Lezioni di persiano (Persischstunden) è un film del 2020 diretto da Vadim Perelman

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Il potere della parola contro l’orrore della Shoah.

Quando inventare una lingua diventa l’unica via per sopravvivere alla barbarie nazista: l’incredibile e teso cammino di Gilles in un’opera di puro stravolgimento psicologico.

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🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: Persischstunden (Persian Lessons) Regia: Vadim Perelman Cast: Nahuel Pérez Biscayart, Lars Eidinger, Jonas Nay, Leonie Benesch, Alexander Beyer, David Schütter, Luisa-Céline Gaffron Sceneggiatore: Ilya Zofin (ispirato al racconto Erfindung einer Sprache di Wolfgang Kohlhaase) Genere: drammatico, guerra, storico Premi: Candidatura ai National Film Awards russi, selezionato inizialmente dalla Bielorussia per gli Oscar 2021 (poi squalificato per questioni legate alla nazionalità della produzione) Aziende produttrici: Hype Film, One Two Films, Belarusfilm, LM Media Rating IMDb: ⭐ 7.4/10 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/Lezioni_di_persiano Data di uscita (Italia): 26 aprile 2021 Paesi di origine: Russia, Germania, Bielorussia

La Trama

Francia, 1942. Gilles, un giovane ebreo belga figlio di un rabbino, viene catturato dalle truppe delle SS e stipato su un camion verso un campo di transito in Germania. Poco prima di una fucilazione di massa nei boschi, scambia un panino per un prezioso libro di poesie scritto in persiano. Quando i soldati puntano i fucili contro di lui, Gilles urla disperato di non essere ebreo, bensì persiano, mostrando il volume come prova.

La menzogna si rivela una temporanea salvezza: nel campo, l’ufficiale Klaus Koch, capo delle cucine, è alla ricerca ossessiva di un vero persiano che possa insegnargli il farsi. Il sogno di Koch, una volta finita la guerra, è trasferirsi a Teheran per aprire un ristorante. Gilles viene così incaricato di istruire l’ufficiale, ma c’è un problema insormontabile: il prigioniero non conosce una singola parola di persiano. Per sopravvivere, sarà costretto a inventare un intero vocabolario giorno dopo giorno, conscio che un singolo errore di memoria o una ripetizione errata significherebbero la morte immediata.

L’Analisi e il Commento

La regia di Vadim Perelman si muove su un crinale stilistico estremamente scivoloso, gestendo la narrazione con una tensione costante che lambisce i territori del thriller psicologico senza mai perdere di vista la solennità storica del contesto. La macchina da presa adotta uno sguardo lucido, quasi geometrico nel descrivere gli spazi del campo di transito, evitando estetizzazioni della violenza ma restituendo la grigia e burocratica quotidianità del terrore nazista.

La fotografia di Vladislav Opelyants asseconda questa impostazione lavorando su tonalità sature, livide, dominate da verdi militari, grigi metallici e l’asettico bianco della neve. È una scelta cromatica che accentua il senso di claustrofobia e isolamento in cui si muovono i protagonisti, squarciata solo dalle luci fioche e calde dell’ufficio di Koch, l’unico luogo in cui si consuma l’assurdo rituale delle lezioni. Il montaggio, curato da Vessela Martschewski e Thibault Hague, sostiene mirabilmente il ritmo del film: la costruzione del climax drammatico non si affida all’azione fisica, ma al meccanismo mentale della memoria. Ogni sessione di insegnamento diventa un match logico in cui il tempo sembra dilatarsi, e lo spettatore si ritrova a condividere lo sforzo mnemonico disperato del protagonista.

La colonna sonora di Evgueni e Sacha Galperine interviene con delicatezza, sottolineando con archi minimalisti e sonorità cupe lo sfinimento psicologico di Gilles, per poi aprirsi a una coralità struggente nell’epilogo, dove la musica si fa carico del peso emotivo accumulato durante la visione.

La sceneggiatura di Ilya Zofin possiede una struttura drammatica solida, scandita da dialoghi taglienti ed essenziali. Nonostante la premessa narrativa possa apparire ai limiti dell’inverosimile – un ufficiale che non si accorge del trucco e non consulta alcuno strumento di verifica – lo script riesce a bypassare lo scetticismo dello spettatore concentrandosi sulla dinamica psicologica e antropologica del legame che si instaura tra i due uomini. Il ritmo tiene lungo tutte le due ore di durata, smorzando i rari momenti di stasi con sottotrame legate alle gelosie e ai meschini giochi di potere tra i sottoposti delle SS, incarnati dalla superba e algida interpretazione di Jonas Nay nel ruolo di Max.

Le performance dei due attori principali rappresentano il vero pilastro dell’opera. L’argentino Nahuel Pérez Biscayart compie un lavoro straordinario sulla sottrazione e sulla fisicità: il suo Gilles comunica il terrore assoluto attraverso la postura contratta, lo sguardo perennemente all’erta e le esitazioni impercettibili della voce. Al suo fianco, Lars Eidinger offre un’interpretazione magistrale e complessa del capitano Koch. Evitando la macchietta del gerarca sadico e bidimensionale, Eidinger tratteggia un uomo grottescamente ordinario, guidato da desideri borghesi ed egoisti, capace di slanci di inaspettata umanità verso il suo “maestro” ma totalmente indifferente all’orrore sistematico che lo circonda.

Le Tematiche

Il fulcro tematico profondo dell’opera risiede nella scomposizione del linguaggio e nel suo valore antropologico. La lingua inventata da Gilles non è un semplice codice casuale; per non farsi scoprire, il giovane inizia a utilizzare come radici fonetiche i nomi dei prigionieri registrati quotamente nel registro del campo. Le parole del finto persiano nascono così dall’elenco sistematico delle vittime della Shoah.

Questa eccezionale intuizione allegorica ribalta il senso stesso dell’operazione: mentre l’apparato nazista lavora per cancellare l’identità e l’esistenza stessa di migliaia di individui, riducendoli a cenere, la lingua della sopravvivenza ne custodisce e tramanda i nomi. Ogni vocabolo pronunciato da Koch diventa, a sua insaputa, una preghiera laica e un atto di memoria coatta. Il carnefice impara a esprimere i propri sentimenti intimi e le proprie speranze future attraverso i nomi di coloro che ha contribuito a sterminare.

Il film esplora inoltre l’assurdità della banalità del male e il paradosso del rapporto tra vittima e carnefice. Koch non odia Gilles, ma lo protegge finché gli è utile, stabilendo un’intimità distorta che evidenzia la cecità morale della macchina totalitaria.

Conclusioni

Lezioni di persiano si rivela un’opera di notevole impatto emotivo e intellettuale. Pur muovendosi all’interno di stilemi formali parzialmente classici del cinema sulla memoria, il film riesce a deviare dai sentieri battuti grazie all’originalità del suo nucleo centrale e alla straordinaria sinergia tra i due interpreti principali. L’argomentazione regge con forza per tutta la durata del racconto, consegnando un finale di rara potenza drammatica in cui la parola torna a ridefinire la realtà e la storia.

La visione è consigliata sia agli amanti del dramma storico di stampo civile, sia a un pubblico interessato alle dinamiche psicologiche più raffinate e allo studio del linguaggio come strumento di resistenza identitaria.

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