Dimenticate il sole cocente del deserto messicano, il sudore sulla fronte dei duellanti e gli scontri leali sotto l’orologio della piazza cittadina. Con Il grande silenzio, Sergio Corbucci seppellisce definitivamente il mito romantico e assolutorio della frontiera americana sotto un manto di neve candida e sangue inesorabilmente rosso. In un West ostile e crepuscolare dove la legge protegge gli assassini di professione e condanna a morte i disperati, la vendetta viene affidata a un pistolero muto, un angelo sterminatore dal volto di ghiaccio. Un’opera sovversiva, gelida e politicamente scorretta che ha ridefinito per sempre i rigidi confini del genere, consegnando alla storia del cinema uno dei vertici assoluti non solo della cinematografia italiana, ma dell’intera settima arte.
L’Introduzione
Quando si discute dell’epopea del western all’italiana, il pensiero critico e popolare corre immediatamente, e giustamente, ai capolavori di Sergio Leone. Tuttavia, limitare quel glorioso periodo storico e cinematografico a un solo nome sarebbe un errore imperdonabile. L’altro “Sergio” del cinema italiano, Sergio Corbucci, ha saputo ritagliarsi uno spazio autoriale di inestimabile valore, caratterizzato da un approccio viscerale, cinico e profondamente politico. Uscito nelle sale italiane nel novembre del 1968 (sebbene la gestazione, la sceneggiatura e le prime fasi di lavorazione abbiano preso il via già nel 1967), Il grande silenzio rappresenta l’apice insuperato di questa visione autoriale oscura e senza compromessi.
Affrontando i dati nevralgici dell’opera direttamente all’interno della sua narrazione, troviamo un Sergio Corbucci in totale stato di grazia alla regia, capace di orchestrare un dramma asfissiante. Il cast radunato per l’occasione è di assoluta e indiscutibile caratura internazionale: l’impenetrabile attore francese Jean-Louis Trintignant veste i panni del protagonista eponimo, affiancato da un diabolico e magnetico Klaus Kinski in una delle prove migliori della sua intera carriera. A dar loro manforte, troviamo solide presenze del cinema di genere come Frank Wolff, lo storico e affidabile caratterista Luigi Pistilli, la debuttante e intensissima Vonetta McGee, e l’immancabile volto corpulento di Mario Brega. Prodotta in una virtuosa co-produzione italo-francese dalle aziende Adelphia Compagnia Cinematografica e Les Films Corona, l’opera ha saputo non solo sfidare lo scorrere delle epoche, ma addirittura incrementare la propria reputazione critica, come ben dimostra il solido rating IMDb di 7.7 su 10. Il grande silenzio non è una pellicola accomodante: non cerca di rassicurare lo spettatore, ma mira a congelarne le certezze, trascinandolo in un baratro di sublime e amara disillusione.
La Trama
Siamo incastonati nelle impervie montagne dello Utah, alla fine del diciannovesimo secolo, precisamente nel gelido inverno del 1898. La piccola e inospitale cittadina di Snow Hill e i boschi circostanti sono sferzati da tormente di neve incessanti, che impongono un freddo siderale capace di paralizzare non solo la natura circostante, ma anche l’empatia e la pietà umana. A causa delle temperature proibitive e dello spettro della fame, un folto gruppo di “fuorilegge” – che nella realtà dei fatti sono per lo più mormoni perseguitati, poveri disperati e reietti ridotti allo stremo – è costretto a scendere a valle per racimolare o rubare del cibo, diventando in questo modo il bersaglio perfetto per spietate bande di cacciatori di taglie.
A guidare questa spietata fazione di sicari legalizzati c’è “Tigrero” (Klaus Kinski), un assassino che miete vittime con la fredda precisione di un burocrate, ampiamente tutelato e legittimato dall’ipocrisia di una legge statale che retribuisce l’omicidio a tariffa fissa. In questo scenario di brutale sopraffazione e ingiustizia sociale giunge Silenzio (Jean-Louis Trintignant), un enigmatico pistolero muto a cui, da bambino, sono state recise le corde vocali per ordine di chi gli aveva sterminato la famiglia. Silenzio non è l’ennesimo bounty killer avido di denaro, bensì un oscuro angelo vendicatore che estrae l’arma rigorosamente per legittima difesa, sfidando alla base le dinamiche pervese che governano Snow Hill. Nel momento in cui il marito di Pauline (Vonetta McGee), una giovane e orgogliosa donna afroamericana, viene trucidato senza pietà da Tigrero, lei decide di ingaggiare Silenzio affinché compia la sua vendetta. A complicare ulteriormente gli equilibri interviene il neo-eletto sceriffo Gideon Burnett (Frank Wolff), il quale cerca disperatamente e quasi ingenuamente di imporre la giustizia istituzionale in una terra dimenticata da Dio che risponde esclusivamente al linguaggio della violenza e del calcolo economico.

