La prima notte di quiete è un film del 1972 diretto da Valerio Zurlini.

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La prima notte di quiete: L’inverno dell’anima in una provincia senza via d’uscita

Immaginare la riviera romagnola avvolta in una coltre di grigiore autunnale, ostile e respingente, è forse il primo, grande atto di coraggio visivo e narrativo compiuto da Valerio Zurlini. Quando il regista parmigiano firma La prima notte di quiete nel 1972, il cinema italiano è profondamente immerso nelle tensioni politiche o nella commedia di costume. Zurlini, invece, insieme allo sceneggiatore Enrico Medioli, sceglie una strada radicalmente diversa, quasi anacronistica: quella del decadentismo romantico, dell’introspezione psicologica più feroce, costruendo un racconto che si nutre di silenzi, sguardi abbassati e occasioni perdute.

L’arrivo a Rimini del professor Daniele Dominici segna l’inizio di una discesa in un microcosmo borghese soffocante. Dominici è un uomo svuotato, un aristocratico della delusione che ha rinunciato alla poesia e alla vita attiva per rifugiarsi in un impiego precario come supplente di liceo. Il suo non è un eroismo tragico, ma una rassegnazione pacata. La sua esistenza si trascina tra una relazione logora e disperata con la compagna Monica, e le notti passate ad osservare la varia umanità che popola i biliardi e le bische clandestine della città.

Un cast di anime alla deriva

Zurlini dimostra un’abilità chirurgica nella direzione degli attori, riuscendo a estrarre da ciascuno di loro la nota più amara e nascosta. Alain Delon, spogliato dell’aura del bel gangster invincibile che lo aveva reso celebre nei polar francesi, offre qui l’interpretazione definitiva della sua carriera. Il suo Daniele Dominici parla con gli occhi, con la postura curva sotto il famoso cappotto di cammello, con quella stanchezza ontologica di chi ha già visto la fine del proprio film personale. È un uomo che si avvicina alla rovina con l’eleganza di chi non ha più nulla da perdere.

A scuotere questo torpore è l’incontro con Vanina Abati, una sua studentessa interpretata da una giovanissima e diafana Sonia Petrovna. Vanina è portatrice di un fascino ferito, un angelo caduto intrappolato in una ragnatela di relazioni tossiche. È controllata a vista da una madre ambigua e calcolatrice, una sempre maestosa Alida Valli, e legata a Gerardo, un fidanzato ricco, arrogante e brutale, cui presta il volto un efficacissimo Adalberto Maria Merli. L’attrazione tra Daniele e Vanina non è la classica fiammata di passione giovanile, ma piuttosto il riconoscersi di due solitudini, due naufraghi che si aggrappano l’uno all’altra nella speranza, forse vana, di un riscatto.

A fare da contorno a questa tragedia dei sentimenti, Zurlini dipinge un affresco impietoso della provincia italiana. È la generazione dei “vitelloni” che è invecchiata male, incattivita dal cinismo e dalla noia. Tra questi spicca Spider, magistralmente interpretato da Giancarlo Giannini. Medico fallito e intellettuale cinico, Spider è lo specchio deformato di Dominici: capisce tutto, analizza tutto, ma è troppo codardo o troppo assuefatto al vizio per salvarsi. Completano il quadro figure come Marcello, un Renato Salvatori laido e disperato, e la già citata Lea Massari nei panni di Monica, che in poche scene riesce a trasmettere tutto il peso di un amore diventato una prigione umiliante. Insomma, un ecosistema sociale in cui si perpetua quella noia di provincia che ti fa credere che passare la notte a perdere milioni a carte, mentre bevi whisky scadente e litighi per un sorpasso, sia l’apice incontrastato del glamour romantico.

La geometria del vuoto: Fotografia e messa in scena

Il senso di ineluttabilità che permea l’intero film non sarebbe così potente senza l’apporto fondamentale dei reparti tecnici. La fotografia di Dario Di Palma è, senza mezzi termini, una lezione di stile. Di Palma rinuncia a qualsiasi calore cromatico, optando per una palette dominata da toni lividi, verdi marci, blu spenti e grigi metallici. La luce naturale dell’inverno romagnolo penetra a fatica attraverso finestre perennemente appannate o sporche di salsedine. Ogni inquadratura di Zurlini è studiata con un rigore geometrico che schiaccia i personaggi: spesso sono relegati ai margini dell’inquadratura, sovrastati da architetture fasciste fredde e squadrate, o persi su spiagge desolate che sembrano confondersi con un mare color piombo.

