Pretty Lethal è un film del 2026 diretto da Vicky Jewson.

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L’evoluzione cinematografica di Vicky Jewson sembra aver trovato in Pretty Lethal una sorta di approdo naturale, un punto di sintesi tra la ricerca della verità fisica del combattimento e la necessità di un racconto che non dimentichi mai la dimensione umana del conflitto. Dopo aver esplorato il mondo della protezione ravvicinata in Close, la regista britannica decide di alzare la posta, immergendosi in una storia di sopravvivenza e vendetta che, pur muovendosi su binari apparentemente noti, riesce a evitare le secche del già visto grazie a una cifra stilistica ormai riconoscibile.

La trama di Pretty Lethal si dipana attraverso un’architettura narrativa che privilegia il ritmo costante alla deflagrazione improvvisa. Non ci troviamo di fronte a un’opera che cerca di stupire con colpi di scena barocchi; al contrario, Jewson e il suo team di sceneggiatori hanno lavorato sulla pulizia, sottraendo dialoghi dove l’azione poteva parlare da sé. Questa scelta richiede una fiducia estrema nei propri interpreti e, bisogna ammetterlo, il cast risponde con una dedizione quasi monacale. La protagonista si muove in un ambiente ostile con una fisicità che ricorda più il cinema di genere asiatico che le recenti produzioni hollywoodiane, spesso troppo dipendenti dal montaggio frenetico per mascherare la mancanza di preparazione atletica degli attori.

Il lavoro sulla regia è, in questo senso, l’elemento che più di tutti distanzia Pretty Lethal dalla massa informe dei thriller d’azione stagionali. Jewson sceglie inquadrature ampie, preferendo i piani sequenza durante gli scontri corpo a corpo, permettendo allo spettatore di comprendere la geometria della violenza. Non c’è il desiderio di estetizzare il dolore, quanto piuttosto quello di renderlo tangibile. Una curiosità interessante riguarda proprio la preparazione alle riprese: si dice che la regista abbia preteso che gli attori principali non solo imparassero le coreografie, ma che trascorressero diverse settimane in un regime di addestramento militare reale, per far sì che la stanchezza visibile sui loro volti non fosse solo merito del trucco, ma una condizione fisica autentica.

La fotografia, curata con una sensibilità che vira verso i toni plumbei e industriali, contribuisce a creare un’atmosfera claustrofobica anche quando l’azione si sposta in esterni. Le luci sono naturali, quasi asettiche, evitando quei contrasti eccessivi che spesso servono a nascondere le lacune degli effetti speciali. Qui, gli effetti speciali sono ridotti al minimo indispensabile, privilegiando gli “stunt” reali e l’uso del sangue sintetico rispetto alla computer grafica. Questa scelta conferisce al film una grana materica, quasi sporca, che ben si sposa con il tono amaro della sceneggiatura. È una scelta coraggiosa in un’epoca di perfezione digitale, un ritorno a un cinema che puzza di asfalto e sudore.

Se analizziamo le reazioni della critica, emerge un quadro affascinante. Alcuni puristi del genere hanno lamentato una certa rigidità nel primo atto, accusando il film di prendersi troppo sul serio. Tuttavia, è proprio questa gravitas a costituire l’ossatura morale della pellicola. Il pubblico, dal canto suo, sembra aver apprezzato la sincerità di un’opera che non cerca di ingannarlo con facili sentimentalismi. C’è una battuta, quasi a metà film, in cui la protagonista osserva che “la speranza è solo una distrazione dal prossimo colpo”, una frase che riassume perfettamente la filosofia nichilista ma estremamente vitale che attraversa l’intera durata della visione. È un cinema che non fa sconti e che, pur non raggiungendo le vette filosofiche di un Quarto potere (l’unico a meritare certi epiteti sacrali), si posiziona con autorevolezza nel panorama contemporaneo.

Un altro aspetto tecnico degno di nota è il design sonoro. Spesso sottovalutato nei thriller, in Pretty Lethal il suono diventa un personaggio a sé stante. Il sibilo del vento tra i palazzi di cemento, il rumore sordo dei colpi che vanno a segno, il ronzio costante di una città che non dorme mai: ogni elemento è mixato con una precisione che esalta la tensione. La colonna sonora evita le sinfonie pompose, optando per tappeti elettronici minimalisti che sottolineano l’ansia senza mai sovrastare le immagini. È un equilibrio delicato che dimostra la maturità artistica di Vicky Jewson e la sua capacità di coordinare reparti tecnici diversi verso un’unica visione coerente.

Tra le curiosità che circolano negli ambienti cinematografici, si mormora che una delle sequenze d’azione più lunghe sia stata girata in un’unica ripresa dopo oltre trenta tentativi falliti. Questo perfezionismo si avverte in ogni fotogramma: non c’è pigrizia creativa, ma un desiderio feroce di consegnare allo spettatore un’esperienza che sia, prima di tutto, onesta. Anche il trucco gioca un ruolo fondamentale: anziché optare per ferite “fotogeniche”, i truccatori hanno studiato la reale reazione della pelle ai traumi, rendendo alcune scene particolarmente difficili da digerire per i più sensibili, ma assolutamente necessarie per il realismo cercato.

Nonostante la natura brutale del racconto, c’è spazio per una sottile ironia, spesso affidata ai comprimari o a situazioni paradossali che spezzano la tensione nei momenti giusti. È quell’ironia tipicamente britannica che permette di respirare prima di immergersi nuovamente nel fango della narrazione. Questo bilanciamento tra emotività e tecnica è ciò che rende il film superiore alla media: non si limita a mostrare muscoli e armi, ma scava nell’anima dei suoi personaggi, mostrandone le crepe e le fragilità senza mai cadere nel patetismo.

In definitiva, Pretty Lethal è un film che richiede attenzione e che premia chi decide di lasciarsi coinvolgere dalla sua estetica rigorosa. Vicky Jewson conferma di essere una delle voci più solide nel panorama del cinema d’azione europeo, capace di declinare un genere spesso considerato “maschile” attraverso una sensibilità nuova, priva di stereotipi e ricca di sostanza. Non è una visione rassicurante, né tantomeno un’opera pensata per il semplice intrattenimento disimpegnato. È un viaggio teso e vibrante attraverso la determinazione umana, servito con una padronanza tecnica che lascia pochi dubbi sul valore del progetto.

Siamo di fronte a un’opera che non ha bisogno di gridare per farsi sentire, ma che sceglie il tono fermo e deciso di chi sa esattamente cosa vuole raccontare. Se cercate la perfezione formale unita a un cuore che batte forte sotto una corazza d’acciaio, questo film è esattamente ciò di cui avete bisogno. In un anno, il 2026, che sta regalando diverse sorprese, questa pellicola si staglia come un monolite di coerenza stilistica e narrativa.

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