40 secondi è un film del 2025 diretto da Vincenzo Alfieri.

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Il cinema ha il crudele e magnifico potere di riaprire quelle ferite che la memoria collettiva cerca, faticosamente, di rimarginare, nascondendole sotto il tappeto della frenesia quotidiana. 40 secondi, diretto da Vincenzo Alfieri nel 2025, affonda le mani esattamente in una di queste cicatrici ancora drammaticamente pulsanti: l’assurdo e feroce omicidio di Willy Monteiro Duarte, avvenuto a Colleferro nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020. Chi si reca in sala aspettandosi la classica agiografia strappalacrime, il biopic edificante o il polpettone retorico sul bravo ragazzo vittima dei bulli di paese, dovrà ricredersi fin dalla prima inquadratura. Alfieri, che firma la sceneggiatura insieme al fidato Giuseppe G. Stasi partendo dall’omonimo libro d’inchiesta della giornalista Federica Angeli, sceglie una via ben più tortuosa, stratificata e autoriale. Il regista opta per una dissezione chirurgica, quasi entomologica, della banalità del male, dilatando il tempo e frammentando lo spazio per restituirci un affresco sociale che puzza di asfalto bagnato, di noia cronica e di una violenza repressa pronta a esplodere al minimo pretesto.

La struttura narrativa del film è un orologio svizzero caricato a tritolo, un ordigno a orologeria che ticchetta inesorabilmente verso la tragedia nota a tutti. Invece di concentrarsi in maniera morbosa sull’atto brutale in sé, la pellicola ripercorre minuziosamente le ventiquattro ore che precedono il pestaggio, utilizzando un’impalcatura corale e multi-prospettica che ricalca le dinamiche di capisaldi come Rashomon o i più recenti drammi a incastro. Ogni segmento narrativo segue un personaggio diverso, costruendo pezzo dopo pezzo un mosaico di destini che, inevitabilmente, si incrociano nella notte. Seguiamo le ambizioni frustrate di Maurizio, interpretato da un sempre più convincente e dolente Francesco Gheghi, un ragazzo appena cacciato dall’impresa dello zio e in cerca di una rivalsa sociale che ha il sapore amaro della disperazione. Osserviamo le catene invisibili e opprimenti di Michelle, a cui dà volto e tormento Beatrice Puccilli, intrappolata in una relazione tossica che le toglie l’ossigeno. E poi ci sono loro, gli antagonisti, i carnefici figli di una mentalità patriarcale ed egoriferita.

In questo snodo si annida una delle curiosità più affascinanti, coraggiose e discusse della pellicola: nella realtà dei fatti, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi non sono gemelli, ma Alfieri decide deliberatamente di rappresentarli come tali sullo schermo. Affidando i ruoli a Giordano Giansanti e Luca Petrini (che nel film prendono i nomi fittizi di Federico e Lorenzo), il regista compie una scelta drammaturgica netta che ha fatto inizialmente storcere il naso ai puristi della cronaca nera, ma che si rivela un espediente narrativo potentissimo. I due diventano la rappresentazione plastica, quasi mitologica, di una tossicità simbiotica; un mostro a due teste che si nutre di narcisismo social, vestiti sgargianti, tatuaggi esibiti e steroidi. Vivono in osmosi, condividono tutto in un ambiente familiare disastrato e anaffettivo, finendo per risultare figure volutamente sopra le righe. Sono spaventosamente aderenti all’arroganza reale di chi pensa di poter piegare il mondo a suon di pugni, incapaci di scindere il proprio ego da quello del fratello. Certo, se oltre a farsi la doccia assieme avessero condiviso anche un solo neurone funzionante, forse oggi staremmo parlando di una tranquilla domenica di provincia e non di un omicidio, ma a quanto pare la biologia possiede un senso dell’umorismo davvero macabro.

