Project Almanac – Benvenuti a ieri (Project Almanac) è un film del 2015 diretto da Dean Israelite. 

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C’è qualcosa di intrinsecamente affascinante e terribile nel guardare attraverso l’obiettivo tremolante di una videocamera amatoriale che cerca di catturare l’impossibile. Quando nel 2015 Dean Israelite decise di esordire alla regia con Project Almanac – Benvenuti a ieri, il genere del found footage stava già iniziando a mostrare i primi segni di stanchezza, saturo di horror claustrofobici e demoni ripresi in visione notturna. Eppure, l’idea di applicare questa estetica “sporca” e immediata alla fantascienza pura, nello specifico ai viaggi nel tempo, ha dato al film un’energia nervosa e una sincerità emotiva che spesso mancano nelle grandi produzioni hollywoodiane più patinate. Prodotto dalla Platinum Dunes di Michael Bay, il film non cerca di essere un trattato di fisica quantistica, ma piuttosto una cronaca viscerale di cosa accadrebbe se un gruppo di diciottenni brillanti, ma ancora immaturi, mettesse le mani sul “Santo Graal” della scienza.

La narrazione si mette in moto grazie a David Raskin, interpretato da un Jonny Weston che riesce a bilanciare bene la timidezza del nerd prodigio con la determinazione di chi vuole onorare la memoria di un padre scomparso. David è un genio in erba ammesso al MIT, ma senza i fondi necessari per frequentarlo. È proprio rovistando tra i vecchi progetti del padre, un ricercatore della DARPA morto in un incidente d’auto, che David e i suoi amici — il buffo Quinn (Sam Lerner), il pragmatico Adam (Allen Evangelista) e la sorella cineasta Christina (Virginia Gardner) — trovano i componenti per costruire il “Progetto Almanacco”. Il quinto elemento del gruppo è Jessie, interpretata da Sofia Black-D’Elia, il classico interesse amoroso irraggiungibile che funge da catalizzatore per molte delle scelte discutibili che verranno prese in seguito.

Una curiosità interessante riguarda proprio il titolo. Inizialmente il film doveva intitolarsi Welcome to Yesterday, ma la produzione decise di cambiarlo in Project Almanac per richiamare in modo neanche troppo velato il celebre “Grande Almanacco Sportivo” di Ritorno al Futuro – Parte II. Tuttavia, a differenza del classico di Zemeckis, qui la tecnologia non è magica o iconica come una DeLorean; è fatta di cavi scoperti, processori di Xbox e batterie rubate, un approccio “DIY” (do it yourself) che rende il tutto stranamente credibile per il pubblico di riferimento.

Dean Israelite gestisce la regia cercando di giustificare costantemente la presenza della camera. Non è solo un espediente stilistico, ma un diario visivo delle ambizioni del gruppo. Il film si prende il suo tempo per mostrare i fallimenti, i piccoli passi e le scintille di genio, rendendo lo spettatore partecipe della scoperta. Quando finalmente la macchina funziona, la pellicola esplode in una sequenza di momenti di puro edonismo adolescenziale. Vediamo i protagonisti usare i viaggi nel tempo per superare test scolastici, vendicarsi dei bulli, vincere alla lotteria e partecipare al festival Lollapalooza (le cui riprese sono state effettivamente effettuate durante l’evento reale del 2014 a Chicago, aggiungendo un tocco di autenticità documentaristica).

Tuttavia, è proprio qui che la sceneggiatura scritta da Andrew Stark e Jason Pagan inizia a tessere la sua tela più oscura. La critica dell’epoca si è divisa: se da un lato il pubblico più giovane ha apprezzato la freschezza del linguaggio e l’immedesimazione, la critica più navigata ha spesso puntato il dito contro i buchi di trama inevitabili quando si maneggiano i paradossi temporali. Ma ad essere onesti, pretendere una coerenza ferrea da un film che parla di adolescenti che viaggiano nel tempo è come chiedere a un gatto di spiegare la teoria delle stringhe: il punto non è la soluzione dell’equazione, ma il caos che ne deriva.

