L’approdo di James Madigan alla regia di un lungometraggio come Fight or Flight rappresenta un passaggio quasi obbligato per chi ha passato anni a costruire i sogni (e gli incubi) visivi di Hollywood. Madigan, che abbiamo imparato a conoscere per il suo lavoro magistrale nella seconda unità di The Meg 2 e per la supervisione degli effetti visivi in colossi come G.I. Joe: Retaliation, porta con sé un bagaglio tecnico che in questa pellicola diventa il vero scheletro della narrazione. Non si tratta di un’opera che cerca di riscrivere la storia del cinema — quel trono resta saldamente occupato da Quarto potere e pochi altri eletti — ma di un prodotto di genere che esegue il suo compito con una pulizia formale e una verve che oggi, in un mercato spesso saturo di sequel senz’anima, appare quasi rivoluzionaria.
La trama, nata dalla penna di Brooks McLaren (sceneggiatore che per anni è rimasto nel limbo della “Black List” con script solidissimi mai prodotti), ruota attorno a un paradosso vivente. Josh Duhamel, qui in uno dei suoi ruoli più centrati degli ultimi anni, interpreta un uomo d’azione logoro, costretto a gestire una situazione esplosiva all’interno di un aereo di linea. Ma non lasciatevi ingannare dalla premessa che potrebbe ricordare i thriller claustrofobici visti in passato: qui il registro vira costantemente verso la commedia cinica, trasformando ogni potenziale momento di terrore in un pretesto per lo sberleffo o per una coreografia acrobatica che sfrutta in modo geniale gli spazi angusti della cabina.
Duhamel dimostra una maturità attoriale interessante. Se all’inizio della sua carriera era il volto pulito del cinema “all-american”, oggi la sua maschera si è arricchita di rughe d’espressione che servono perfettamente alla causa. La sua capacità di gestire i tempi comici mentre è impegnato a neutralizzare un avversario con un vassoio della cena è la chiave di volta del film. Accanto a lui, il cast di supporto lavora per sottrazione, evitando di cadere nella macchietta facile del passeggero isterico, ma contribuendo a creare quel senso di “caos organizzato” che è la firma stilistica di Madigan.
Dal punto di vista tecnico, il film è una piccola lezione di gestione dello spazio. Girare in un set così ristretto comporta sfide che avrebbero potuto paralizzare un regista meno esperto di dinamiche visive. Madigan, invece, utilizza la cinepresa quasi come se fosse un ulteriore passeggero, infilandosi tra i sedili e sotto le cappelliere con una fluidità che non risulta mai caotica. Una curiosità tecnica che merita di essere menzionata riguarda proprio la costruzione del set: pare che la produzione non abbia usato un semplice mockup di aereo, ma abbia acquistato un vecchio Airbus in disuso, sezionandolo in modo da permettere movimenti di macchina impossibili in una struttura standard. Questo ha permesso di evitare quell’effetto artificiale tipico del green screen, restituendo una sensazione di matericità che si avverte in ogni scontro fisico.

La fotografia sceglie di non assecondare i toni eccessivamente saturi tipici di certe commedie moderne, preferendo una luce più naturalistica che accentua il realismo delle situazioni assurde. Questa scelta stilistica crea un contrasto interessante: più la situazione diventa surreale, più l’immagine resta ancorata a una realtà visiva credibile. È un trucco psicologico che funziona bene, perché mantiene lo spettatore in bilico tra la risata e il sussulto. Se dovessimo muovere una critica a Madigan, potremmo dire che in alcuni passaggi del secondo atto il ritmo rallenta eccessivamente per dare spazio a dialoghi che vorrebbero essere più profondi di quanto la pellicola richieda, ma si tratta di piccoli cali di pressione in un volo che per il resto procede a velocità di crociera elevatissima.
Il pubblico ha accolto Fight or Flight con un entusiasmo che ha sorpreso anche i distributori. In un periodo in cui la commedia d’azione sembrava destinata a vivere solo di nostalgia, questo film dimostra che c’è ancora spazio per idee fresche, a patto che siano supportate da una tecnica impeccabile. La critica si è divisa tra chi ha lodato la pulizia della regia e chi avrebbe preferito un tono ancora più scorretto, ma tutti concordano su un punto: Madigan sa come dirigere l’azione senza far venire il mal di testa allo spettatore. Non c’è quel montaggio iper-frenetico che nasconde la mediocrità; qui ogni colpo si vede, ogni movimento ha un senso logico all’interno della coreografia.
A proposito di coreografie, una delle curiosità più divertenti trapelate dal set riguarda l’allenamento a cui è stato sottoposto il cast. Josh Duhamel ha scherzato dicendo che, dopo tre mesi di prove in uno spazio largo quanto un corridoio, ha iniziato a soffrire di claustrofobia anche nel suo garage. Gli stuntman coinvolti provenivano in gran parte dal mondo della danza acrobatica e del parkour, il che spiega come riescano a compiere evoluzioni incredibili sfruttando i braccioli dei sedili come trampolini. Non c’è nulla di casuale: ogni scontro è un balletto violento che strappa sorrisi per la sua inventiva.

L’ironia di fondo che pervade la sceneggiatura è un altro punto di forza. Non mancano le frecciatine al sistema dei trasporti aerei, ai passeggeri maleducati e alla paranoia post-moderna, ma il tutto viene servito con una leggerezza che non scade mai nella satira pesante. C’è una battuta che è già diventata un piccolo “cult” tra gli appassionati, pronunciata da un personaggio secondario durante una delle scene più concitate: “Se moriamo, spero che sia prima che servano quel caffè imbevibile”. È questo spirito disincantato a rendere Fight or Flight un prodotto godibile, capace di intrattenere senza insultare l’intelligenza di chi guarda.
Analizzando il lavoro degli sceneggiatori, si nota uno sforzo nel cercare di dare un background credibile ai personaggi, anche se solo accennato. Il protagonista non è un supereroe, ma un uomo stanco che vorrebbe solo arrivare a destinazione tutto d’un pezzo. Questa vulnerabilità lo rende immediatamente empatico. Vedere un uomo che ha paura di cadere, mentre sta cercando di impedire a qualcun altro di far cadere l’intero aereo, aggiunge uno strato di tensione emotiva che spesso manca in operazioni simili.
In conclusione, Fight or Flight è la dimostrazione che James Madigan ha tutte le carte in regola per diventare un nome di riferimento nel cinema di intrattenimento di alta qualità. Ha preso una premessa semplice, quasi banale, e l’ha nobilitata con una tecnica sopraffina e una direzione degli attori solida. Il film è un congegno meccanico che funziona alla perfezione, un orologio che non perde un secondo e che regala esattamente ciò che promette: adrenalina, risate e quella piacevole sensazione di aver assistito a un buon pezzo di artigianato cinematografico.
Se cercate un’opera che vi cambi la vita, tornate pure a guardare i classici in bianco e nero; se invece cercate un film che vi faccia dimenticare per due ore i problemi del quotidiano, magari proprio mentre siete seduti in una sala d’attesa di un aeroporto (scelta coraggiosa!), questa pellicola di Madigan è la risposta perfetta. È cinema onesto, vibrante e, soprattutto, terribilmente divertente. E ricordate: la prossima volta che vi chiedono di allacciare le cinture, assicuratevi che non sia perché c’è un mercenario nel corridoio accanto al vostro.

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