L’Analisi e il Commento
Il cuore pulsante de Il grande silenzio risiede senza dubbio nella sua sfrontata audacia formale e nella tenuta inossidabile della struttura narrativa. Corbucci destruttura metodicamente la sacralità e il mito del West, spogliandolo di ogni parvenza di epica trionfale. Se in pellicole precedenti come il celebre Django aveva affondato i suoi eroi nel fango, qui li sommerge in metri di neve intonsa, destinata immancabilmente a tingersi di rosso scarlatto.
Partendo dall’analisi della regia, emerge chiaramente come Corbucci opti per un impianto visivo atto a massimizzare la sensazione di claustrofobia e oppressione, nonostante la storia si svolga in ampi spazi aperti. Allontanandosi dai paesaggi aridi e bruciati dal sole dell’Almeria spagnola, la produzione si è spostata in alta quota, girando la quasi totalità degli esterni tra le vette delle Dolomiti, nei dintorni di Cortina d’Ampezzo. Questa coraggiosa scelta scenografica obbliga i personaggi ad annaspare faticosamente nella neve, rendendo i movimenti lenti e gravosi. Corbucci evita le prolungate ed estenuanti sequenze di sguardi incrociati care a Leone: qui l’azione deflagra in modo chirurgico, con esecuzioni sommarie, silenziose, prive di qualsiasi retorica cavalleresca.
La fotografia curata da Silvano Ippoliti rasenta l’eccellenza assoluta. Fotografare il bianco abbagliante della neve senza bruciare l’immagine richiede un controllo tecnico estremo. Ippoliti modella un contrasto visivo lancinante: la purezza luminosa del paesaggio si scontra violentemente con i colori plumbei e funerei dei cappotti dei personaggi. Nel momento in cui la violenza esplode, il rosso del sangue spicca con una ferocia cromatica che scuote a livello viscerale lo sguardo, donando alle inquadrature una valenza apertamente pittorica di matrice quasi espressionista.
Impossibile valutare quest’opera senza soffermarsi sulla colossale colonna sonora firmata dal Maestro Ennio Morricone. Accantonate le cavalcate dal sapore epico, gli ironici e iconici fischiettii e l’uso ritmato dell’incudine che avevano marchiato a fuoco la trilogia del dollaro, Morricone elabora per le immagini di Corbucci una partitura struggente, elegiaca, attraversata da una malinconia disarmante. Il tema portante, supportato da cori gravi, sussurrati e strumentazioni atipiche, si palesa come un requiem inesorabile, preannunciando il destino tragico che incombe sulle vite dei protagonisti sin dal primo giro di pellicola.

