Un viaggio interstellare nel cuore dell’umanità.
John Carpenter abbandona l’orrore per raccontare l’amore più puro tra le stelle e la polvere della Terra.
🎬 SCHEDA TECNICA
- Titolo Originale: Starman
- Regia: John Carpenter
- Cast: Jeff Bridges, Karen Allen, Charles Martin Smith, Richard Jaeckel, Robert Phalen
- Sceneggiatore: Bruce A. Evans, Raynold Gideon
- Genere: Fantascienza, Drammatico, Sentimentale
- Premi: Nomination all’Oscar come Miglior Attore (Jeff Bridges), Nomination ai Golden Globe (Miglior Attore, Miglior Colonna Sonora)
- Aziende produttrici: Columbia Pictures, Industrial Light & Magic (ILM), Delphi II Productions
- Rating IMDb: ⭐ 7.0
- Pagina Wikipedia del film: Starman (film)
- Data di uscita (Italia): 2 maggio 1985
- Paesi di origine: USA
Nel 1984, il panorama della fantascienza cinematografica era ancora dominato dall’ombra lunga e rassicurante di E.T. l’extra-terrestre. In questo contesto, John Carpenter, il “maestro del male” che aveva terrorizzato il mondo con Halloween e disturbato i sogni con La Cosa, decise di compiere una deviazione inaspettata. Starman non è solo un film sugli alieni; è un’esplorazione profonda e malinconica di cosa significhi essere umani, vista attraverso gli occhi di un visitatore che deve imparare tutto, dal dolore della perdita alla complessità di un bacio. In un’epoca di effetti speciali roboanti, Carpenter scelse la strada del sentimento, regalando una delle pellicole più sottovalutate e tecnicamente raffinate degli anni Ottanta.
La premessa narrativa si riallaccia alla realtà scientifica dell’epoca: il lancio delle sonde Voyager, messaggere dell’umanità verso il cosmo. Un’entità aliena risponde all’invito, ma la sua accoglienza sulla Terra è tutt’altro che diplomatica. Dopo che la sua nave viene abbattuta, l’alieno trova rifugio nella casa isolata di Jenny Hayden, una donna devastata dal lutto per la recente scomparsa del marito Scott. Utilizzando una ciocca di capelli del defunto, l’essere clona il corpo di Scott, assumendone le sembianze fisiche ma mantenendo la mente tabula rasa di un neonato interstellare. Da qui inizia un road movie attraverso l’America rurale, una corsa contro il tempo per raggiungere un punto d’incontro nel deserto dell’Arizona, mentre le forze governative danno loro la caccia.

L’analisi di quest’opera deve necessariamente partire dalla straordinaria prova attoriale di Jeff Bridges. Interpretare un alieno in un corpo umano è una sfida che molti attori affrontano puntando sulla rigidità o sull’inespressività; Bridges, invece, scelse una strada diametralmente opposta. Il suo Starman è un amalgama di movimenti sconnessi, inclinazioni della testa simili a quelle degli uccelli e una curiosità infantile che traspare da ogni sguardo. Ogni gesto di Bridges comunica lo sforzo di abitare una biologia estranea, di coordinare arti e sensi che non gli appartengono. Non è un caso che questa performance gli sia valsa una storica nomination all’Oscar, evento rarissimo per un film di genere sci-fi. Al suo fianco, Karen Allen offre il contrappunto emotivo perfetto. Se Bridges è la curiosità, lei è il dolore che si trasforma in speranza. La loro chimica è il vero motore del film, rendendo credibile una connessione che, sulla carta, potrebbe apparire bizzarra.
Sotto il profilo tecnico, Carpenter dimostra una maturità formale invidiabile. Abbandonando le atmosfere claustrofobiche dei suoi lavori precedenti, qui abbraccia il formato anamorfico Panavision per dipingere i paesaggi americani con una vastità quasi western. La fotografia di Donald M. Morgan utilizza la luce naturale e i tramonti per conferire alla pellicola un calore che contrasta nettamente con la fredda tecnologia militare rappresentata dagli inseguitori. Il montaggio segue un ritmo compassato, che concede ai personaggi il tempo di respirare e al pubblico il tempo di osservare l’evoluzione del rapporto tra Jenny e lo straniero. Non c’è fretta in Starman; c’è il desiderio di raccontare una trasformazione interiore.

