Esiste un peso specifico nel cinema horror contemporaneo che pochi registi riescono a maneggiare senza restarne schiacciati: quello dell’opera seconda dopo un debutto folgorante. Zach Cregger, che nel 2022 aveva lasciato il pubblico stordito con l’imprevedibilità di Barbarian, si è presentato al 2025 con una sfida ancora più ambiziosa. Weapons non cerca di replicare la formula del suo predecessore, ma ne espande i confini, trasformando il terrore in un’opera polifonica che deve tanto a Paul Thomas Anderson quanto a Clive Barker. È un’opera che scava nelle viscere di una cittadina della Pennsylvania, Maybrook, per estrarne un’oscurità che sembra quasi tangibile, densa come l’umidità di una notte d’agosto.
La critica si è divisa, com’era prevedibile di fronte a una struttura così frammentata, ma il pubblico ha risposto con un entusiasmo viscerale, segno che c’è ancora fame di storie capaci di osare. Cregger, qui in veste di sceneggiatore e regista, dimostra una maturità nella scrittura che va oltre il semplice jump scare. Costruisce un puzzle in cui le tessere non si incastrano mai dove ti aspetteresti, portando lo spettatore a chiedersi non “cosa succederà?”, ma “come siamo arrivati a questo?”.
Al centro di questa spirale troviamo un Josh Brolin in stato di grazia. Il suo Archer Graff è un uomo la cui fatica è scritta nelle rughe del volto; Brolin recita con una fisicità pesante, quasi opprimente, incarnando perfettamente il dolore di un padre che si muove in un mondo che ha smesso di avere senso alle 2:17 di una notte qualunque. È interessante notare come l’attore sia riuscito a far dimenticare l’ombra di Pedro Pascal, inizialmente previsto per il ruolo, infondendo nel personaggio una gravità diversa, meno “eroica” e molto più stropicciata dalla vita. Al suo fianco, Julia Garner conferma di essere una delle attrici più versatili della sua generazione. Nel ruolo della maestra Justine Gandy, la Garner gioca con una vulnerabilità che nasconde una forza d’urto inaspettata; la sua capacità di comunicare il terrore attraverso minimi cambiamenti dell’espressione oculare è un punto di forza tecnico non indifferente.

La sceneggiatura di Cregger è un meccanismo a orologeria. Invece di seguire un unico protagonista, ci costringe a saltare da una prospettiva all’altra, coinvolgendo attori del calibro di Benedict Wong e Alden Ehrenreich in segmenti che inizialmente sembrano slegati. È una scelta rischiosa, che richiede attenzione costante, ma che ripaga nel terzo atto quando i fili si ricongiungono in modo brutale. La fotografia di Larkin Seiple merita una menzione d’onore: Seiple abbandona i colori pop che lo hanno reso celebre in altri lavori per abbracciare una tavolozza di neri profondi e luci fioche, quasi ambrate, che rendono la cittadina di Maybrook un personaggio a sé stante, claustrofobico nonostante gli spazi aperti. C’è una qualità quasi granulosa nelle immagini, un ritorno a un’estetica che richiama il thriller degli anni ’90 ma con una consapevolezza tecnica moderna.
Gli effetti speciali e il trucco, curati con una predilezione per il pratico rispetto al digitale, sono dosati con intelligenza. Non assistiamo a un festival del gore fine a se stesso; ogni ferita, ogni manifestazione dell’orrore ha un peso emotivo. In un’epoca in cui la CGI spesso svuota di significato la violenza, vedere la matericità di certe scene in Weapons è un sollievo per chi ama il cinema “fatto a mano”. Certo, ogni tanto Cregger si compiace un po’ troppo della sua stessa complessità, rischiando di far perdere la bussola allo spettatore meno paziente. Diciamolo: a volte sembra che il regista voglia dimostrare di essere il più bravo della classe, dimenticandosi che ogni tanto un respiro in più non guasterebbe. Ma è un peccato veniale per un film che respira cinema in ogni fotogramma.

Un aspetto che colpisce è come il titolo, Weapons, diventi gradualmente un concetto astratto. Le armi non sono solo pistole o coltelli; sono le parole non dette, i traumi ereditati, le colpe dei padri che ricadono sui figli con la precisione di un proiettile. È un film profondamente tecnico nella sua esecuzione ma squisitamente emotivo nel suo sottotesto. Non si esce dalla visione intatti. La colonna sonora, curata dallo stesso Cregger con i fratelli Holladay, utilizza frequenze basse che lavorano sul sistema nervoso dello spettatore, creando un senso di ansia che non ti abbandona nemmeno durante i titoli di coda.
Passando ai dettagli che faranno la gioia degli appassionati, c’è una curiosità legata proprio alla gestione del set: Cregger è ossessionato dalla veridicità delle reazioni. In una scena chiave che coinvolge Benedict Wong, il regista ha cambiato il posizionamento di un elemento scenico all’ultimo secondo, senza avvisare l’attore, per catturare un’espressione di autentico disorientamento. È questo tipo di dedizione che eleva il prodotto finale. Inoltre, il numero “2:17”, che ricorre ossessivamente nel film, non è casuale: è l’ora esatta in cui Cregger ha terminato la prima stesura della sceneggiatura, un piccolo omaggio personale al processo creativo.
Il giudizio complessivo non può che essere positivo, pur con le riserve legate a una durata che sfiora le due ore e mezza, forse eccessiva per un horror, ma giustificata dalla natura corale dell’opera. Non siamo di fronte a un film facile, di quelli che si guardano mentre si controlla il telefono. Weapons esige silenzio e attenzione, ricompensandoli con un’esperienza che si insinua sotto la pelle. Non userò termini abusati per descriverlo, ma posso dire con certezza che se cercate un cinema che non vi tratti da spettatori passivi, questa è la pellicola che fa per voi. È un film sporco, cattivo e tecnicamente ineccepibile.

Pro:
- Recitazione di alto livello: Josh Brolin e Julia Garner offrono performance stratificate che elevano il materiale di genere.
- Struttura narrativa audace: La scelta della coralità e del montaggio non lineare tiene alta la tensione e premia lo spettatore attento.
- Estetica visiva: La fotografia di Larkin Seiple crea un’atmosfera unica, rendendo l’oscurità quasi tangibile.
- Effetti pratici: Un uso sapiente del trucco e degli effetti fisici che dona realismo e peso emotivo alle scene più dure.
Contro:
- Ritmo a tratti faticoso: La durata complessiva e la complessità dei salti temporali potrebbero scoraggiare il pubblico in cerca di un horror più immediato.
- Eccessivo autocompiacimento: In alcuni passaggi, la regia sembra voler sottolineare troppo la propria originalità, perdendo un briciolo di fluidità.
In definitiva, Zach Cregger ha dimostrato che il successo di Barbarian non era un caso isolato. Weapons è un’opera matura, un noir travestito da horror che riflette sulle cicatrici della società americana con una ferocia inusuale. Se si esclude quel monumento intoccabile che è Quarto potere, è raro trovare film così densi di significato nel panorama produttivo attuale. È un’esperienza cinematografica che lascia addosso un senso di malinconia mista a terrore, proprio come Maybrook dopo quella fatidica notte di sparizioni. Non è un film per tutti, ma è esattamente il film di cui il genere aveva bisogno per ricordarci che l’orrore, quello vero, nasce sempre da ciò che amiamo di più.


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