NEAR OROUET – (Du côté d’Orouët)è un film francese del 1973 diretto da Jacques Rozier .

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Un viaggio ipnotico tra le dune della Vandea dove il tempo si dilata, i dialoghi svaniscono nel vento e la pura gioia di vivere diventa cinema nella sua forma più libera, selvaggia e malinconica.

L’estasi del quotidiano: Jacques Rozier e il cinema del momento

Esistono registi che costruiscono cattedrali di celluloide e registi che, come Jacques Rozier, preferiscono catturare la polvere che danza in un raggio di sole. Du côté d’Orouët (conosciuto anche con il titolo internazionale Near Orouët), uscito nel 1971 ma girato nel settembre del 1969, è un oggetto filmico non identificato che fluttua al di fuori delle rotte commerciali canoniche. Se Jean-Luc Godard ha decostruito il linguaggio e François Truffaut ha celebrato il racconto, Rozier ha fatto qualcosa di ancora più radicale: ha filmato il tempo mentre passa, senza cercare di imbrigliarlo in una trama.

Il film è una delle pietre miliari più segrete e amate della Nouvelle Vague francese, un’opera che richiede allo spettatore di abbandonare l’orologio e lasciarsi cullare dal moto ondoso di una narrazione che procede per accumulo di sensazioni piuttosto che per svolte drammatiche. Con una durata fluviale di oltre 150 minuti, Rozier ci invita in una vacanza che sembra non dover finire mai, trasformando la banalità di un settembre al mare in un’epopea della giovinezza. Con un rating IMDB di 7.6, la pellicola vede come protagonisti Danièle Croisy, Caroline Cartier, Gwenola Arzel e un indimenticabile Bernard Menez.

Un viaggio ipnotico tra le dune della Vandea dove il tempo si dilata, i dialoghi svaniscono nel vento e la pura gioia di vivere diventa cinema nella sua forma più libera, selvaggia e malinconica.

Tre ragazze, un’estate e il nulla che diventa tutto

La premessa è di una semplicità disarmante: tre giovani colleghe di un ufficio parigino — Caroline, Kareen e Joëlle — decidono di trascorrere le loro vacanze di settembre in una villa a Orouët, sulla costa della Vandea. Le giornate si susseguono tra colazioni pigre, passeggiate sulle dune, tentativi maldestri di cucina e bagni in un mare che inizia a farsi freddo. A rompere questo equilibrio muliebre arriva Gilbert (Bernard Menez), un giovane goffo e velleitario che cerca disperatamente di inserirsi nel gruppo, diventando spesso il bersaglio involontario delle burle delle tre ragazze.

Non c’è un “grande conflitto”. Non ci sono segreti inconfessabili o tradimenti strazianti. Il cuore pulsante di Du côté d’Orouët è l’interazione umana nella sua forma più pura e meno filtrata. Rozier filma le ragazze mentre ridono fino alle lacrime per una battuta sciocca, mentre cercano di pescare gamberetti o mentre cavalcano in riva al mare. È un cinema che celebra la flânerie, l’arte di vagabondare senza meta, dove l’evento più drammatico può essere il fallimento di una ricetta a base di anguille o l’arrivo inaspettato del capo ufficio che rompe l’incanto vacanziero.


L’anti-narrativa: quando il tempo smette di essere un nemico

La sceneggiatura di Jacques Rozier è un organismo vivente. Sebbene esistesse una traccia, gran parte di ciò che vediamo sembra scaturire da un’improvvisazione guidata, dove la macchina da presa aspetta che accada qualcosa di vero. Questa scelta produce un ritmo unico: il montaggio (curato dallo stesso Rozier) non taglia i tempi morti, ma li abita. In molte scene, abbiamo l’impressione che la ripresa continui ben oltre il punto in cui un regista tradizionale avrebbe gridato “stop”, permettendoci di vedere i personaggi uscire dal loro ruolo e tornare a essere semplicemente persone.

Questa dilatazione temporale non è un esercizio di stile fine a se stesso, ma una precisa posizione etica. Rozier vuole che lo spettatore sperimenti la stessa noia creativa, lo stesso abbandono dei sensi che provano le protagoniste. È un cinema della durata che si avvicina alle esperienze di Jacques Rivette, ma con una solarità e una leggerezza che sono solo di Rozier. La struttura circolare — l’arrivo, la stasi, la partenza — sottolinea la natura transitoria della giovinezza, rendendo il ritorno finale a Parigi un momento di una malinconia devastante, quasi fisica.


