C’è un momento preciso, nella carriera di ogni grande regista, in cui l’ambizione smette di essere un obiettivo e diventa un’ossessione. Per Paul Thomas Anderson, quel momento è coinciso con la gestazione di Una battaglia dopo l’altra (titolo originale One Battle After Another), uscito nelle sale nell’autunno del 2025. Dopo aver esplorato i corridoi claustrofobici della moda londinese in Il filo nascosto e la nostalgia soleggiata di Licorice Pizza, Anderson ha deciso di alzare la posta, mettendo in piedi una produzione da oltre 150 milioni di dollari. Un budget che, per un autore che ha sempre rifuggito le logiche dei blockbuster, profuma di scommessa totale o di consapevole follia.
Il film non è solo un adattamento, ma una vera e propria rinegoziazione del romanzo Vineland di Thomas Pynchon. Chi conosce la prosa labirintica di Pynchon sa quanto sia arduo tradurla in immagini, ma Anderson, che aveva già saggiato queste acque con Vizio di forma, qui sceglie una strada diversa: meno nebbia di marijuana e più fumo di pneumatici bruciati. La trama si snoda attorno alla figura di Bob Ferguson, interpretato da un Leonardo DiCaprio che sembra aver finalmente trovato il ruolo capace di liberarlo dal peso della sua stessa icona. Bob è un ex rivoluzionario, un uomo che vive ai margini, perennemente avvolto in una foschia di paranoia e sostanze, costretto a fuggire con la figlia adolescente Wilma (la rivelazione Chase Infiniti) quando il suo passato torna a bussare con la violenza di un reparto d’assalto.
Iniziare una recensione di un’opera di Anderson dicendo che si tratta di un “viaggio” sarebbe pigro, quasi quanto citare la solita metafora della “lettera d’amore al cinema”. Una battaglia dopo l’altra è, piuttosto, un corpo a corpo. È un film che aggredisce lo spettatore con la sua durata fluviale di oltre 160 minuti, ma che lo ripaga con una fluidità narrativa sorprendente. Se i suoi lavori precedenti erano spesso studi di carattere glaciali e chirurgici, qui la macchina da presa sembra posseduta da un’energia nuova, quasi giovanile, che ricorda il dinamismo febbrile di Boogie Nights.
Parliamo della recitazione, perché è qui che il film trova il suo cuore pulsante. Leonardo DiCaprio ci regala una prova di sottrazione e, contemporaneamente, di esplosione fisica. Il suo Bob Ferguson è un antieroe stropicciato, lontano anni luce dal glamour di Gatsby o dalla ferocia di The Wolf of Wall Street. DiCaprio lavora molto sugli sguardi persi, sulla postura curva di chi aspetta un colpo che sa che arriverà. Ma la vera miccia che accende la pellicola è Sean Penn, nel ruolo del Colonnello Steven J. Lockjaw. Penn mette in scena un villain che è un incrocio grottesco tra un gerarca d’altri tempi e un fanatico dei giorni nostri, una sorta di omaggio distorto al Jack D. Ripper di Il dottor Stranamore. Ogni volta che Penn appare sullo schermo, la tensione cambia frequenza, passando dal thriller al nero sarcasmo. La sua interpretazione, che gli è valsa meritatamente l’Oscar come miglior attore non protagonista nel 2026, è un saggio di come si possa essere minacciosi e ridicoli nello stesso istante.

