Il cinema è un atto di fede, di sangue e di molti, troppi errori sul set.
Michel Hazanavicius ci trascina in un vortice meta-cinematografico dove il caos diventa arte e il fallimento tecnico è solo la prima, sgangherata inquadratura di un successo umano inaspettato.
🎬 SCHEDA TECNICA
- Titolo Originale: Coupez! (precedentemente Z (comme Z))
- Regia: Michel Hazanavicius
- Cast: Romain Duris, Bérénice Bejo, Grégory Gadebois, Finnegan Oldfield, Matilda Lutz, Sébastien Chassagne, Raphaël Quenard, Jean-Pascal Zadi
- Sceneggiatore: Michel Hazanavicius (basato sulla sceneggiatura originale di Shin’ichirō Ueda)
- Genere: Commedia, Horror, Meta-cinema
- Premi: Film d’apertura al Festival di Cannes 2022; Nomination ai Premi César per la Migliore Sceneggiatura Non Originale e Migliore Musica.
- Aziende produttrici: La Classe Américaine, Getaway Films, SK Global Entertainment, France 2 Cinéma
- Rating IMDb: ⭐ 7.0/10
- Pagina Wikipedia: Cut! Zombi contro zombi
- Data di uscita (Italia): 31 Ottobre 2022
- Paesi di origine: Francia, Giappone
Realizzare un remake di un cult istantaneo come One Cut of the Dead (2017) di Shin’ichirō Ueda era un’impresa che rasentava il suicidio artistico. Eppure, Michel Hazanavicius — un regista che ha costruito la sua carriera sulla manipolazione dei linguaggi classici, dai fasti del muto di The Artist alle parodie spionistiche di OSS 117 — ha accettato la sfida. Cut! Zombi contro zombi non è solo una versione francese di un successo giapponese; è una dichiarazione d’amore sguaiata, sporca e commovente verso l’artigianato cinematografico, quello che si fa con pochi soldi, molta passione e un’infinita capacità di improvvisazione.

La premessa narrativa è un gioco di specchi. Un regista di serie B, Rémi (interpretato da un frenetico Romain Duris), viene ingaggiato per dirigere un film di zombi sperimentale: deve essere girato in un unico piano sequenza di trenta minuti e trasmesso in diretta streaming. Il set è una vecchia fabbrica abbandonata che, secondo la leggenda, fu teatro di esperimenti umani durante la Seconda Guerra Mondiale. Mentre la troupe cerca di portare a casa il risultato tra attori capricciosi e problemi tecnici, veri morti viventi sembrano fare la loro comparsa, scatenando il panico. Ma, come ogni spettatore scoprirà presto, nulla in Coupez! è ciò che appare al primo sguardo.
L’analisi di questo film richiede necessariamente una divisione strutturale, poiché Hazanavicius rispetta rigorosamente la tripartizione dell’originale. La prima parte è il “film nel film”: un lungo piano sequenza di circa mezz’ora che, a un occhio inesperto o poco paziente, potrebbe apparire come un disastro dilettantesco. La recitazione è sopra le righe, ci sono tempi morti inspiegabili, la macchina da presa indugia su dettagli inutili e gli effetti speciali sono grossolani. È qui che il regista compie il suo primo atto di coraggio: chiede al pubblico di sospendere il giudizio e di accettare l’apparente mediocrità. Tecnicamente, questa sequenza è un incubo coreografico: gestire trenta minuti di azione ininterrotta con sangue finto, trasformazioni e movimenti di macchina complessi richiede una precisione millimetrica che Hazanavicius maschera sotto una patina di trasandatezza voluta.
La seconda parte del film sposta il punto di vista, tornando indietro nel tempo per mostrarci la genesi del progetto. Qui il ritmo cambia, trasformandosi in una commedia professionale francese dai toni più pacati. Esploriamo la vita di Rémi, un regista che si definisce capace di fare “veloce, economico e decente”, e il suo rapporto con la moglie Nadia (Bérénice Bejo), un’ex attrice con un passato turbolento sul set, e la figlia aspirante regista. Questa sezione è fondamentale per dare un cuore umano alla vicenda. Non stiamo più guardando solo un film horror di serie B, ma seguiamo le vicissitudini di persone comuni che cercano di nobilitare il proprio lavoro nonostante le richieste assurde dei produttori giapponesi (un riferimento metatestuale delizioso alla natura stessa del remake).

