La grazia è un film del 2025 scritto, diretto e co-prodotto da Paolo Sorrentino.

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Un viaggio ipnotico nel cuore del desiderio e del sacro.

Con “La grazia”, Paolo Sorrentino cristallizza il tempo in un’estetica travolgente, dove ogni inquadratura è un sussulto dell’anima e un omaggio alla bellezza immortale, sospesa tra il mito napoletano e la modernità disincantata.

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🎬 SCHEDA TECNICA

  • Titolo Originale: La grazia
  • Regia: Paolo Sorrentino
  • Cast: Celeste Dalla Porta, Silvio Orlando, Stefania Sandrelli, Luisa Ranieri, Peppe Lanzetta, Gary Oldman.
  • Sceneggiatore: Paolo Sorrentino
  • Genere: Drammatico, Grottesco
  • Premi: Selezione Ufficiale Festival di Cannes, Candidatura Miglior Film Straniero.
  • Aziende produttrici: The Apartment (Fremantle), Pathé, Saint Laurent Productions.
  • Rating IMDb: ⭐ 7.3
  • Pagina Wikipedia del film: La grazia (film 2025) (Nota: Il film è internazionalmente noto anche con il titolo della sua protagonista).
  • Data di uscita (Italia): 24 ottobre 2024 (Anteprime), 2025 (Distribuzione estesa).
  • Paesi di origine: Italia, Francia.

Il respiro del mito e la ricerca della bellezza

Il cinema di Paolo Sorrentino è da sempre un corpo vivo che respira attraverso le immagini, un’entità che rifiuta la linearità del racconto per abbracciare la verticalità dell’emozione. In questo nuovo capitolo, intitolato significativamente La grazia (o Parthenope nella sua declinazione più biografica e mitologica), il regista partenopeo torna a calpestare il suolo della sua città natale, ma lo fa con uno sguardo diverso rispetto a quello intimo e doloroso de È stata la mano di Dio. Se in quel caso il baricentro era il trauma personale, qui Sorrentino sposta l’obiettivo su un concetto astratto eppure carnale: la libertà di essere e di guardare, incarnata in una figura femminile che attraversa i decenni senza mai lasciarsi scalfire del tutto dal cinismo del mondo.

La trama segue la vita di una donna dalla nascita, avvenuta nelle acque del Golfo di Napoli nel 1950, fino ai giorni nostri. Non è però una biografia convenzionale. È un’epopea dell’ordinario che diventa straordinario grazie al filtro deformante e nobilitante della cinepresa. La protagonista attraversa le estati a Capri, le aule universitarie, i palazzi della nobiltà decaduta e i bassi della Napoli più viscerale, incontrando figure che sembrano uscite da un sogno febbrile o da un quadro di Caravaggio. È una ricerca costante di quella “grazia” che dà il titolo all’opera, una condizione dello spirito che permette di restare puri anche quando si è immersi nel fango della realtà.

Analisi tecnica e virtuosimo registico

Dal punto di vista della regia, Sorrentino conferma di essere uno dei pochi autori contemporanei capaci di usare la macchina da presa come uno strumento musicale. I suoi celebri carrelli laterali e le inquadrature simmetriche non sono mai fini a se stessi, ma servono a creare un ritmo ipnotico che trascina lo spettatore in una dimensione altra. La fluidità dei movimenti di macchina suggerisce una continuità tra il passato e il presente, tra il ricordo e la realtà immediata. In questo film, la regia appare meno barocca rispetto a La grande bellezza, prediligendo una pulizia formale che lascia spazio alla potenza del volto dei suoi interpreti.

La fotografia, curata con una maestria quasi pittorica, gioca un ruolo fondamentale. La luce di Napoli non è mai stata così densa: dai blu profondi delle notti mediterranee ai gialli ocra dei pomeriggi estivi che sembrano non finire mai. C’è un uso sapiente dei contrasti che sottolinea la dualità della città e della protagonista stessa: luce e ombra, sacro e profano, vita e morte. Ogni frame potrebbe essere isolato e appeso in una galleria d’arte, eppure l’insieme non risulta statico, ma vibrante di una tensione sotterranea.

Il montaggio, d’altro canto, lavora per ellissi e suggestioni. Non ci sono spiegazioni didascaliche; Sorrentino si fida dell’intelligenza e della sensibilità del suo pubblico. Il ritmo funziona per accumulo di momenti, di sguardi, di silenzi interrotti da dialoghi che, come da tradizione del regista, sono spesso sentenze fulminanti o riflessioni filosofiche mascherate da chiacchiere da salotto. La colonna sonora è, come sempre nelle sue opere, un personaggio a sé stante. La selezione musicale spazia tra brani pop che acquistano un nuovo significato malinconico e composizioni originali che sottolineano i passaggi più onirici del racconto, creando un tappeto sonoro che amplifica l’esperienza sensoriale.

