La persona peggiore del mondo (Verdens verste menneske) è un film del 2021 diretto da Joachim Trier.

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Un ritratto generazionale folgorante, ironico e profondamente malinconico sulla fatica di diventare adulti quando il mondo offre troppe possibilità.

L’educazione sentimentale e professionale di una trentenne di Oslo che, per paura di scegliere, preferisce lasciare che la vita le scorra addosso, scoprendo che ogni mancata decisione è, a modo suo, una scelta drammatica.

🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: Verdens verste menneske Regia: Joachim Trier Cast: Renate Reinsve, Anders Danielsen Lie, Herbert Nordrum Sceneggiatore: Joachim Trier, Eskil Vogt Genere: Drammatico, Commedia, Sentimentale Premi: Prix d’interprétation féminine a Renate Reinsve al Festival di Cannes, Candidatura agli Oscar per il Miglior film internazionale e la Miglior sceneggiatura originale Aziende produttrici: Oslo Pictures, MK Productions, Film i Väst, Snowglobe, B-Fiction Rating IMDb: ⭐ 7.7/10 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/La_persona_peggiore_del_mondo Data di uscita (Italia): 18 novembre 2021 Paesi di origine: Norvegia, Francia, Svezia, Danimarca

Il moto perpetuo dell’indecisione

Arrivati alla soglia dei trent’anni, la società esige risposte. Chi vuoi essere? Qual è la tua strada? Quando farai un figlio? Julie, la protagonista di questo splendido lungometraggio, non ne ha la minima idea. Cambia facoltà universitaria con la stessa frequenza con cui si concede un nuovo taglio di capelli: passa da medicina alla psicologia, per poi approdare alla fotografia e finire a lavorare come commessa in una libreria di Oslo.

Il titolo del film non descrive un mostro o una persona spietata, ma cattura quel preciso, doloroso sentimento di inadeguatezza che si prova quando si feriscono le persone care semplicemente perché non si sa cosa si vuole dalla vita. Julie si sente la persona peggiore del mondo perché è incapace di impegnarsi fino in fondo, costantemente tormentata dal dubbio che la “vera” felicità si trovi altrove, in un’altra professione o tra le braccia di un altro uomo.

La narrazione si sviluppa lungo un arco temporale di quattro anni, strutturata in un prologo, dodici capitoli e un epilogo. Questo impianto letterario permette al regista Joachim Trier di esplorare le diverse fasi della vita di Julie senza l’obbligo di una linearità rigida, ma soffermandosi sui dettagli, sui micro-cambiamenti e sulle deviazioni improvvise che ridefiniscono un’esistenza. Quando Julie incontra Aksel, un autore di fumetti underground di successo più grande di lei di quindici anni, la stabilità sembra quasi a portata di mano. Ma la maturità di lui e il suo desiderio di paternità finiscono per schiacciare la ragazza, che si sente lo spettatore non pagante della propria vita. L’incontro casuale con Eivind, un ragazzo coetaneo e altrettanto privo di grandi riserve sul futuro, scatenerà una reazione a catena che costringerà Julie a fare i conti con la propria strutturale immaturità.

Lo smontaggio tecnico: la fluidità visiva di Trier

Dal punto di vista della regia, Joachim Trier dimostra una maturità espressiva impressionante. Accompagnato dalla splendida fotografia di Kasper Tuxen, il regista norvegese adotta uno stile visivo estremamente fluido, alternando il realismo intimo dei dialoghi a sequenze spiccatamente surreali e immaginifiche. L’uso della pellicola 35mm conferisce alle immagini una grana calda, pastosa, che si allontana dalla freddezza digitale tipica di molto cinema contemporaneo e restituisce a Oslo una luminosità quasi sospesa, intima e malinconica.

