinti – su un incredibile totale di dieci candidature – portandosi a casa le statuette d’oro per il Miglior film straniero, Miglior fotografia, Migliore scenografia e Miglior colonna sonora. Un riconoscimento che non solo ha certificato il valore inestimabile della pellicola, ma ha sdoganato definitivamente il cinema asiatico di genere per il pubblico generalista globale.

La Trama

Per comprendere appieno l’epica malinconica del film, occorre immergersi nelle suggestioni della Cina settecentesca, durante l’apice della dinastia Qing. Li Mu Bai (Chow Yun-fat) è uno dei più rinomati e imbattibili maestri di arti marziali wudang. Dopo una vita intera consacrata all’addestramento, all’onore e alla spada, percepisce un irrimediabile vuoto spirituale e decide che è giunto il momento di ritirarsi dalla via del guerriero. Il simbolo tangibile di questa rinuncia è il “Destino Verde”, un’antica e letale spada forgiata con un metallo apparentemente indistruttibile. Li Mu Bai affida la preziosa arma a Yu Shu Lien (Michelle Yeoh), un’abile guerriera a capo di una rinomata agenzia di scorta e sicurezza. Tra Li Mu Bai e Shu Lien arde un amore profondo ma rigorosamente inespresso, soppresso dal cieco senso del dovere morale e dal doloroso ricordo del defunto fidanzato di lei, che in passato era stato il fratello di sangue di Li Mu Bai.

Shu Lien accetta il delicato incarico di trasportare la spada fino a Pechino per consegnarla al signor Te, un saggio e influente benefattore e politico locale. Sembra l’inizio di una serena e sospirata pensione, ma la quiete notturna del palazzo di Pechino viene inaspettatamente squarciata da un misterioso ladro mascherato. Dotato di agilità e abilità acrobatiche prodigiose, il ladro si infiltra nella dimora, ruba il Destino Verde e si dilegua nell’oscurità dei tetti. Inizia così una caccia all’uomo affannosa e serrata, che porterà ben presto Shu Lien a incrociare il proprio destino con quello della giovane Jen Yu (Zhang Ziyi).

Jen è la figlia adolescente dell’aristocratico governatore Yu, ed è apparentemente destinata a condurre una vita agiata, costretta in un matrimonio combinato e convenzionale che lei disprezza con tutta se stessa. Tuttavia, dietro le rigide sete e i modi raffinati tipici della corte, Jen nasconde un temperamento indomabile e segretamente sovversivo. Le sue abilità derivano da un legame tenuto celato con Volpe di Giada (Cheng Pei-pei), una letale e cinica assassina che anni addietro aveva brutalmente ucciso l’amato maestro di Li Mu Bai, segnando a fuoco la vita del protagonista maschile. Quando il passato bussa prepotentemente alla porta, i protagonisti si trovano invischiati in una ragnatela di fughe, inseguimenti attraverso deserti sterminati e combattimenti aerei, in un intreccio narrativo in cui la sfida fisica è in realtà l’estensione di un conflitto etico, emotivo e intergenerazionale impossibile da arginare.

L’Analisi e il Commento

L’impatto viscerale e la longevità artistica de La tigre e il dragone risiedono interamente nella costruzione tecnica e formale inappuntabile, che ha elevato uno spettacolo di nicchia a puro e incontrastato linguaggio d’autore.