Performance e interpretazione del cast

La vera rivelazione del film è Celeste Dalla Porta. Interpretare un’icona, un’idea di bellezza e di libertà, è un compito che farebbe tremare chiunque, ma la giovane attrice riesce a infondere al personaggio una naturalezza disarmante. La sua recitazione non è fatta di grandi gesti, ma di micro-espressioni, di un modo di camminare e di guardare il mondo che comunica un misto di meraviglia e di precoce disincanto. Attorno a lei ruota un cast di comprimari eccellenti.

Silvio Orlando, nel ruolo di un professore universitario, offre una prova di straordinaria umanità, rappresentando il volto accademico e malinconico della conoscenza. Stefania Sandrelli e Luisa Ranieri portano sullo schermo due diverse declinazioni del tempo che passa: la prima con la saggezza di chi ha visto tutto, la seconda con la prorompente e tragica fisicità di chi non vuole smettere di sedurre. Menzione speciale per la partecipazione di Gary Oldman, che in poche scene riesce a tratteggiare un personaggio crepuscolare e magnetico, un omaggio al cinema internazionale che Sorrentino ha sempre guardato con ammirazione.

Tematiche: il tempo, la bellezza e il vuoto

Il cuore pulsante de La grazia è l’indagine sul significato profondo della visione. Cosa significa guardare? E cosa significa essere guardati? La protagonista è un oggetto del desiderio per molti, ma lei stessa rivendica il diritto di essere il soggetto che osserva, che studia, che cerca di capire il mistero della vita attraverso la filosofia e l’esperienza. Il messaggio che emerge è una riflessione sulla perdita della giovinezza, intesa non come decadimento fisico, ma come esaurimento delle possibilità.

Sorrentino utilizza metafore visive ricorrenti: il mare che tutto accoglie e tutto restituisce, le statue che osservano immobili il passare dei secoli, i riti religiosi che si mescolano a quelli pagani. C’è un’allegoria costante della città di Napoli, vista come una madre generosa e terribile, una sirena che incanta e poi abbandona. La “grazia” del titolo è forse proprio questa capacità di accettare le contraddizioni, di vivere nel paradosso senza cercare una risoluzione definitiva. È un inno all’incompiutezza e allo stupore che sopravvive nonostante tutto.

La sceneggiatura evita abilmente le trappole del sentimentalismo. I dialoghi sono taglienti, spesso intrisi di quell’ironia amara che è tipica del Sud Italia, capace di ridere anche davanti alla tragedia. Il ritmo, pur essendo contemplativo, non annoia mai perché è sostenuto da una curiosità antropologica verso l’umanità stravagante che popola il film. Ogni personaggio secondario, anche quello che appare per pochi minuti, lascia un segno, un frammento di verità o di assurdità.

Sintesi finale e consigli di visione

La grazia è un’opera complessa, stratificata, che richiede una predisposizione all’abbandono. Non è un film da guardare cercando una trama forte o dei colpi di scena hollywoodiani. È un’esperienza estetica e filosofica che parla direttamente all’inconscio. Sorrentino si conferma un maestro nel filmare l’invisibile, nel dare forma cinematografica a concetti come la nostalgia, il rimpianto e, appunto, la grazia.

Consiglierei la visione a chiunque ami il cinema inteso come arte totale, a chi non teme il confronto con il silenzio e la lentezza, e a chi cerca nel grande schermo uno specchio in cui riflettere le proprie domande esistenziali. È un film ideale per gli appassionati di estetica cinematografica, per chi ha amato le opere precedenti di Sorrentino ma desidera vedere un’evoluzione verso una forma più pura e meno sovraccarica. È, in definitiva, una lettera d’amore a Napoli e alla vita stessa, con tutte le sue imperfezioni e i suoi momenti di insostenibile bellezza.

In conclusione, questo film del 2025 rappresenta un punto di arrivo e, al contempo, un nuovo inizio per Paolo Sorrentino. Riesce a bilanciare la grandiosità della messa in scena con una delicatezza di tocco che emoziona profondamente. Sebbene alcuni possano trovarlo eccessivamente contemplativo, è proprio in quel tempo dilatato che risiede la sua forza comunicativa. Un’opera che rimane impressa nella retina e nel cuore, capace di trasformare il banale in epico e l’effimero in eterno.

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