Il vero cuore dell’opera esplode però nella terza parte, dove assistiamo al dietro le quinte del piano sequenza iniziale. È qui che il montaggio di Mickael Dumontier e Hazanavicius stesso compie il miracolo. Rivediamo le stesse scene della prima parte, ma dal punto di vista della troupe che corre freneticamente dietro la macchina da presa per tappare buchi, rimediare a svenimenti improvvisi, sostituire attori ubriachi e inventare soluzioni tecniche sul momento. La comicità diventa travolgente, basata interamente sulla discrepanza tra ciò che accade nell’inquadratura e il caos che regna a pochi centimetri da essa. È una celebrazione del montaggio invisibile e della risoluzione dei problemi che definisce ogni produzione cinematografica.
Dal punto di vista tecnico, la fotografia di Jonathan Ricquebourg gioca un ruolo chiave nel differenziare i tre segmenti. La prima parte è caratterizzata da una grana sporca, colori desaturati e un’illuminazione piatta che mima il digitale di bassa lega. La seconda parte ha la pulizia cromatica del cinema contemporaneo europeo, mentre la terza si trasforma in un documentario d’azione, dove la macchina da presa a mano diventa un personaggio aggiunto, catturando il sudore e il panico della troupe. Questa stratificazione visiva permette allo spettatore di orientarsi immediatamente nel complesso incastro temporale del film.

La sceneggiatura, adattata dallo stesso Hazanavicius, riesce nell’ardua impresa di francesizzare l’umorismo senza perdere la forza dell’originale. Se Ueda puntava su una comicità più fisica e stralunata, Hazanavicius inserisce dialoghi brillanti, battute sul “cinema d’autore” e sulle idiosincrasie degli attori moderni (il personaggio di Finnegan Oldfield, l’attore impegnato che vuole discutere il sottotesto politico di ogni inquadratura, è una parodia geniale della vanità attoriale). I dialoghi sono serrati, specialmente nella fase preparatoria, e servono a seminare indizi che germoglieranno in gag esplosive durante il finale.
Le interpretazioni sono tutte di alto livello. Romain Duris è un mattatore assoluto: il suo Rémi passa dall’apatia professionale alla disperazione eroica, diventando il simbolo di ogni regista che deve combattere contro il tempo e l’incompetenza. Bérénice Bejo si diverte chiaramente in un ruolo che le permette di esplorare una fisicità inedita e una vena comica quasi slapstick, specialmente quando il suo personaggio viene travolto dal metodo Stanislavskij portato all’eccesso. Nota di merito per Grégory Gadebois e Jean-Pascal Zadi, che aggiungono tempi comici perfetti alla dinamica di gruppo.
Le tematiche di Cut! Zombi contro zombi vanno oltre la semplice parodia. Il film esplora il concetto di collaborazione: il cinema è presentato come lo sforzo collettivo estremo, dove l’ego individuale deve necessariamente soccombere alla sopravvivenza del progetto comune. C’è anche una riflessione profonda sul valore dell’opera in quanto tale: anche il film più “brutto” o commerciale richiede un impegno umano titanico. Hazanavicius sembra dirci che non importa se il risultato finale è un horror sgangherato per una piattaforma streaming; ciò che conta è l’unione di intenti, la famiglia (letterale e figurata) che si stringe attorno a un’idea per portarla a compimento.

In definitiva, Cut! Zombi contro zombi è una visione che parte con il freno a mano tirato per poi travolgere il lettore in una risata liberatoria e quasi catartica. È un film che premia la pazienza dello spettatore, trasformando lo scetticismo iniziale in pura ammirazione per la macchina cinema. Non è solo un remake riuscito, ma una lezione di regia su come gestire i tempi della commedia e dell’azione contemporaneamente.
Consiglierei questo film non solo agli amanti dell’horror — che qui troveranno più sangue che spaventi — ma soprattutto a chiunque abbia mai lavorato in un ambiente creativo o si sia chiesto come nasca la magia (o il disastro) sul grande schermo. È un’opera necessaria per ricordarci che, dietro ogni inquadratura che diamo per scontata, c’è un mondo di persone che sta correndo, urlando e, a volte, vomitando, solo per farci divertire per novanta minuti. Un trionfo di ingegno che nobilita l’arte del fallimento trasformandola in una vittoria della volontà umana.


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