Eleanor the Great è un film del 2025 diretto da Scarlett Johansson

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Eleanor the Great: Il coraggio di mentire per non scomparire

L’esordio alla regia è sempre un momento cruciale per un attore o un’attrice di fama mondiale. C’è chi sceglie la via dell’epica spettacolare per dimostrare di saper gestire budget faraonici, e chi, come Scarlett Johansson, decide di spogliarsi di ogni orpello visivo per concentrarsi esclusivamente sul materiale umano. Presentato in concorso nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes del 2025, Eleanor the Great è un’opera che sceglie il passo lento e ragionato della commedia drammatica di stampo classico, una pellicola che sembra respirare l’aria del cinema indipendente americano degli anni Novanta, quello fatto di interni polverosi, dialoghi fitti e sentimenti complessi. Johansson, con una maturità inaspettata per una debuttante dietro la macchina da presa, si mette completamente al servizio della storia e dei suoi attori, rinunciando a virtuosismi registici per cercare una verità emotiva scomoda ma profondamente autentica.

Il peso del lutto e l’invenzione di un passato

Al centro della narrazione, scritta con intelligenza e misura dalla sceneggiatrice Tory Kamen, troviamo Eleanor Morgenstein. Eleanor ha novantaquattro anni, vive in Florida ed è una donna dal carattere spigoloso, ironica, ribelle e orgogliosamente priva di filtri. La sua quotidianità, serena e abitudinaria, viene spazzata via dalla morte di Bessie, la sua migliore amica e coinquilina da dodici anni. Improvvisamente sola, Eleanor è costretta a trasferirsi a New York per vivere con la figlia Lisa e il nipote Max. Ma la metropoli è fredda, la famiglia è troppo presa dai propri ritmi frenetici e l’anziana donna si ritrova parcheggiata in un centro comunitario ebraico, invisibile al mondo. È qui che avviene il cortocircuito narrativo e morale del film.

Per un banale equivoco, Eleanor finisce in un gruppo di supporto per sopravvissuti alla Shoah. Invece di chiarire l’errore, cede alla tentazione: inizia a raccontare la drammatica storia di sopravvivenza della defunta Bessie spacciandola per propria. Non lo fa per malizia, né per ottenere un vantaggio materiale, ma per il disperato bisogno umano di essere vista, ascoltata e accolta. In una società che tratta gli anziani come mobilio ingombrante, appropriarsi di un trauma inimmaginabile diventa il pass-partout per ritrovare un posto nel mondo. È un furto d’identità eticamente indifendibile, certo, ma Johansson e Kamen sono abilissime nel non giudicare mai la loro protagonista, lasciando che sia lo spettatore a fare i conti con l’ambiguità delle sue azioni. Dopotutto, quanti di noi non hanno mai ingigantito un aneddoto a una cena per non sembrare la persona più noiosa della tavolata? Eleanor porta solo questa dinamica a un livello pericolosamente alto.

Il castello di bugie si complica quando questa finta testimonianza cattura l’attenzione di Nina, una diciannovenne studentessa di giornalismo, anch’essa persa nel labirinto di un lutto recente. Tra la novantaquattrenne e la ragazza nasce un’amicizia improbabile e tenerissima, un legame tra due generazioni che cercano disperatamente una bussola emotiva.

Un cast in stato di grazia: il ciclone June Squibb

Se Eleanor the Great riesce a tenersi in equilibrio sul filo del rasoio, evitando di precipitare nel melodramma ricattatorio o nella farsa grottesca, il merito è quasi interamente di June Squibb. A novantacinque anni compiuti durante le riprese, l’attrice regala una performance che definire straordinaria sarebbe riduttivo. La sua Eleanor è dispettosa, vulnerabile, furba e dotata di un tempismo comico micidiale. Squibb recita con tutto il corpo, ma è soprattutto nei primissimi piani che il suo talento esplode: nei suoi occhi velati di malinconia scorgiamo il peso del senso di colpa che lotta con l’ebbrezza di essere finalmente al centro dell’attenzione. È un’interpretazione ricca di sfumature, dove l’ironia pungente diventa uno scudo per proteggere un cuore spezzato.

A farle da perfetto controcanto c’è la giovane Erin Kellyman nel ruolo di Nina. La Kellyman offre una prova sottile e misurata, prestando il volto a una ragazza schiacciata dalla perdita della madre e dal silenzio di un padre emotivamente assente. Proprio il padre di Nina è interpretato da un sempre solido Chiwetel Ejiofor (nei panni di Roger, un noto anchorman televisivo), che rappresenta la razionalità e il cinismo del mondo adulto, incapace di elaborare il dolore se non nascondendolo sotto il tappeto della carriera. Completano il quadro Jessica Hecht (Lisa, la figlia di Eleanor), bravissima nel restituire la frustrazione e l’affetto di chi deve gestire un genitore ingombrante, e la commovente Rita Zohar nei flashback dedicati a Bessie.

La regia invisibile e la scrittura dell’anima

Dal punto di vista della messa in scena, Scarlett Johansson sceglie una “regia invisibile”. Non ci sono carrelli elaborati, né angolazioni ardite. La macchina da presa è uno strumento empatico che si limita a osservare, mettendosi ad altezza d’uomo e lasciando respiro agli attori. È una scelta stilistica precisa, che denota una grande fiducia nel materiale umano a disposizione. Questa compostezza visiva esalta la sceneggiatura di Tory Kamen, capace di gestire l’argomento delicatissimo della Shoah senza mai banalizzarlo.

