I delfini è un film del 1960 diretto da Francesco Maselli.

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Nell’anno in cui Federico Fellini incantava il mondo con la sua dolce vita romana, Francesco Maselli portava la cinepresa in provincia per raccontare l’altra faccia del miracolo economico italiano. “I delfini” è un affresco spietato e disilluso di una generazione di “figli di papà” persi tra l’arroganza del privilegio e il vuoto dell’anima. Con le interpretazioni magnetiche di Tomas Milian e Claudia Cardinale, scopriamo perché questa pellicola del 1960 è ancora oggi una radiografia perfetta dei vizi della nostra società.

Introduzione

Nell’immaginario collettivo, il cinema italiano degli anni Sessanta è spesso dominato dalle luci abbaglianti delle metropoli. Eppure, esiste un sottobosco di opere capaci di analizzare con bisturi affilatissimo un mondo che stava cambiando. I delfini, diretto da Francesco Maselli nel 1960, si inserisce esattamente in questo solco, offrendo un ritratto al vetriolo di quella borghesia provinciale che, inebriata dal progresso industriale, galleggiava in un mare di privilegio e noia.

Presentato alla XXI edizione della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il film rappresenta un punto di svolta per la cinematografia d’autore di quel decennio. Affidandosi a un cast corale di assoluto rilievo che comprende, tra gli altri, Tomas Milian, Claudia Cardinale, Gérard Blain, Betsy Blair, Anna Maria Ferrero, Sergio Fantoni e Antonella Lualdi, Maselli compone una sinfonia amara e disincantata. La pellicola, che vanta un punteggio IMDb di 6.7/10, non cerca mai la compiacenza dello spettatore. Al contrario, lo sfida, lo costringe a guardare attraverso le vetrine del Caffè Meletti di Ascoli Piceno – la città in cui il film è ambientato e interamente girato – per osservare le miserie umane celate dietro gli abiti eleganti. L’opera si propone di decostruire il mito della ricchezza, dimostrando come l’agio materiale possa spesso coincidere con una profonda miseria morale.

La Trama

La narrazione si snoda all’interno delle mura di una città di provincia dell’Italia centrale, un microcosmo chiuso dove tutti si conoscono e dove le differenze di classe sono marcate a fuoco. Qui si muovono “i delfini”, un gruppo di giovani altolocati destinati a ereditare i cospicui patrimoni lasciati dai genitori. Questi ragazzi trascorrono le proprie giornate in una perenne e insopportabile inattività, dividendo il tempo tra feste ripetitive e relazioni amorose squallide.

Il fragile equilibrio del gruppo viene scosso quando entrano in scena figure estranee alla loro cerchia. Da un lato c’è Fedora, una ragazza povera che brama con tutte le sue forze di essere accettata in quel mondo mondano. Dall’altro lato troviamo Mario, un coscienzioso medico di città che cerca di persuadere Fedora ad allontanarsi da quella società corrotta.

Fedora, accecata dall’ambizione, rimane incinta e riesce a farsi sposare dal ricco Alberto De Matteis. Ma le dinamiche in una società fondata sull’esclusione sociale sono spietate. Maselli ci conduce attraverso le vicende intrecciate di questi personaggi: c’è Anselmo, incapace di ribellarsi e intrappolato al fianco di Marina, una ragazza che dovrà finire in clinica per curare l’alcolismo; c’è la Contessa Cherè, una donna non più giovane in declino finanziario. In un crescendo di ipocrisie e matrimoni falliti nell’arco di appena un anno, il film traccia l’inevitabile collasso delle loro vuote illusioni.

L’Analisi e il Commento

Il vero pregio de I delfini risiede nella sua impeccabile costruzione formale. La regia di Francesco Maselli è chirurgica, fredda e quasi entomologica. Il regista osserva i suoi personaggi rifiutandosi categoricamente di empatizzare con la loro futilità ed evidenziando la loro inutilità.

A livello visivo, l’opera è un trionfo. La fotografia in bianco e nero di Gianni Di Venanzo, su pellicola 35 mm, è un manuale di come la luce possa definire la psicologia di una storia. Di Venanzo riesce a rendere i salotti sfarzosi dei veri e propri luoghi claustrofobici, chiudendo l’orizzonte in una gabbia di eleganza. La sua luce modella i volti degli attori trasformandoli in maschere tragiche che spesso celano un vuoto interiore profondo.

