The Running Man è un film del 2025 diretto da Edgar Wright.

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La corsa per la sopravvivenza non è mai stata così veloce, cinica e travolgente.

Edgar Wright riporta in vita il distopico capolavoro di Stephen King, regalandoci un’opera frenetica che smaschera l’ipocrisia dei media moderni con il ritmo martellante di un battito cardiaco e la precisione chirurgica di un autore al culmine della sua visione creativa.

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🎬 SCHEDA TECNICA

  • Titolo Originale: The Running Man
  • Regia: Edgar Wright
  • Cast: Glen Powell, Josh Brolin, Colman Domingo, Lee Pace, Michael Cera, Emilia Jones, William H. Macy, Katy O’Brian, Daniel Ezra, Jayme Lawson
  • Sceneggiatore: Michael Bacall, Edgar Wright (basato sul romanzo di Richard Bachman/Stephen King)
  • Genere: Fantascienza, Azione, Thriller Distopico
  • Premi: Nomination ai Saturn Awards 2026 (Miglior Film di Fantascienza), Guild of Music Supervisors Awards (Miglior Supervisione Musicale)
  • Aziende produttrici: Paramount Pictures, Kinberg Genre, Complete Fiction, Domain Entertainment
  • Rating IMDb: ⭐ 7.6/10
  • Pagina Wikipedia: The Running Man (2025 film)
  • Data di uscita (Italia): 7 Novembre 2025 (Cinema) / 11 Maggio 2026 (Prima TV Sky/NOW)
  • Paesi di origine: Stati Uniti, Regno Unito

Dimenticate la tutina di spandex gialla di Arnold Schwarzenegger e l’atmosfera camp degli anni ’80. Edgar Wright, con il suo atteso ritorno alla regia di genere, compie un’operazione di recupero filologico che guarda dritta al cuore pulsante e disperato del romanzo originale di Stephen King, scritto sotto lo pseudonimo di Richard Bachman. The Running Man del 2025 non è un semplice remake, ma una brutale e modernissima rilettura della “caccia all’uomo” come spettacolo di massa, in un’America del futuro (ormai quasi presente) dove la povertà è un crimine e l’intrattenimento è l’unica moneta di scambio rimasta.

La trama ci trascina in un 2025 alternativo, un’era di collasso economico e totalitarismo mediatico. Ben Richards, interpretato da un Glen Powell in stato di grazia, è un uomo messo con le spalle al muro: un operaio finito nella lista nera per aver osato chiedere diritti fondamentali, costretto a guardare la propria figlia consumarsi per una malattia che non può curare. La disperazione lo spinge nelle fauci del Games Network, il canale televisivo governativo che gestisce il palinsesto della morte. Il gioco è semplice quanto atroce: Richards deve sopravvivere trenta giorni fuggendo per tutto il Paese, braccato da cacciatori d’élite e da una popolazione intera incentivata a denunciarlo o ucciderlo per una ricompensa. Se sopravvive, diventa miliardario. Se muore, è solo un altro picco di share.

Il cuore tecnico della recensione non può che partire dalla regia di Edgar Wright. Il cineasta britannico abbandona le velleità più puramente ironiche dei suoi lavori precedenti per abbracciare un tono cupo, sporco e straordinariamente teso. Wright utilizza la macchina da presa come un’arma: i movimenti sono rapidi, ma mai confusi; il montaggio, curato dal fidato Paul Machliss, trasforma ogni inseguimento in una sinfonia di adrenalina pura. C’è una pulizia formale che ricorda il cinema di inseguimento dei tardi anni ’70, fusa con l’estetica vibrante e cinetica tipica di Baby Driver. Wright non si limita a filmare l’azione, la coreografa con una precisione ritmica che rende palpabile l’esaurimento fisico del protagonista.

La fotografia di Chung Chung-hoon è un elemento fondamentale per definire l’atmosfera del film. Allontanandosi dai neon saturi della versione di Glaser, Chung sceglie una tavolozza cromatica che vira verso i grigi industriali, gli ocra polverosi delle baraccopoli e i blu freddi e clinici degli studi televisivi. Questo contrasto visivo sottolinea costantemente la dicotomia tra la realtà brutale dei bassifondi (i Co-Op City) e la finta perfezione del mondo mediatico. La luce non è mai benevola; anche quando illumina, lo fa con la violenza di un riflettore che cerca un colpevole, privando i personaggi di qualsiasi intimità o ombra in cui nascondersi.