L’architettura visiva trova il suo culmine in due sequenze destinate a rimanere nella memoria dello spettatore:

  • Il congelamento del tempo: Quando Julie decide di abbandonare la propria quotidianità per correre da Eivind, l’intera città di Oslo si blocca. I passanti rimangono immobili a mezz’aria, le auto si fermano, il compagno Aksel resta congelato mentre versa il caffè. Solo Julie corre, libera e felice, in una delle rappresentazioni visive del colpo di fulmine e del desiderio di evasione più riuscite dell’ultimo decennio.
  • Il viaggio lisergico: La sequenza del trip da funghi allucinogeni, in cui le ansie represse di Julie sul tempo che passa, sulla maternità e sul decadimento fisico del proprio corpo prendono la forma di animazioni grottesche e deformazioni fisiche. Qui il montaggio di Olivier Bugge Coutté si fa sincopato, assecondando le alterazioni della percezione della protagonista.

La sceneggiatura, firmata a quattro mani da Trier ed Eskil Vogt, è un meccanismo perfetto. I dialoghi sono brillanti, intrisi di una pungente ironia generazionale, ma capaci di sprofondare in un attimo nella drammaticità più assoluta. Il ritmo non accusa mai stanchezze, bilanciando sapientemente i momenti di pura commedia romantica con le virate drammatiche della seconda parte del film, dove la finitudine e la malattia costringono i personaggi a un bagno di realtà violento ma necessario. La colonna sonora è una selezione eclettica che spazia dal jazz al pop elettronico, sottolineando con precisione chirurgica gli sbalzi umorali di Julie.

Le performance attoriali rappresentano il vero cuore pulsante dell’opera. Renate Reinsve offre un’interpretazione monumentale: il suo volto è una mappa di micro-espressioni capaci di comunicare euforia, smarrimento, insicurezza e orgoglio nel giro di un solo piano sequenza. La sua Julie non è mai un personaggio bidimensionale o un cliché della ragazza “indecisa”; è una donna reale, complessa, magnetica anche nei suoi errori più evidenti. Accanto a lei, Anders Danielsen Lie (attore feticcio di Trier) regala una prova di straordinaria intensità nel ruolo di Aksel, specialmente nella seconda metà della pellicola, offrendo un ritratto straziante di un uomo che vede il proprio mondo culturale e fisico sgretolarsi.

Il peso delle possibilità e il vuoto generazionale

Sotto la superficie della commedia romantica atipica, il film nasconde una profonda riflessione sulla società contemporanea. Julie incarna perfettamente la parabola dei millennial e della Gen Z: generazioni cresciute con il mito dell’autodeterminazione assoluta, convinte che “poter essere tutto” sia un privilegio, per poi scoprire che l’eccesso di opzioni genera una paralisi esistenziale.

C’è una forte componente allegorica nel confronto tra Julie e Aksel. Aksel appartiene a una generazione legata agli oggetti fisici, ai libri, ai dischi, a una cultura che si poteva toccare e che richiedeva una presa di posizione chiara. Julie naviga nel fluido mondo digitale, dove tutto è effimero, sostituibile e temporaneo. Il film esplora la nostalgia precoce di chi sente di star perdendo tempo proprio mentre cerca di capire come spenderlo. La parabola di Julie non è quella di una crescita felice, ma quella della dolorosa accettazione dei propri limiti: capire che scegliere una cosa significa inevitabilmente rinunciare a tutte le altre.

Uno specchio contemporaneo da non perdere

Ci troviamo di fronte a un’opera straordinaria, capace di evitare le trappole del paternalismo o del giudizio morale. Joachim Trier filma i suoi personaggi con un affetto immenso, non condanna le loro fughe e non glorifica i loro errori, ma ne fotografa la vulnerabilità con una trasparenza disarmante.

La visione è caldamente consigliata a chiunque si sia sentito, almeno una volta nella vita, fuori tempo o fuori posto rispetto alle aspettative altrui. È un film che parla in modo diretto ai trentenni di oggi, ma che possiede una forza universale tale da commuovere e far riflettere spettatori di qualsiasi età. L’epilogo, sobrio e venato di una composta rassegnazione, ci lascia con la consapevolezza che non c’è nulla di male nel non essere perfetti e che, spesso, l’unico modo per ritrovare se stessi è accettare il disordine che ci portiamo dentro. Un’opera fondamentale del cinema contemporaneo, che diverte, commuove e permane nella mente dello spettatore per giorni dopo la visione.

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