Il film affronta il tema della memoria e di come le storie che decidiamo di raccontare finiscano per definire chi siamo. Johansson ci interroga sul diritto al dolore: la sofferenza di Eleanor per la perdita di un’amicizia può essere paragonata al trauma storico di un genocidio? Ovviamente no, ma il bisogno di calore umano è universale. La regia bilancia i toni con grande delicatezza, passando da momenti di pura commedia brillante (specialmente nei battibecchi tra madre e figlia) a sequenze di silenzi gravidi di tensione emotiva.

Luce d’autunno e melodie sussurrate

Il comparto tecnico supporta perfettamente questa visione intimista. La fotografia, affidata alla sapiente esperienza della direttrice della fotografia francese Hélène Louvart (già celebre per i suoi lavori con Alice Rohrwacher e Wim Wenders), dipinge una New York lontana dalle cartoline turistiche. È una città dai toni morbidi, autunnali, giocata sulle sfumature dei marroni, degli ocra e dei grigi. Gli interni, dai piccoli appartamenti ai saloni del centro comunitario, sono illuminati in modo da risultare avvolgenti ma sottilmente opprimenti, riflettendo lo stato d’animo di personaggi intrappolati nelle proprie bugie e nei propri ricordi.

Le musiche originali di Dustin O’Halloran si inseriscono in questo contesto con estrema eleganza. Evitando arrangiamenti orchestrali invadenti, O’Halloran opta per partiture minimaliste basate su pianoforte e archi leggeri. È una colonna sonora che non cerca mai di forzare la lacrima, ma che si limita ad accompagnare dolcemente i personaggi nei loro momenti di riflessione solitaria, diventando una presenza costante e rassicurante come il battito di un orologio in una stanza silenziosa.

Ricezione: tra applausi e dibattiti morali

L’accoglienza di Eleanor the Great da parte di critica e pubblico, fin dalla sua presentazione e per tutto il resto dell’anno d’uscita, è stata affascinante e polarizzata. Il pubblico ha risposto con grande calore, abbracciando l’umanità imperfetta della protagonista e supportando il film nelle sale molto più di quanto ci si aspetterebbe da un’opera così delicata. Il passaparola ha funzionato, trasformandolo nel classico “film da consigliare ai genitori”, ma capace di parlare anche alle generazioni più giovani in cerca di connessioni.

La critica, invece, si è divisa su due fronti. I detrattori hanno accusato il film di essere eccessivamente convenzionale nella struttura, quasi “da manuale”, e di aver smussato troppo gli angoli di un dilemma morale che avrebbe meritato un trattamento più ruvido e punitivo. D’altro canto, i sostenitori hanno elogiato proprio questa scelta di non ergersi a giudici, lodando l’empatia della pellicola e celebrando all’unanimità l’incantevole chimica tra June Squibb e Erin Kellyman. Più che sulle risposte, il film si regge sulle domande che pone, ed è questo che lo ha reso un oggetto di profonda discussione all’uscita dai cinema.

Curiosità sul film

  • Un sogno covato da tempo: Scarlett Johansson non si è improvvisata regista dall’oggi al domani. Ha dichiarato in più occasioni che il desiderio di dirigere è nato quando aveva appena dodici anni, sul set del celebre film L’uomo che sussurrava ai cavalli di Robert Redford. Osservare Redford dirigere se stesso e gli altri attori le fece capire che un giorno avrebbe voluto stare dietro la telecamera. C’è voluto quasi un trentennio, ma il momento è arrivato.
  • Autenticità assoluta: Per le sequenze all’interno del gruppo di supporto del centro comunitario ebraico, Johansson e la produzione hanno voluto evitare qualsiasi rischio di insensibilità. Hanno collaborato a stretto contatto con la USC Shoah Foundation e hanno scelto di scritturare dei veri sopravvissuti all’Olocausto per i ruoli secondari. Quando questi personaggi condividono le loro memorie sullo schermo, la finzione scompare per lasciare spazio a un frammento di pura e straziante storia orale.
  • Una sceneggiatura radicata nella realtà: Tory Kamen ha tratto forte ispirazione dalle esperienze della sua stessa famiglia per scrivere le dinamiche tra la protagonista e i suoi parenti, infondendo nei dialoghi un senso di realismo domestico che è impossibile da falsificare.

In conclusione, Eleanor the Great è un debutto registico solido e pieno di grazia. Scarlett Johansson dimostra di aver assorbito le lezioni dei grandi autori con cui ha lavorato nella sua lunga carriera, scegliendo la via della sottrazione per raccontare una storia densa di emozioni. Ci ricorda che l’età avanzata non spegne i desideri, le paure o la capacità di commettere errori madornali, e che a volte, dietro l’azione più ingiustificabile, si nasconde solo un disperato grido d’aiuto. Una pellicola che scalda il cuore senza mai cadere nella trappola del sentimentalismo spicciolo, nobilitata da una June Squibb che domina la scena con l’energia di un’esordiente affamata di vita.

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