Un viaggio ipnotico nei territori più d’ombra della maternità, dove il senso di colpa e il desiderio di emancipazione si scontrano senza sconti.
Un esordio alla regia folgorante che seziona il tabù dell’abbandono con la precisione clinica di un thriller psicologico d’autore.
Il debutto dietro la macchina da presa di Maggie Gyllenhaal si configura come un’operazione cinematografica di rara audacia e penetrante introspezione. Adattando per lo schermo l’omonimo romanzo di Elena Ferrante, la regista e sceneggiatrice statunitense compie un atto di decostruzione formale e tematica attorno a uno dei tabù più persistenti e protetti della società occidentale: l’ambivalenza materna, il peso soffocante della cura e il trauma rimosso di un abbandono. Il film non cerca mai la catarsi consolatoria, né tantomeno la quadratura morale; al contrario, si stabilisce in un territorio di perenne disagio psicologico, orchestrando una sinfonia di sguardi, dettagli e omissioni che trasforma una apparentemente placida vacanza estiva in un labirinto della memoria e del rimpianto.
La narrazione segue Leda Caruso, una stimata docente universitaria di letteratura comparata che decide di trascorrere un periodo di isolamento e lavoro in una suggestiva località balneare greca. La sua routine, fatta di letture solitarie sulla spiaggia e silenzi rigeneranti, viene bruscamente interrotta dall’arrivo di una numerosa, chiassosa e vagamente minacciosa famiglia di origini italo-americane proveniente dal Queens. All’interno di questo clan spicca Nina, una giovane e bellissima madre che si barcamena con evidente fatica nel gestire le incessanti richieste della figlia piccola, Elena. L’osservazione quasi ossessiva di questa dinamica simbiotica e asfissiante innesca in Leda un cortocircuito emotivo, riaprendo le ferite mai rimarginate del proprio passato. Attraverso continui e destabilizzanti flashback, riaffiora il periodo in cui lei stessa, giovane madre di due bambine, si era trovata a un bivio drammatico, schiacciata dalle ambizioni accademiche e dall’insofferenza verso le catene domestiche, fino a compiere una scelta radicale ed esteticamente imperdonabile per il sentire comune. Un gesto apparentemente inspiegabile e meschino – il furto della bambola preferita della piccola Elena da parte di Leda – diventa il fulcro attorno al quale collassano il presente e il passato, innescando una tensione sotterranea che rasenta i codici del thriller psicologico.

L’aspetto più straordinario della regia di Gyllenhaal risiede nella capacità di tradurre visivamente la prosa interiore e viscerale di Ferrante senza ricorrere a didascalismi. La macchina da presa lavora costantemente sui primissimi piani, indugiando sui dettagli epidermici, sui respiri interrotti, sulla consistenza degli oggetti: la frutta marcia sul fondo di un cesto, una macchia di unto, la pelle imperlata di sudore, l’insetto che disturba il sonno. È una regia materica, sensuale e al contempo perturbante, che sfrutta la fotografia per creare un contrasto stridente tra l’abbacinante luce del sole mediterraneo e la progressiva oscurità che avvolge la mente della protagonista. Il montaggio si rivela un meccanismo perfetto per frammentare la percezione temporale; i passaggi tra la Leda matura e la sua controparte giovanile non avvengono per associazione logica, ma per risonanza emotiva, come improvvisi attacchi di panico o sinapsi scoperte che collegano un pianto udito sulla spiaggia a una stanza da letto disordinata di vent’anni prima.
La sceneggiatura compie un lavoro di sottrazione esemplare, asciugando i dialoghi per dare un peso specifico enorme al non detto, ai silenzi carichi di risentimento o di muta solidarietà. Le interazioni tra Leda e l’inquietante microcosmo locale – dal custode dell’appartamento al giovane studente che lavora allo stabilimento balneare – fluttuano costantemente tra la minaccia e la seduzione, mantenendo lo spettatore in uno stato di costante allerta.
Dal punto di vista attoriale, l’opera si regge su interpretazioni di spessore assoluto. La performance principale offre una stratificazione psicologica monumentale: sul suo volto si leggono contemporaneamente l’arroganza intellettuale, la fragilità di una donna spezzata, la lucidità cinica e una profonda, straziante solitudine. Il personaggio non fa nulla per accattivarsi le simpatie del pubblico, eppure è impossibile staccare gli occhi dalla sua discesa negli inferi della memoria. Altrettanto straordinaria è la controparte giovanile, che riesce a trasmettere con una fisicità nervosa e debordante la disperazione claustrofobica di una giovane donna di talento che vede la propria identità progressivamente annichilita dalle richieste del nucleo familiare. Il confronto a distanza tra le due attrici crea un unico, coerente personaggio scisso dal tempo. La performance della giovane madre sulla spiaggia lavora invece su corde diverse, restituendo l’immagine di una femminilità repressa, intrappolata in un contesto patriarcale e volgare, il cui sguardo incrocia quello di Leda in una richiesta d’aiuto muta e speculare.
Il cuore concettuale dell’opera risiede nella demistificazione del mito dell’istinto materno come assoluto biologico e totalizzante. Il film esplora il concetto di “madre innaturale” non attraverso la lente del giudizio morale, ma attraverso quella della complessità esistenziale. Leda confessa la propria “creatività egoistica”, la necessità di preservare uno spazio mentale e intellettuale autonomo, separato dall’estensione dei corpi delle proprie figlie. L’atto del furto della bambola – un oggetto che per tutta la pellicola assume una valenza feticistica e quasi spettrale, riempendosi di sabbia e liquidi scuri – simboleggia il disperato tentativo di Leda di appropriarsi dell’infanzia che ha sottratto alle proprie figlie, o forse di riparare un giocattolo identitario che si è rotto definitivamente nel momento della maternità. Il titolo stesso evoca una pluralità di significati: chi è la figlia perduta? La piccola Elena che piange per il suo giocattolo, le figlie di Leda abbandonate per tre anni, o Leda stessa, rimasta intrappolata in un eterno e irrisolto conflitto con lo spettro della propria madre?
L’opera si impone come un testo filmico imprescindibile per la cinematografia contemporanea, un’analisi lucida e priva di retorica sulle strutture invisibili che regolano i ruoli di genere e i desideri individuali. La visione è consigliata a un pubblico maturo, incline a un cinema d’autore stratificato e psicologicamente esigente, capace di accettare l’ambiguità e l’assenza di risposte consolatorie di fronte alle contraddizioni dell’animo umano.

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🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: The Lost Daughter Regia: Maggie Gyllenhaal Cast: Olivia Colman, Jessie Buckley, Dakota Johnson, Ed Harris, Peter Sarsgaard, Paul Mescal, Dagmara Domińczyk, Oliver Jackson-Cohen, Jack Farthing, Alba Rohrwacher Sceneggiatore: Maggie Gyllenhaal (basato sul romanzo “La figlia oscura” di Elena Ferrante) Genere: Drammatico, Psicologico Premi: Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia; 3 candidature ai Premi Oscar (Miglior attrice protagonista a Olivia Colman, Miglior attrice non protagonista a Jessie Buckley, Migliore sceneggiatura non originale); 2 candidature ai Golden Globe; 4 Independent Spirit Awards (Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura, Miglior attrice non protagonista). Aziende produttrici: Endeavor Content, Pie Films, Samuel Marshall Productions, Snow Globe Productions Rating IMDb: ⭐ 6.7/10 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/La_figlia_oscura_(film Data di uscita (Italia): 7 aprile 2022 Paesi di origine: Stati Uniti d’America, Grecia, Regno Unito, Israele


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