Wasabi è un film del 2001 diretto da Gérard Krawczyk.

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Un poliziotto dalle maniere forti e una biondissima bomba a orologeria giapponese: la ricetta perfetta per un’esplosione a catena tra i grattacieli di Tokyo.

Quando il passato bussa alla porta con il volto di una figlia mai vista e un conto in banca da duecento milioni di dollari, anche il detective più duro deve imparare a mandare giù il boccone più piccante.

🎬 SCHEDA TECNICA

  • Titolo Originale: Wasabi
  • Regia: Gérard Krawczyk
  • Cast: Jean Reno, Ryōko Hirosue, Michel Muller, Carole Bouquet, Yoshi Oida, Christian Sinniger
  • Sceneggiatore: Luc Besson
  • Genere: Azione, Commedia, Poliziesco
  • Premi: Nessun premio di rilievo
  • Aziende produttrici: EuropaCorp, TF1 Films Production, Victor Company of Japan (JVC)
  • Rating IMDb: ⭐ 6.7/10
  • Pagina Wikipedia: Wasabi (film)
  • Data di uscita (Italia): 14 giugno 2002
  • Paesi di origine: Francia, Giappone

Una Scomoda Eredità Sol Levante

Hubert Fiorentini è un commissario della polizia di Parigi dai metodi decisamente sbrigativi e d’impatto: efficiente nel catturare i criminali, ma una vera e propria calamità per i superiori a causa dei colossali danni collaterali che si lascia alle spalle. Dopo aver steso inconsapevolmente il figlio del prefetto in un locale notturno, Hubert viene caldamente invitato a prendersi un periodo di ferie forzate.

Proprio durante questa pausa, l’uomo riceve una telefonata dal Giappone: Miko, l’unico grande amore della sua vita, che lo aveva abbandonato vent’anni prima senza dare spiegazioni, è morta in circostanze misteriose. Hubert si ritrova così a viaggiare fino a Tokyo per presenziare alla lettura del testamento. Al suo arrivo, scopre che la donna gli ha lasciato una bizzarra ed esplosiva eredità: la tutela di Yumi, una figlia diciannovenne, eccentrica e iperattiva, di cui ignorava completamente l’esistenza e che erediterà, al compimento del ventesimo anno d’età (mancano solo due giorni), la strabiliante somma di 200 milioni di dollari. Il problema principale? Quei soldi appartengono alla Yakuza, e la mafia giapponese non ha la minima intenzione di lasciarseli sfuggire.

L’Estetica del Fumetto Franco-Giapponese

Gérard Krawczyk, consolidato braccio destro produttivo di Luc Besson (già alla regia dei fortunati capitoli di Taxi), imposta una regia dinamica, ipercinetica e fortemente influenzata dall’estetica dei videoclip musicali e dei manga dei primi anni duemila. Il regista non cerca mai il realismo grigio del poliziesco tradizionale, preferendo una Tokyo satura di colori al neon, costantemente in movimento e quasi fiabesca nella sua modernità esasperata. Le scene d’azione sono coreografate come sketch comici in cui la fisicità imponente di Jean Reno contrasta con l’agilità quasi cartoonesca degli avversari.

Il montaggio di Nicolas Trembasiewicz è frenetico, scandito da stacchi rapidissimi che assecondano il ritmo frenetico della metropoli giapponese e l’umore schizoide della co-protagonista. La fotografia di Gérard Sterin gioca molto sui contrasti cromatici: la prima parte parigina è dominata da toni freddi, bluastri e malinconici, mentre il trasferimento in Giappone fa esplodere la pellicola in una tavolozza di colori caldi, acidi e pop, che rispecchiano la moda Gyaru e l’architettura dei quartieri di Shibuya e Shinjuku.

La colonna sonora, curata da Julien Schultheis e dal celebre DJ Eric Serra (storico collaboratore di Besson), è un mix travolgente di musica elettronica, hip-hop francese e sonorità pop giapponesi. Le tracce musicali non si limitano ad accompagnare le sequenze d’azione, ma ne dettano letteralmente il tempo, trasformando le sparatorie e gli inseguimenti all’interno dei centri commerciali o delle sale da gioco Pachinko in veri e propri balletti pop.

Il Ritmo della Sceneggiatura e il Gioco dei Contrasti

La sceneggiatura, scritta interamente da Luc Besson, segue la classica struttura del buddy movie, declinata però in chiave familiare e interculturale. I dialoghi sono rapidi, ricchi di battute fulminanti e freddure che si poggiano sul meccanismo del “pesce fuor d’acqua”. Il ritmo funziona senza sosta nella prima ora, scorrendo via con grandissima fluidità, anche se tende a sfilacciarsi leggermente nella parte finale, dove la risoluzione del complotto criminale viene liquidata in modo sbrigativo per dare spazio all’azione pura.

Jean Reno si dimostra, come di consueto, un perfetto mattatore cinematografico. Il suo Hubert è una rivisitazione ironica e crepuscolare del memorabile Léon: un uomo d’azione silenzioso, burbero ma dal cuore tenero, capace di inghiottire una manciata di wasabi puro senza battere ciglio, ma terrorizzato dall’idea di dover gestire le crisi isteriche di un’adolescente. La chimica con Ryōko Hirosue, all’epoca una vera e propria stella in Giappone, è il vero motore della pellicola. Nonostante l’attrice non parlasse francese e abbia dovuto imparare le sue battute foneticamente, la sua interpretazione di Yumi è un concentrato di energia pura, stravaganza e vulnerabilità emotiva.

Michel Muller, nel ruolo di Maurice “Momo”, l’ex collega di Hubert stanziato a Tokyo, funge da perfetta spalla comica. Con i suoi gadget bizzarri e il suo atteggiamento perennemente ansioso, Momo alleggerisce la tensione delle sequenze d’azione più concitate, creando un divertente trio con il pragmatico Hubert e la scatenata Yumi.

Lo Scontro Culturale come Identità

Dietro la facciata del cinema d’intrattenimento leggero, Wasabi esplora il tema dell’incomunicabilità e dello scontro generazionale e culturale. Il contrasto tra la rigidità occidentale di Hubert e l’esuberanza della gioventù giapponese dei primi anni duemila diventa una metafora delle difficoltà di comprensione tra mondi diversi. Hubert affronta Tokyo con la stessa mentalità con cui affronta i criminali parigini: abbattendo i muri. Tuttavia, dovrà capire che per conquistare la fiducia di sua figlia non servono le maniere forti, ma l’ascolto e l’accettazione di una cultura differente.

La figura di Miko, sebbene costantemente assente, aleggia su tutto il film come il ponte ideale tra questi due mondi, dimostrando come i legami affettivi possano sopravvivere al tempo, alla distanza e alle barriere geografiche. I 200 milioni di dollari, in fin dei conti, non sono che un pretesto narrativo (il classico MacGuffin) per costringere un uomo solitario a fare i conti con la propria capacità di essere padre.

Wasabi è un prodotto tipico della fabbrica di successi EuropaCorp di inizio millennio: un film che non ha l’ambizione di rivoluzionare la storia del cinema, ma che centra perfettamente l’obiettivo di offrire un intrattenimento di qualità, energico e accessibile a un pubblico eterogeneo. Chi cerca un poliziesco rigoroso o un’analisi psicologica profonda rimarrà deluso, ma la pellicola si raccomanda caldamente a chiunque desideri passare un’ora e mezza di puro divertimento, sorretto da una coppia di protagonisti in stato di grazia e da una confezione tecnica vibrante e coloratissima.

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