Il film affronta con efficacia il concetto dell’effetto farfalla. Ogni piccola modifica fatta da David per “aggiustare” la sua vita o quella di Jessie ha ripercussioni cataclismatiche nel presente alternativo: un incidente aereo, un blackout improvviso, la rovina della carriera di un compagno. La tensione emotiva cresce di pari passo con la consapevolezza che non esiste un “reset” privo di conseguenze. Weston e Black-D’Elia hanno una buona chimica, e il declino del loro rapporto, distorto dalle continue manipolazioni temporali di David, è forse l’aspetto più riuscito e amaro della pellicola. David diventa vittima della propria arroganza intellettuale, convinto di poter controllare l’imponderabile.

Tecnicamente, il lavoro sulla fotografia di Matthew J. Lloyd è notevole, considerando i vincoli del found footage. Nonostante i movimenti bruschi, la gestione delle luci durante i salti temporali crea una sensazione di instabilità molecolare quasi fastidiosa, che trasmette bene il disagio fisico del viaggio. Gli effetti speciali non cercano mai di sovrastare la recitazione; sono funzionali a mostrare l’energia che si condensa o gli oggetti che levitano, senza cadere nell’eccesso digitale che spesso affligge le produzioni targate Michael Bay.

Un dettaglio sagace che farà sorridere i più attenti è l’apparizione di una breve clip che mostra David da bambino durante il suo settimo compleanno. È in quel momento che il David del presente capisce che il viaggio nel tempo non è solo una possibilità, ma una certezza già avvenuta. Questo paradosso ontologico è gestito con una semplicità che evita al film di diventare troppo cervellotico, mantenendo il focus sui sentimenti.

A proposito di curiosità, vale la pena menzionare che il film è stato oggetto di una piccola controversia prima dell’uscita. In una versione del trailer erano state inserite le immagini di un vero incidente aereo della US Air Force avvenuto nel 1994. Dopo le proteste delle famiglie delle vittime, la produzione si scusò e rimosse o modificò digitalmente quelle sequenze, sostituendole con filmati fittizi. Questo incidente diplomatico sottolinea quanto a volte il confine tra realtà e finzione, in un film che fa della “verità filmata” il suo vessillo, possa diventare pericolosamente sottile.

Il montaggio di Julian Clarke è frenetico ma coerente. Riesce a cucire insieme ore di girato amatoriale fittizio restituendo un ritmo che accelera vertiginosamente nella seconda metà del film, quando la situazione sfugge definitivamente di mano. Nonostante alcuni dialoghi possano sembrare a tratti banali o eccessivamente “giovanilistici” per un orecchio più maturo, riflettono bene il modo di parlare della Generazione Z di quegli anni, senza filtri o eccessive costruzioni letterarie.

Project Almanac non è certo Quarto Potere, e non ha la pretesa di rivoluzionare la storia del cinema, ma è un’opera onesta nel suo essere un divertissement sci-fi con un’anima profondamente adolescenziale. È un film che parla di seconde possibilità e della tragica lezione che alcune cose, per quanto dolorose, devono rimanere così come sono. Il pubblico lo ha premiato con un discreto successo al botteghino, proprio perché ha saputo toccare le corde giuste della nostalgia istantanea e del desiderio universale di poter dire la cosa giusta al momento giusto, magari con ventiquattro ore di ritardo.

Left to right: Sam Lerner is Quinn Goldberg, Jonny Weston is David Raskin, Allen Evangelista is Adam Le, and Virginia Gardner is Christina Raskin in PROJECT ALMANAC, from Insurge Pictures, in association with Michael Bay.

In definitiva, la pellicola di Dean Israelite si inserisce in quel filone di fantascienza “umanista” dove la macchina del tempo è solo uno specchio deformante in cui i protagonisti vedono riflessi i propri egoismi. Non c’è cattiveria nei loro gesti, solo l’infinita ingenuità di chi pensa che il mondo possa essere aggiustato con un saldatore e un po’ di codice informatico. Se accettate di chiudere un occhio su qualche paradosso che non torna e vi lasciate trasportare dal ritmo della camera a mano, troverete in questo lavoro un’esperienza coinvolgente e, a tratti, sorprendentemente malinconica.

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