Dal punto di vista della regia, Ang Lee firma una masterclass assoluta in fatto di ritmo visivo e spazialità. Lee rifiuta categoricamente l’approccio sincopato, caotico e frammentato che spesso ammorba il cinema d’azione occidentale. Affidandosi al leggendario coreografo Yuen Woo-ping, il regista trasforma ogni singolo combattimento in una coreografia che ricorda da vicino la nobiltà del balletto classico. L’impiego massiccio del wirework (ovvero l’utilizzo di cavi per sollevare gli attori in aria) non è qui un mero artificio spettacolare volto a ingannare lo spettatore, ma diviene un vero e proprio strumento per innalzare il tono della narrazione verso il mito. La manipolazione del qi (l’energia vitale interiore) consente ai guerrieri di ignorare la gravità, sfiorare specchi d’acqua placidi senza incresparne la superficie, rincorrersi in verticale lungo le altissime mura cittadine e incrociare le spade danzando leggeri sulle fragili cime di una sterminata foresta di bambù. Ang Lee opta saggiamente per inquadrature ampie, totali mozzafiato e piani medi prolungati, restituendo un profondo rispetto per il gesto atletico compiuto sul set.

La fotografia del pluripremiato Peter Pau incornicia le vicende in un’estetica dal pittoricismo abbacinante. Il lavoro di Pau è studiato per conferire a ogni specifico ambiente geografico e narrativo una precisa, inequivocabile identità emotiva. Notiamo il calore asfissiante e arido, declinato nei toni dell’ocra e dell’arancio, durante i lunghi e passionali flashback ambientati nelle distese polverose della provincia dello Xinjiang; questa palette cromatica entra in vibrante e diretto contrasto con le ombre blu e lunari della rigida, imbrigliata e disciplinata vita pechinese, fino a sfociare nel tripudio sensoriale dei verdi lussureggianti e smeraldini tipici della Cina meridionale.

Di enorme importanza è il lavoro di montaggio a cura di Tim Squyres. A lui spetta l’ingrato compito di cucire insieme i momenti di puro, silenzioso misticismo taoista con le improvvise deflagrazioni cinetiche dell’azione wuxia. Squyres asseconda le partiture ritmiche delle lame, alternando campi e controcampi solo quando strettamente necessario e rifiutandosi di usare il montaggio come stampella per supplire alle carenze d’azione. Al contrario, dilata enormemente i tempi drammatici per permettere ai silenzi imbarazzati e agli sguardi fuggiaschi dei protagonisti di scavare a fondo nell’animo di chi osserva.

Altrettanto inestimabile si rivela la pluripremiata colonna sonora composta da Tan Dun, avvolta dal suono grave, struggente e inconfondibile del violoncello suonato dal maestro Yo-Yo Ma. Allontanandosi dall’eccessiva grandiosità orchestrale hollywoodiana, Tan Dun crea un ibrido ipnotico in cui la delicatezza degli strumenti tradizionali orientali, come il tamburo taiko e l’erhu, si fonde con le trame sinfoniche occidentali. La musica non si limita banalmente a commentare i duelli all’arma bianca, ma agisce come una voce fantasma che urla a squarciagola il dolore, la sofferenza e la passione repressa che i protagonisti, imbrigliati dal rigido codice d’onore, si rifiutano categoricamente di verbalizzare.

Addentrandoci nella sceneggiatura, si evince come il copione sia intessuto di grande raffinatezza. Rinunciando agli spiegoni prolissi, il testo predilige uno scambio di battute secco, sentenzioso, a tratti squisitamente aforistico. Le performance del quartetto di protagonisti rimangono ancora oggi insuperate. La veterana Michelle Yeoh regala una prova di straziante e misurata compostezza: i suoi occhi trasmettono l’intera ampiezza di un’esistenza sacrificata, restituendo una guerriera che conosce il peso delle rinunce. Di contro, l’esplosività di Zhang Ziyi nel ruolo di Jen è un colpo al cuore. La sua è una ribellione pura, acerba, a tratti capricciosa ma dotata di un talento e di una ferocia inarrestabili. Chow Yun-fat indossa con immensa classe il mantello dell’uomo che ha capito la vacuità della violenza; il suo Li Mu Bai sorride in modo pacifico, si muove pochissimo e domina la scena con l’autorevolezza innata della saggezza, ma nei suoi occhi è leggibile tutta l’amarezza di chi non ha mai osato stringere la mano della donna amata. Completano l’eccellente quadro Chang Chen nei panni del predone appassionato “Nuvola Nera”, portatore di un’erotica anarchia nomade, e Cheng Pei-pei (già indiscussa leggenda del wuxiapian degli anni ’60) nel memorabile ruolo della machiavellica e dolente Volpe di Giada.