La colonna sonora di Steven Price merita una menzione d’onore. Price costruisce un tappeto sonoro elettronico, ossessivo e martellante, che sembra pulsare sotto la pelle dello spettatore. Non ci sono temi eroici o rassicuranti; la musica è un conto alla rovescia costante. Wright, noto per il suo uso magistrale della colonna sonora, integra il design sonoro in modo che ogni sparo, ogni frenata e ogni respiro affannato di Powell si incastri perfettamente nel ritmo della composizione, creando un’esperienza sensoriale totale.

Passando alla sceneggiatura, Michael Bacall e Wright hanno svolto un lavoro eccellente nel tradurre la rabbia sociale di King in dialoghi secchi e taglienti. Il ritmo della narrazione è implacabile, ma non sacrifica mai lo sviluppo dei personaggi. Ben Richards non è l’eroe invincibile di Schwarzenegger; è un uomo fragile, terrorizzato, la cui unica forza deriva dall’amore per la sua famiglia. Questo rende la sua lotta molto più coinvolgente e realistica. I dialoghi tra Richards e Dan Killian, il produttore del network interpretato da un gelido Josh Brolin, sono tra i momenti più alti del film: un confronto tra l’etica della sopravvivenza e l’amoralità del profitto.

Le performance attoriali elevano ulteriormente il materiale. Glen Powell conferma di essere molto più di un volto da blockbuster; la sua fisicità è imponente, ma è nel dolore muto dei suoi occhi e nella sua determinazione febbrile che il film trova la sua bussola morale. Josh Brolin, nel ruolo di Dan Killian, è l’incarnazione del male corporativo: pacato, ragionevole, assolutamente privo di anima. Tuttavia, è Colman Domingo a rubare spesso la scena nel ruolo di Bobby “Bobby T” Thompson, il presentatore del programma. Domingo infonde al personaggio una carisma magnetico e spaventoso, un incrocio tra un predicatore televisivo e un aguzzino, capace di manipolare le masse con un sorriso perfettamente smagliante.

Il cast di supporto è altrettanto solido. Michael Cera offre un’interpretazione inaspettata nei panni di Elton Parrakis, un ribelle nevrotico che aggiunge una nota di umanità eccentrica alla narrazione. Lee Pace, come Evan McCone, il capo dei cacciatori, è una minaccia fisica costante e silenziosa, una figura quasi mitologica che incarna l’ineluttabilità della morte. La presenza di attori del calibro di William H. Macy garantisce solidità anche alle scene più brevi, fornendo al mondo costruito da Wright una profondità sociologica che spesso manca nei thriller d’azione.

Le tematiche di The Running Man sono, purtroppo, più attuali che mai. Il film esplora il concetto di “panem et circenses” nell’era dei social media e della sorveglianza totale. La violenza non è solo fisica, ma psicologica: il network trasforma la vittima in un carnefice agli occhi del pubblico, manipolando le prove e alterando la narrativa in tempo reale. È una satira feroce sulla nostra sete di voyeurismo e sulla facilità con cui la società può essere condotta a odiare il “diverso” o il “nemico” creato a tavolino dal potere. Wright non fa sconti allo spettatore: siamo noi, seduti in sala, a essere messi davanti allo specchio, chiamati a interrogarci su quanto siamo complici di questo meccanismo di spettacolarizzazione del dolore.

In conclusione, questa nuova versione di The Running Man è un trionfo su tutta la linea. Edgar Wright è riuscito nell’impresa di onorare il materiale originale di Stephen King creando al contempo un’opera che pulsa di vita propria e di urgenza contemporanea. È un film che soddisfa pienamente la fame di adrenalina degli appassionati di action, ma che lascia anche un retrogusto amaro e riflessivo, tipico della migliore fantascienza distopica.

Consiglierei la visione a chiunque cerchi un cinema di genere intelligente, tecnicamente impeccabile e capace di graffiare la superficie della nostra realtà. Non è un film per chi cerca una fuga leggera dalla realtà, ma per chi vuole vederla analizzata attraverso una lente distorta, cinica e spaventosamente verosimile. Edgar Wright ha firmato uno dei suoi lavori più maturi, confermandosi come uno dei registi più vitali e necessari del panorama cinematografico attuale. Una corsa contro il tempo che non lascia fiato, destinata a diventare un nuovo punto di riferimento per il genere.

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