Bernard Menez e l’arte del disagio irresistibile

Un capitolo a parte merita l’interpretazione di Bernard Menez. Nel ruolo di Gilbert, Menez incarna il prototipo dell’antieroe rozeriano: un uomo che si prende troppo sul serio in un contesto che non lo richiede affatto. Le sue dinamiche con le tre ragazze sono una miniera d’oro di commedia sottile. Gilbert è lo straniero nel paradiso delle ragazze, colui che cerca di imporre regole e programmi (come la disastrosa gita in barca) in un mondo che vive di pura improvvisazione.

La bravura di Menez sta nel non rendere mai Gilbert una macchietta. Nonostante la sua goffaggine e il suo persistente senso di inadeguatezza, proviamo per lui una profonda tenerezza. È l’uomo che cerca di essere all’altezza di un’idea di mascolinità che le ragazze hanno già abbondantemente superato con la loro libertà spontanea. Le tre protagoniste, dal canto loro, offrono performance di un naturalismo sbalorditivo; sembra quasi di spiare dal buco della serratura un vero gruppo di amiche, dimenticando che ci sono delle luci e un fonico a pochi metri da loro.

Luci, ombre e il rumore del mare: l’estetica del grezzo

Dal punto di vista tecnico, Du côté d’Orouët possiede una bellezza materica e priva di orpelli. La fotografia utilizza la luce naturale della costa atlantica per creare immagini che sembrano acquerelli sbiaditi dal sale. Non c’è la ricerca dell’inquadratura “bella” in senso convenzionale; c’è la ricerca dell’inquadratura “giusta” per catturare un movimento o uno sguardo. La grana della pellicola aggiunge un senso di nostalgia immediata, come se stessimo guardando dei vecchi filmini di famiglia girati da un genio.

Il sonoro gioca un ruolo cruciale. Il rumore del vento che distorce le voci, lo sciacquio costante delle onde, il cigolio delle porte della villa: tutto concorre a creare un’immersione sensoriale totale. Rozier non usa la musica per manipolare le emozioni; lascia che sia l’ambiente a dettare la melodia del film. Quando la musica appare, è spesso diegetica, legata a un giradischi o a un momento di danza condivisa, rafforzando l’idea di un cinema che non vuole imporre nulla, ma solo accogliere.


Un’analisi tematica: la malinconia del ritorno

Sotto la superficie scintillante e divertente, Du côté d’Orouët nasconde una riflessione profonda sulla fine delle cose. Settembre è il mese crudele della cinematografia francese: è il mese in cui l’estate muore e il dovere chiama. Rozier esplora la tensione tra la libertà assoluta della vacanza e la prigione invisibile della vita lavorativa. Quando il capo delle ragazze appare sulla spiaggia, non è solo un personaggio; è il simbolo della realtà che viene a reclamare le sue vittime.

La villa di Orouët diventa così un’isola che non c’è, un luogo protetto dove le gerarchie sociali e di genere vengono temporaneamente sospese. La crudeltà leggera con cui le ragazze trattano Gilbert è anche un modo per esorcizzare l’autorità maschile che dovranno subire una volta tornate a Parigi. Il film ci dice che la felicità non è un obiettivo, ma un intervallo, un momento di “fuori tempo” che paghiamo con la nostalgia.

Considerazioni finali: un tuffo dove l’acqua è più vera

Du côté d’Orouët è un film che non si guarda, si abita. È un’esperienza che richiede pazienza e una certa predisposizione d’animo, ma che ripaga con una sensazione di pienezza vitale che raramente si trova sul grande schermo. Jacques Rozier ha creato un’opera che è l’antitesi del cinema industriale: è lungo, divaga, non spiega nulla e si conclude lasciandoti con un nodo alla gola e il desiderio improvviso di comprare un biglietto del treno per il mare.

Consiglio la visione di questo capolavoro a chi ama il cinema di Eric Rohmer ma cerca qualcosa di meno cerebrale e più carnale, agli amanti della Nouvelle Vague che vogliono scoprire il suo lato più autentico e meno “posato”, e a chiunque senta il peso della routine quotidiana. In un mondo che corre sempre più veloce, fermarsi per due ore e mezza a guardare tre ragazze che pescano gamberetti tra le dune non è una perdita di tempo; è un atto di resistenza poetica. Rozier ci ricorda che la vita accade negli intervalli, tra una battuta e l’altra, mentre aspettiamo che la marea si ritiri. È un film immenso nella sua apparente piccolezza, un tesoro che continua a brillare di una luce propria, immune al passare dei decenni.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel vedere queste vite ordinarie nobilitate dallo sguardo di un regista che le ama incondizionatamente. Du côté d’Orouët non è solo un film sull’estate; è il film sull’estate della vita, quella che ricordiamo sempre con un sorriso un po’ triste, sapendo che non potremo mai davvero tornare “da quella parte”.

A chi lo vedrà per la prima volta: non cercate la storia. Cercate il vento. Lo troverete in ogni inquadratura.

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