A fare da contraltare luminoso a questo abisso di vuoto cosmico c’è lui, Willy, portato in scena dall’esordiente Justin De Vivo. La sua performance è un concentrato di autenticità e freschezza, capace di mostrare la purezza del ragazzo senza mai scivolare nell’agiografia stucchevole o nel cliché del martire predestinato. Willy lavora sodo in un ristorante rinomato, è legato alla sua famiglia, ha ambizioni precise e sorride alla vita con l’entusiasmo dei vent’anni. Alfieri ce lo mostra nella sua dimensione più intima e quotidiana, immerso nell’affetto sincero dei suoi amici. Quando il suo percorso si scontra fatalmente con quello dei “gemelli” all’esterno di un locale, la regia di Alfieri non concede alcuno sconto voyeuristico. I quaranta secondi che danno il titolo all’opera, ovvero il tempo effettivo in cui si consuma l’orrendo pestaggio mortale, si trasformano in un buco nero che risucchia ogni barlume di umanità e speranza. Non c’è un’esasperazione estetica della violenza, né ralenti ricattatori: c’è un realismo secco, asciutto, spietato, che lascia lo spettatore paralizzato, incapace di distogliere lo sguardo e al contempo desideroso di fuggire da quell’orrore tangibile.

Dal punto di vista prettamente tecnico e recitativo, il film si muove su binari di eccellenza, un aspetto che sia la critica specializzata che il pubblico pagante hanno ampiamente riconosciuto. Non a caso, alla ventesima edizione della Festa del Cinema di Roma, 40 secondi ha trionfato conquistando il prestigioso Premio Speciale della Giuria, assegnato significativamente all’intero cast attoriale e non a un singolo individuo. Attorno alla costellazione dei giovani interpreti gravita un ensemble di veterani che donano spessore, credibilità e gravitas a ogni singola inquadratura. Troviamo un misurato Francesco Di Leva, l’intensità di Enrico Borello e l’autorevolezza di giganti della recitazione italiana come Sergio Rubini e Maurizio Lombardi. A proposito di coincidenze e chimica sul set: i più attenti avranno notato che Di Leva, Gheghi e Borello si erano già incrociati davanti alla macchina da presa per Familia di Francesco Costabile. Questo precedente rodaggio ha generato una familiarità professionale che traspare chiaramente nei controcampi, regalando allo spettatore momenti di rarissima intensità emotiva e una naturalezza nei dialoghi che difficilmente si ottiene alla prima collaborazione.

Il lavoro sulla forma è altrettanto maniacale e concorre attivamente a creare quell’atmosfera asfissiante e senza via d’uscita necessaria a veicolare il messaggio dell’opera. La fotografia firmata da Andrea Reitano è densa, quasi oppressiva nel suo iperrealismo. L’uso di un formato di ripresa ristretto stringe i personaggi in una gabbia invisibile, mentre le palette cromatiche, livide e fredde per gli esterni notturni, contrastano con i neon invadenti e acidi dei locali e delle piazze. Reitano trasforma la provincia in una prigione a cielo aperto, un palcoscenico desolante dove il nulla si mescola all’arroganza. I volti dei ragazzi, spesso illuminati unicamente dalle luci fredde dei display dei cellulari o dai lampioni sfarfallanti delle strade di periferia, emergono dall’oscurità come spettri in attesa della propria inesorabile condanna.

In un ecosistema visivo così curato, anche il reparto trucco capitanato da Lucia Patullo gioca un ruolo determinante, sebbene agisca quasi sotto traccia, con l’eleganza di chi non vuole farsi notare ma pretende di farsi sentire. Il make-up non serve banalmente a ricreare le ecchimosi, il sangue o i segni tangibili della stanchezza fisica; lavora profondamente sui contrasti psicologici. La pelle pulita, distesa e radiosa di Willy si scontra prepotentemente con i volti madidi di sudore, contratti in espressioni ferine e segnati dalle notti insonni, dall’abuso di sostanze e dall’odio viscerale. È un trucco che parla, che racconta lo stato d’animo prima ancora della condizione fisica. E in perfetto accordo con queste scelte visive, il montaggio, curato in prima persona dallo stesso Alfieri, scandisce il tempo implacabile. Cucine, piazze, auto sporche: il montaggio cuce insieme questi micro-mondi isolati mantenendo un ritmo incalzante che non lascia respiro, simulando un conto alla rovescia che tutti noi, da questa parte dello schermo, sappiamo purtroppo come finirà.