Sul versante del montaggio, curato da Amedeo Salfa, il film procede con un incedere grave e inesorabile. Il montatore asseconda fedelmente la sceneggiatura (frutto del lavoro congiunto dello stesso regista, del fratello Bruno Corbucci, di Mario Amendola e Vittoriano Petrilli), dilatando i tempi narrativi per far sì che il peso specifico dei silenzi opprima lo spettatore in sala. I dialoghi sono appositamente asciugati all’osso, pregni di cinismo e disillusione, evidenziando senza mezzi termini l’agghiacciante ipocrisia di un impianto legislativo che trasforma il massacro in una lecita attività commerciale.
Le sublimi performance recitative sublimano definitivamente il materiale scritto. Klaus Kinski confeziona un personaggio che entrerà di diritto nella leggenda: Tigrero non è un bandito schiumante di rabbia, ma un individuo posato, sorridente, impeccabile nei modi, che si trincera comodamente dietro articoli e codici della legge prima di premere il grilletto. Il mostro delineato da Kinski fa spavento proprio per la sua apparente normalità burocratica. Sul versante opposto, Jean-Louis Trintignant dà vita a una magistrale lezione di recitazione per sottrazione. Rinunciando per contratto all’uso della parola, l’attore veicola tutto il peso interiore di Silenzio mediante la fisicità rigida e uno sguardo perennemente velato da una tristezza abissale, cogliendo l’essenza di un dolore che si tramuta in calcolata furia vendicativa. Degne di nota anche la fiera fragilità di Vonetta McGee e la disperata ingenuità interpretata da Frank Wolff.

Le Tematiche
Al netto della sua innegabile e spietata superficie action, Il grande silenzio rivela una densità tematica stratificata e un profondo ancoraggio al turbolento clima socio-politico dei tardi anni Sessanta. Tramite l’architettura narrativa del western, Corbucci sferra un violento atto di accusa contro le aberrazioni del capitalismo predatorio e l’arroganza della legge usata a uso e consumo dei forti.
La figura del cacciatore di taglie viene decostruita e sbugiardata: non è più l’antieroe fascinoso e solitario che porta l’ordine nel caos, ma si trasforma in un crudo imprenditore del massacro, che lucra sulla morte approfittando dell’avallo governativo. Corbucci opera un ribaltamento morale radicale. I cosiddetti tutori dell’ordine diventano meri strumenti di macellazione, mentre i fuorilegge – tradizionalmente incarnazione del male assoluto nel canone classico – si rivelano invero le vittime inermi, individui messi ai margini da un darwinismo sociale incontrollato.
L’idea stessa di silenzio pervade trasversalmente ogni singola inquadratura della pellicola e si declina in molteplici allegorie. Riscontriamo il pesante silenzio dell’ambiente ostile e naturale; assistiamo al mutismo del protagonista, chiara metafora di una minoranza oppressa impossibilitata a far ascoltare le proprie ragioni a un potere sordo; e, infine, aleggia costantemente il supremo “grande silenzio” imposto dalla morte, intesa non più come momento di eroico sacrificio purificatore, bensì come vuoto assoluto e fine di ogni speranza terrena in un mondo abbandonato a se stesso.

Conclusioni
A chi rivolgersi per la visione di questa pellicola così totalizzante? Il grande silenzio esige indubbiamente fegato e maturità emotiva; si rivolge agli amanti del cinema d’autore più corrosivo, ai cultori della settima arte inclini a confrontarsi con opere che spingono il livello del conflitto narrativo fino ai limiti dell’insostenibile. Non è certamente il film ideale per chi, nella grammatica della frontiera, ricerca i valorosi eroismi alla John Wayne o il confortante calore del lieto fine (tanto che, per placare le ire di alcuni distributori internazionali, Corbucci fu addirittura costretto a girare un bizzarro e posticcio finale alternativo ottimista, il quale fortunatamente non ha minimamente intaccato la fama e la risonanza del taglio originale voluto dal regista).
Siamo al cospetto di un capolavoro brutale, crudo e immensamente visionario. Sergio Corbucci ha firmato una pietra miliare che, avvalendosi di scenari ibernati e di una condotta morale scurissima, ha segnato in modo indelebile l’immaginario di intere generazioni di cineasti contemporanei (le citazioni e i rimandi voluti da Quentin Tarantino per il suo The Hateful Eight ne sono la dimostrazione più fulgida). Sorretto da soluzioni registiche memorabili, interpretazioni che rasentano la perfezione e un utilizzo magistrale delle sonorità, il film non smette di urlare la propria dolorosa lezione. Una pellicola spietata e, proprio per questo, disperatamente vitale, che attesta una volta per tutte come le vette più sublimi e taglienti del western all’italiana portino inciso a chiare lettere anche l’indimenticabile nome di Sergio Corbucci.


Rispondi