Le Tematiche

Il significato profondo dell’opera si cela sfacciatamente già nell’espressione idiomatica scelta per il titolo. “La tigre accucciata, il dragone nascosto” fa esplicitamente riferimento a quei pericoli celati o, in una sfumatura ancor più pertinente, ai talenti, alle capacità e alle passioni inespresse che ribollono nascoste a un solo palmo sotto la quieta superficie della normalità. Il film di Lee è un lungo, poetico trattato sulle prigioni che la società e gli individui stessi costruiscono attorno all’istinto.

Tutta la narrazione vive di una forte ed ineludibile dicotomia tra dovere sociale (Jianghu, il rigido microcosmo e codice d’onore delle arti marziali in cui gli eroi classici operano) e desiderio di autodeterminazione individuale. Da un lato assistiamo al dramma sommesso di Li Mu Bai e Shu Lien: essi hanno sublimato l’eros nel mutuo rispetto e hanno sacrificato il diritto alla felicità personale sull’altare di un vuoto senso di convenienza. Dall’altro lato, Lee ci espone alla forza primordiale e scardinante dei giovani Jen e Lo, che rifiutano di lasciarsi soffocare dal protocollo e reclamano egoisticamente il diritto all’amore libero, ignorando le catastrofiche conseguenze sociali che ne derivano.

Si rivela centrale, innovativo e potentissimo, il respiro fieramente femminista dell’intero impianto narrativo. In un’epoca patriarcale che relega le donne all’obbedienza passiva dei mariti o al silenzio della vita domestica, la padronanza della spada – un simbolo intrinsecamente e storicamente fallico – diviene per le donne del film lo strumento supremo ed esclusivo di affermazione e indipendenza. Jen lotta con ferocia animale per non essere ridotta a oggetto di scambio diplomatico tramite matrimonio, intravedendo nelle arti marziali la via più rapida per dominare il proprio mondo. Allo stesso modo, il dramma di Volpe di Giada si svela amaro ed empatico: il suo passaggio al lato oscuro non è frutto di semplice malvagità, ma dell’enorme frustrazione di una donna derisa, sfruttata sessualmente e umiliata da un mondo marziale esclusivamente al maschile, che l’aveva reputata indegna di ricevere gli insegnamenti scritti.

Conclusioni

A quale tipologia di spettatore possiamo raccomandare la visione di questa indimenticabile pietra miliare? La tigre e il dragone è una pellicola letteralmente imprescindibile per chiunque consideri il cinema una finestra su culture lontane ed esiga di farsi raccontare l’introspezione umana attraverso un forte e inconfondibile senso estetico. È il prodotto ideale sia per i neofiti del cinema d’arti marziali, che troveranno una narrazione densa di sentimento, sia per gli appassionati di lungo corso pronti a veder scardinati e sublimati i vecchi canoni d’intrattenimento asiatco.

Chi si aspetta la mera scarica di adrenalina, la spacconeria balistica del cinema action odierno o la facile risoluzione senza traumi, rischia di smarrirsi tra i lunghi silenzi, le sospensioni liriche e le tragedie interiori qui proposte. Ci troviamo al cospetto di un grandioso e immortale trionfo artistico. La genialità di Ang Lee non risede semplicemente nell’aver orchestrato spettacolari coreografie aree, ma nell’averci donato l’opportunità di commuoverci per un tocco della mano perennemente trattenuto per pudore, o per una carezza celata dietro lo scontro freddo e metallico di una lama. Una visione che graffia lo spirito, arricchisce inesorabilmente l’intelletto e si staglia senza alcun dubbio tra le vette più alte e raffinate del cinema moderno mondiale.

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