Un altro elemento invisibile ma assordante è la colonna sonora di Alessandro Bencini. La musica non interviene mai per suggerire allo spettatore quando piangere o quando spaventarsi. Al contrario, accompagna la narrazione con partiture cupe e sonorità elettroniche che rievocano il battito cardiaco accelerato di chi sta correndo verso un precipizio senza rendersene conto. I suoni ovattati delle discoteche, mischiati alle tracce originali, amplificano il senso di disorientamento, rendendo il paesaggio sonoro disturbante quanto quello visivo.

Alfieri e Stasi si prendono tutto il tempo necessario. Non corrono disperatamente verso l’inevitabile e tragico epilogo, ma preferiscono indugiare sadicamente sui dettagli all’apparenza insignificanti: uno sguardo obliquo carico di risentimento, un silenzio imbarazzato tra le mura domestiche, una risata sguaiata e fuori luogo al bancone di un bar. Questo ritmo sincopato e dilatato è la chiave di volta per entrare in totale empatia con le vittime e comprendere la psicologia malata dei carnefici. Capiamo così che la mattanza di Colleferro non è stata un assurdo fulmine a ciel sereno, ma la deflagrazione inevitabile di una bomba sociale innescata da anni di indifferenza generale, dalla cultura del branco, dall’omertà strisciante di chi “si fa gli affari propri” e dalla continua apologia della legge del più forte. Il film urla a pieni polmoni che l’orrore non germoglia mai dal nulla, ma viene silenziosamente annaffiato nei bar dello sport, nei commenti tossici, nelle strade dove chi picchia duro viene rispettato e chi dialoga viene deriso.

Sotto il profilo dell’accoglienza, la critica cinematografica si è compattata in un fronte quasi unanime, esaltando la dignità e il coraggio dell’operazione. Se da un lato qualche analista ha evidenziato come la rigida struttura a capitoli incrociati porti a delle fisiologiche – e a tratti ridondanti – sovrapposizioni narrative, dall’altro tutti hanno plaudito alla rigorosa scelta etica di non speculare sul dolore della famiglia Monteiro Duarte. Il giudizio del pubblico è stato altrettanto forte, ma declinato in una chiave puramente emotiva, viscerale. È raro assistere a proiezioni dove, all’accensione delle luci in sala, non vola una mosca. Le platee italiane hanno risposto con un coinvolgimento profondo, uscendo dai cinema con gli occhi lucidi e lo stomaco contratto. 40 secondi è diventato rapidamente un rito collettivo di elaborazione del lutto e di riflessione, uno di quei rari casi in cui l’industria culturale italiana si fa portavoce di un malessere civile palpabile, diventando materia viva.

In conclusione, l’opera di Vincenzo Alfieri compie il miracolo di rifiutare la polverosa etichetta del documentario pedante per abbracciare quella del grande cinema d’autore ancorato ferocemente al reale. Non ci sono noiose lezioni morali servite con il cucchiaino, ma una provocazione intellettuale continua che non permette sconti a nessuno. La vicenda di Willy trascende la mera cronaca nera per farsi sineddoche agghiacciante del nostro Paese, un monito dolorosissimo su cosa accade alle fondamenta della nostra civiltà quando smettiamo di ascoltarci, tolleriamo silenti le piccole prevaricazioni quotidiane e lasciamo che la violenza bruta si sostituisca all’empatia e al confronto. È vero, purtroppo la magia del grande schermo non possiede il potere sovrannaturale di resuscitare chi non c’è più o di riscrivere le sentenze passate in giudicato nei tribunali. Eppure, pellicole come questa assolvono a un compito civile irrinunciabile e vitale: impediscono che il rumore insopportabile di quei fatidici quaranta secondi venga definitivamente seppellito e silenziato dal brusio cinico e smemorato del tempo che scorre.

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