Il montaggio, affidato al maestro Ruggero Mastroianni, asseconda perfettamente l’indolenza dei protagonisti. Non ci sono ritmi frenetici o stacchi vertiginosi; il montaggio indugia con coraggio sui silenzi, perché è proprio lì, nei vuoti comunicativi, che si consuma il dramma della gioventù borghese. La colonna sonora di Giovanni Fusco fa da sapiente e malinconico contrappunto musicale a questo inarrestabile declino esistenziale.

La sceneggiatura, firmata da Ennio De Concini, Aggeo Savioli, lo stesso Maselli e supportata dalla preziosa collaborazione di Alberto Moravia, è letteraria e affilata. I dialoghi, pur riflettendo la banalità della routine borghese, servono in realtà a nascondere le reali intenzioni di individui intrappolati in un perenne, cinico gioco di ruolo.

Infine, le performance attoriali sono il fulcro su cui si regge l’impalcatura drammatica. Tomas Milian regala un’interpretazione magistrale nei panni di Alberto De Matteis, un cattivo egocentrico, arrogante e padrone di una rombante Ferrari 250 GT California spider. Accanto a lui, Claudia Cardinale incarna con grandissima carica drammatica il personaggio di Fedora Santini. Altrettanto memorabili sono le performance dei comprimari: Gérard Blain tratteggia un patetico e sconfitto Anselmo Foresi, Antonella Lualdi, recitando in via del tutto eccezionale con la propria voce, interpreta la fredda sorella Elsa, mentre Betsy Blair dona grande dignità e un velo di tragica pietà alla decadente Contessa Margherita Cherè. Emerge inoltre il brillante lavoro di doppiaggio dell’epoca, che vede talenti immensi come Paolo Ferrari e Riccardo Cucciolla prestare le voci ai protagonisti.

Le Tematiche

Sotto il suo intreccio, I delfini esplora tematiche di scottante e perenne rilevanza. La tematica centrale è senza dubbio l’inganno spietato della mobilità sociale. Il film demolisce l’illusione che la ricchezza faticosamente acquisita possa annullare le differenze di classe e garantire l’accettazione. La borghesia cittadina è disposta ad ammettere i ceti inferiori solo come mero passatempo temporaneo, pronta a sputarli via e a umiliarli non appena si stanca del gioco.

Un altro tema fondamentale è la perdita dell’innocenza e il vuoto generazionale vertiginoso dei figli dell’alta borghesia. I giovani sono prigionieri del proprio benessere, anestetizzati dalle loro posizioni privilegiate e destinati a rovinare le proprie vite a causa di una radicata, inscalfibile mediocrità. Maselli opera così una feroce critica al privilegio di classe e alle fondamenta della società pre-sessantottina.

Vi è poi una forte componente allegorica nell’uso ragionato dello spazio, in particolare la vetrata del celebre bar. Il locale funge da esibizione teatrale e punto di esposizione alla pubblica piazza: guardare fuori dal Caffè Meletti significa marcare il proprio territorio e stabilire una distanza insormontabile tra la ristretta cerchia elitaria e i cittadini esclusi da quel benessere dorato.

Conclusione

I delfini non è una visione consolatoria o rassicurante. È un’esperienza cinematografica densa che, rinunciando ai moralismi didascalici, riesce a mettere permanentemente in stato d’accusa un’intera classe sociale e un preciso momento storico italiano. L’equilibrio sottile e tagliente tra l’oggettiva ricercatezza tecnica dell’esecuzione – dalla regia di Maselli all’incredibile fotografia di Di Venanzo – e la valutazione soggettiva della squallida miseria dei suoi protagonisti rende la pellicola un tassello irrinunciabile per tutti i veri cultori della settima arte.

Consiglierei caldamente la visione di questa intensa pellicola drammatica da 110 minuti a chiunque ami il grande cinema italiano e preferisca le narrazioni stratificate in cui l’analisi psicologica travolge le mere logiche e dinamiche di trama. In definitiva, il film di Maselli rimane un’opera viscerale, visivamente splendida e tematicamente implacabile, capace di scoperchiare ipocrisie e falsità senza tempo. Un autentico gioiello oscuro che continua a scuotere e interrogare le nostre coscienze.

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