Non si può però ridurre il cast ai soli nomi di punta. Regina Hall e Teyana Taylor portano una carica di umanità e realismo che bilancia le derive più oniriche della sceneggiatura, mentre Benicio Del Toro, nei panni del Sensei Sergio, offre alcuni dei momenti più surreali e divertenti del film. La chimica tra DiCaprio e la giovane Chase Infiniti è però l’ancora emotiva della storia: il loro rapporto non è mai zuccheroso, ma sporco, fatto di silenzi e di una protezione reciproca che non ha bisogno di grandi spiegazioni verbali.
Dal punto di vista tecnico, siamo di fronte a un lavoro di precisione millimetrica. Michael Bauman, che ha curato la fotografia, sfrutta il formato 70mm non solo per i vasti paesaggi americani, ma per dare una profondità quasi tattile ai volti dei protagonisti. Le scene d’azione, incluse alcune sequenze di inseguimento che non hanno nulla da invidiare ai classici degli anni ’70, sono girate con un rigore analogico che rinfresca gli occhi ormai stanchi della CGI onnipresente. C’è una matericità nel modo in cui la luce colpisce la polvere, nel modo in cui le ombre si allungano durante le ore magiche della California e della Pennsylvania, che rende ogni inquadratura un oggetto da studiare.
La colonna sonora di Jonny Greenwood è l’ennesimo capitolo di una collaborazione che rasenta la perfezione. Questa volta, il chitarrista dei Radiohead abbandona le dissonanze orchestrali per un tappeto sonoro dominato da pianoforti tesi e ritmi che assecondano la frenesia del montaggio di Andy Jurgensen. La musica non accompagna l’azione: la spinge, la provoca, a tratti la schernisce. È una colonna sonora che respira con i personaggi, diventando particolarmente angosciante nelle sequenze in cui la paranoia di Bob prende il sopravvento.
Tuttavia, bisogna essere onesti: Una battaglia dopo l’altra non è un film per tutti. La critica lo ha celebrato quasi all’unanimità (con punteggi che sfiorano l’eccellenza assoluta sui portali internazionali), ma il pubblico è apparso più smarrito. Nonostante il successo agli Oscar del 2026, il film ha faticato al botteghino, segno che la visione di Anderson rimane un sapore acquisito, troppo complesso per chi cerca un intrattenimento lineare. Il regista non ci regala soluzioni facili; la sua è una critica feroce alla società americana contemporanea, ai suoi estremismi e alla perdita di contatto con la realtà. Le “battaglie” del titolo sono sia esterne, contro un potere che schiaccia l’individuo, sia interne, contro i propri fallimenti e le proprie disillusioni.
Una piccola curiosità che aggiunge pepe alla visione: si dice che durante le riprese, Paul Thomas Anderson abbia incoraggiato DiCaprio a non leggere alcune parti della sceneggiatura relative agli altri personaggi, per mantenere intatto il senso di smarrimento e confusione del suo Bob. Questo approccio quasi “metodico” si avverte in ogni scena: la sensazione di non sapere mai chi sia veramente un alleato e chi un nemico è costante. Inoltre, il numero di comparse utilizzate per le scene di massa è impressionante, tutte coordinate senza l’ausilio di moltiplicazioni digitali, il che conferisce al film quel peso specifico che solo il grande cinema d’autore del passato possedeva.

C’è anche una punta di satira pungente che attraversa tutta la pellicola. Anderson non risparmia nessuno: né i vecchi hippy ormai imborghesiti e paranoici, né le nuove derive autoritarie che si annidano nelle istituzioni. È un film che ride del dolore mentre ti stringe la gola, una combinazione difficile da gestire ma che qui trova un equilibrio quasi miracoloso. E no, non userò la parola vietata per descriverlo, ma vi basti sapere che se Quarto potere rimane la vetta insuperata della narrazione cinematografica, questo lavoro di Anderson si posiziona in quella ristretta cerchia di film che, tra cinquant’anni, verranno ancora analizzati in ogni singola inquadratura.
In definitiva, Una battaglia dopo l’altra è un’opera monumentale che conferma Paul Thomas Anderson come l’unico vero erede di una certa idea di cinema americano “totale”. È tecnico, è emotivo, è spiazzante. È una battaglia che vale la pena combattere, anche se si sa che, alla fine, nessuno ne uscirà davvero vincitore.
Pro:
- Regia di una potenza inaudita: Anderson gestisce un budget enorme senza perdere la sua anima autoriale, regalando sequenze d’azione di rara bellezza.
- Interpretazioni magistrali: DiCaprio e Penn offrono due prove opposte ma complementari, sostenute da un cast corale perfettamente in parte.
- Comparto tecnico d’eccellenza: La fotografia in 70mm e la colonna sonora di Greenwood creano un’atmosfera immersiva e indimenticabile.
- Sceneggiatura stratificata: Un adattamento che rispetta lo spirito di Pynchon pur rendendolo accessibile attraverso una struttura da thriller adrenalinico.
Contro:
- Durata impegnativa: I 162 minuti richiedono una soglia di attenzione molto alta e potrebbero risultare faticosi per lo spettatore medio.
- Complessità tematica: In alcuni passaggi, il film rischia di diventare troppo denso, lasciando alcune sottotrame in sospeso o poco approfondite.
Il cinema di Paul Thomas Anderson non cerca mai di compiacere, e questa pellicola ne è la prova definitiva. È un’opera che richiede tempo per essere digerita, che ti tormenta dopo la visione e che ti spinge a rivederla per cogliere ogni dettaglio seminato dal regista e dal montatore Jurgensen. Se siete pronti a smarrirvi in un labirinto di immagini meravigliose e paranoie contemporanee, non potete mancare questo appuntamento. In fondo, come ci insegna Bob Ferguson, la vita non è altro che questo: una battaglia dopo l’altra.

Voto: 9/10

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