Questo paesaggio visivo disperante è cullato in modo superbo dalla colonna sonora di Mario Nascimbene. Le musiche non sono mai invadenti, ma si insinuano sotto pelle grazie a partiture jazzistiche malinconiche, dove l’uso della tromba sordinata diventa il lamento interiore del protagonista. Nascimbene lavora per sottrazione, creando atmosfere sospese che accompagnano le lunghe passeggiate solitarie di Delon, enfatizzando il silenzio assordante di una città in letargo.

La sceneggiatura stessa, densa di riferimenti letterari e artistici (da Stendhal a Piero della Francesca), non scade mai nella pedanteria. Zurlini integra l’arte come strumento per svelare la psicologia dei personaggi, come nella memorabile sequenza in cui Dominici spiega a Vanina la “Madonna del Parto” di Monterchi, trasformando una lezione di storia dell’arte in una dichiarazione d’amore e in un doloroso rimpianto per una maternità e una purezza negate.

Tra l’incudine della critica e il trionfo nelle sale

Al momento della sua uscita, La prima notte di quiete ebbe un percorso peculiare. Il pubblico italiano lo accolse con un successo clamoroso e inaspettato, attratto dal fascino tenebroso di Delon e da un melodramma che, pur essendo intellettuale, toccava corde emotive universali. In Francia, con il titolo Le Professeur, divenne un vero e proprio trionfo al botteghino.

La critica dell’epoca, invece, si divise nettamente. Alcuni recensori, allineati a un cinema più ideologico e politicamente impegnato, bollarono il film come un esercizio di stile decadente, accusando Zurlini di un estetismo fine a se stesso e di aver indugiato troppo sui tormenti della ricca borghesia senza offrire una reale critica sociale. Altri, più lungimiranti, ne colsero immediatamente la portata esistenziale e l’audacia formale. Oggi, il tempo ha agito da galantuomo, spazzando via le polemiche miopi e restituendo all’opera il suo status di pietra miliare del cinema d’autore europeo, ammirato per la sua coerenza visiva e la sua spietata lucidità emotiva.

Curiosità sul film

  • Il significato del titolo: Il titolo del film deriva da una frase che il personaggio di Dominici attribuisce a Johann Wolfgang von Goethe, e fa riferimento alla morte, vista non come una tragedia, ma come la prima vera occasione per trovare la pace dopo le tempeste della vita (la “prima notte di quiete”, appunto).
  • Due galli nel pollaio: Il set fu tutt’altro che una passeggiata. Valerio Zurlini, noto per il suo carattere intransigente e la sua visione autoriale ferrea, entrò in forte rotta di collisione con Alain Delon. L’attore francese, che era anche co-produttore della pellicola, era abituato a dettare legge sui set. Gli scontri furono proverbiali, soprattutto riguardo all’aspetto trasandato che il regista pretendeva da lui.
  • Il montaggio conteso: A causa di questi attriti produttivi, esistono due versioni del film. Quella italiana, voluta da Zurlini, dura circa 132 minuti ed è quella che riflette la visione originale dell’autore, più cupa e compassata. Per il mercato francese, Delon impose un suo montaggio, tagliando oltre venti minuti di pellicola. Rimosse molte delle pause riflessive e modificò il tono del finale, rendendo il ritmo più incalzante ma sacrificando gran parte del respiro poetico dell’opera.
  • Il cappotto iconico: Il lungo cappotto di pelo di cammello indossato da Delon per quasi tutto il film è diventato un’icona assoluta di stile della storia del cinema. L’attore se lo portò da casa: era un suo capo d’abbigliamento personale e Zurlini decise che era perfetto per trasmettere il senso di trascuratezza ed eleganza decaduta del professore.

In conclusione, l’opera di Valerio Zurlini rimane un’esperienza cinematografica totalizzante, che non si limita a raccontare una storia, ma ti impregna dei suoi umori freddi e della sua disperata ricerca di senso. Non c’è consolazione in questa Rimini invernale, solo la presa d’atto che certe ferite dell’anima non possono essere curate, ma solo sopportate con dignità. Un ritratto dolente, supportato da una perizia tecnica ineccepibile e da interpreti in stato di grazia, che continua a parlarci a distanza di decenni della fragilità dei nostri desideri.

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