La scelta di Anne – L’Événement (L’Événement) è un film del 2021 diretto da Audrey Diwan.

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Il corpo come campo di battaglia nell’implacabile capolavoro di Audrey Diwan.

Leone d’Oro a Venezia, un’opera potente e priva di filtri che trasforma la ricerca della libertà di una giovane donna in un tesissimo thriller intimo e sociale.

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🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: L’Événement Regia: Audrey Diwan Cast: Anamaria Vartolomei, Kacey Mottet Klein, Luàna Bajrami, Louise Orry-Diquéro, Louise Chevillotte, Pio Marmaï, Sandrine Kiberlan, Anna Mouglalis Sceneggiatore: Audrey Diwan, Marcia Romano (adattamento dell’omonimo romanzo di Annie Ernaux) Genere: drammatico, storico Premi: Leone d’oro al miglior film alla 78ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Premi Lumières per il miglior film e la migliore attrice (Anamaria Vartolomei), candidatura ai BAFTA e ai César Aziende produttrici: Rectangle Productions, France 3 Cinéma, Wild Bunch, SRAB Films Rating IMDb: ⭐ 7.4/10 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/La_scelta_di_Anne_-_L%27%C3%89v%C3%A9nement Data di uscita (Italia): 4 novembre 2021 Paesi di origine: Francia

La Trama

Francia, 1963. Anne è una brillante studentessa universitaria di lettere con un promettente futuro accademico davanti a sé. La sua routine, fatta di studio, passioni letterarie e prime scoperte relazionali con le coetanee, viene bruscamente interrotta quando scopre di essere rimasta incinta. In un’epoca in cui l’aborto è illegale, punito penalmente sia per la donna sia per chiunque la aiuti con il carcere o l’esilio sociale, Anne si ritrova improvvisamente sola.

Con il passare delle settimane e l’avvicinarsi degli esami finali, il ventre che cresce diventa una bomba a orologeria. Davanti al rifiuto dei medici, terrorizzati dalla legge, e all’indifferenza o al giudizio dei compagni, la ragazza decide di agire da sola, cercando canali clandestini per interrompere la gravidanza. Il suo percorso si trasforma in un vero e proprio calvario fisico e psicologico, in cui ogni giorno perduto riduce le sue possibilità di sopravvivenza e di libertà.

L’Analisi e il Commento

La regia di Audrey Diwan è l’elemento formale che più impressiona per rigore e radicalità stilistica. Scegliendo il formato accademico in 4:3, la regista stringe letteralmente l’orizzonte visivo attorno alla protagonista, incollando la macchina da presa alla nuca e al volto di Anne. Questa scelta geometrica non permette vie di fuga allo spettatore, costretto a sperimentare la stessa asfissia, solitudine e claustrofobia della ragazza. Non c’è mai un distacco voyeuristico, bensì un’adesione carnale ed etica alla sua battaglia.

La fotografia di Laurent Tangy lavora su una tavolozza cromatica naturalistica ma fredda, che restituisce l’atmosfera dei primi anni Sessanta senza alcuna nostalgia vintage o patinatura d’epoca. La luce scava sui volti, isola Anne in ambienti scolastici e domestici che sembrano progressivamente farsi più stretti e ostili. Il montaggio di Géraldine Mangenot è implacabile: scandito dai cartelli delle settimane che avanzano (“6 settimane”, “7 settimane”…), impone alla narrazione il ritmo cardiaco e teso di un thriller, dove il nemico invisibile ma onnipresente è il tempo biologico.

La colonna sonora, curata da Evgueni e Sacha Galperine, sceglie la via della sottrazione, intervenendo con suoni minimali, quasi impercettibili, che amplificano i silenzi gravidi di tensione e il rumore dei respiri affannati di Anne. La regia decide di far parlare i corpi e gli ambienti, lasciando che l’orrore della clandestinità emerga dal sonoro reale dei ferri chirurgici e dei respiri spezzati.

La sceneggiatura, scritta dalla stessa Diwan insieme a Marcia Romano, adatta la prosa asciutta, clinica e priva di autocompiacimento di Annie Ernaux con straordinaria fedeltà spirituale. I dialoghi sono ridotti all’essenziale, specchio di una società in cui l’argomento è un tabù innominabile. Il ritmo non cede mai a cali di tensione, gestendo con estremo coraggio e intelligenza emotiva le sequenze più crude, dove la violenza medica e sociale subita dalla protagonista viene mostrata con una franchezza visiva che scuote lo spettatore, ma che si rivela necessaria per comprenderne la portata drammatica.

Anamaria Vartolomei offre una prova attoriale monumentale, che regge l’intera architettura del film. Presente in ogni singolo fotogramma, l’attrice franco-rumena lavora sui micro-movimenti dello sguardo, sulla fermezza di una mascella serrata e sulla progressiva trasformazione del proprio corpo. La sua Anne non è una vittima passiva, ma un personaggio fiero, animato da una rabbia lucida e da una determinazione d’acciaio che respinge ogni forma di sentimentalismo. Attorno a lei, il cast di supporto (tra cui spicca la dolorosa fermezza di Anna Mouglalis) delinea con precisione i diversi gradi di complicità, viltà e terrore della società del tempo.

Le Tematiche

Il nucleo tematico più profondo dell’opera risiede nella rivendicazione del corpo femminile come spazio politico e di libertà. La scelta di Anne dimostra come l’illegalità non cancelli l’evento dell’aborto, ma lo trasformi semplicemente in una roulette russa contro la morte. La Diwan esplora la violenza istituzionalizzata e il concetto di “solitudine di classe”: Anne è consapevole che portare a termine la gravidanza significherebbe rinunciare agli studi e tornare alle proprie origini proletarie, trasformando il sesso e la biologia in fattori di condanna sociale e intellettuale.

L’opera solleva inoltre una riflessione profonda sulla solidarietà e sull’omertà. In un mondo in cui persino i medici progressisti o gli amici più cari voltano le spalle per paura delle conseguenze legali, l’aborto si configura come un segreto spaventoso da gestire in totale isolamento. L’alleanza tra donne, quando si manifesta nel sottobosco della clandestinità, diventa l’unico barlume di umanità in un sistema normativo patriarcale che punisce il desiderio e l’indipendenza.

Conclusioni

La scelta di Anne – L’Événement è un’opera cinematografica imprescindibile, un dramma asciutto e affilato come un bisturi che evita le trappole del film a tesi per farsi carne, sangue e cinema puro. L’argomentazione formale e contenutistica di Audrey Diwan colpisce allo stomaco e alla testa, dimostrando come la memoria storica sia lo strumento più potente per comprendere le fragilità dei diritti contemporanei.

La visione è fortemente raccomandata a un pubblico maturo, agli amanti del grande cinema d’autore europeo e a chiunque cerchi un’opera capace di unire un rigore estetico d’altissimo livello a un impegno civile urgente e universale.

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