La colonna sonora, curata da Jack Nitzsche, merita una menzione d’onore. Allontanandosi dalle sonorità elettroniche martellanti tipiche delle collaborazioni tra Carpenter e Alan Howarth, Nitzsche crea un tema celestiale e malinconico, dominato da sintetizzatori che sembrano echeggiare il vuoto dello spazio, ma che si sciolgono in melodie calde quando la narrazione tocca le corde del cuore. È una musica che accompagna il viaggio senza mai sovrastarlo, sottolineando la solitudine del protagonista e la sua graduale integrazione nel mondo umano.
Le tematiche di Starman sono incredibilmente stratificate. Al livello più superficiale, il film critica la paranoia militare e la paura dell’ “altro”, un tema ricorrente nella fantascienza della Guerra Fredda. Tuttavia, il vero cuore pulsante risiede nella riflessione sulla perdita e sulla memoria. L’alieno non è solo un visitatore; è un catalizzatore che permette a Jenny di elaborare il lutto per il marito. Attraverso la presenza di questa “copia” fisica, lei è costretta a confrontarsi con ciò che amava di Scott e con la necessità di lasciarlo andare. C’è una bellezza struggente nell’idea che un essere proveniente da anni luce di distanza possa insegnare a un essere umano come amare la propria vita, nonostante la sua intrinseca finitudine.
Un altro aspetto fondamentale è la definizione di umanità che l’alieno stesso fornisce durante il dialogo con lo scienziato Mark Shermin. Egli osserva che la razza umana è al suo meglio quando le cose vanno al peggio. Questa visione ottimistica, quasi umanista, è una rarità nel cinema di Carpenter, solitamente più incline al cinismo o all’analisi del male puro. In Starman, la bontà d’animo, la solidarietà tra sconosciuti e la capacità di sacrificio sono gli elementi che definiscono la nostra specie, rendendola degna di un contatto interstellare. Il film suggerisce che, nonostante la nostra violenza e le nostre paure, possediamo una scintilla di empatia che brilla più forte di qualsiasi tecnologia.

La sceneggiatura di Evans e Gideon evita abilmente le trappole del sentimentalismo spicciolo. I dialoghi sono essenziali, quasi scarni, lasciando che siano i silenzi e le azioni a parlare. Il ritmo del film beneficia della struttura del road movie, permettendo ai protagonisti di incontrare una varietà di figure umane che fungono da specchio per l’alieno e per lo spettatore. Dai baristi ai camionisti, l’America di Starman è un luogo di transito popolato da persone comuni, distanti anni luce dai corridoi del potere di Washington, il che rende il film ancora più intimo e radicato nella realtà.
Concludendo, Starman è un’opera che brilla di luce propria all’interno della filmografia di John Carpenter e della fantascienza degli anni Ottanta. È un film che consigliarei a chiunque cerchi una storia capace di unire il fascino dell’ignoto alla profondità dei sentimenti terrestri. È perfetto per chi ha amato la meraviglia di Incontri ravvicinati del terzo tipo ma desidera una narrazione più focalizzata sull’individuo e sulla relazione interpersonale. La pellicola riesce nell’impresa non facile di commuovere senza risultare stucchevole, mantenendo un rigore tecnico e una visione d’autore coerente.
In definitiva, Starman ci ricorda che l’esplorazione spaziale più importante non è quella che avviene verso l’esterno, tra galassie lontane, ma quella che compiamo verso l’interno, alla ricerca di ciò che ci rende capaci di connetterci con un altro essere vivente. È un classico intramontabile, una poesia visiva sul dono della vita e sull’inevitabilità dell’addio, nobilitata da una delle interpretazioni più originali e toccanti della storia del cinema moderno. Se cercate un film che vi faccia guardare le stelle con speranza e il prossimo con più comprensione, il viaggio di John Carpenter e Jeff Bridges è ancora oggi la rotta migliore da seguire.


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