Esiste una forma di coraggio molto particolare nel cinema contemporaneo, ed è quella di chi decide di tornare sul luogo del delitto — o meglio, del successo — dopo che sono passati tre decenni. Edward Burns, l’eterno ragazzo del Queens che nel 1995 sconvolse il Sundance con un budget ridicolo e una valigia piena di dialoghi brillanti, ha scelto il 2025 per regalarci The Family McMullen. Non chiamatelo semplicemente sequel; è piuttosto una rinegoziazione dei termini con la vita, un’opera che guarda negli occhi la mezza età senza abbassare lo sguardo, ma con quel mezzo sorriso di chi sa che, in fondo, l’unica cosa che è cambiata davvero è la marca della birra in frigorifero.
Il film si apre non con un grande evento, ma con un’atmosfera: quella luce calda e leggermente granulosa di Long Island che il direttore della fotografia William Strouse cattura con una naturalezza disarmante. Strouse, collaboratore storico di Burns, evita accuratamente ogni patinatura digitale eccessiva, preferendo un approccio che esalti le rughe dei protagonisti e la polvere sui mobili di una casa che sembra aver assorbito ogni segreto della famiglia. Non ci sono più i ragazzi che litigavano per chi dovesse sposare chi; ci sono uomini che devono capire come non divorziare o, peggio, come non diventare estranei ai propri figli.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Burns, è un piccolo miracolo di equilibrio. Se nel 1995 il tema era la fuga dalle radici cattoliche e dalle aspettative paterne, qui il focus si sposta sulla responsabilità della trasmissione. Jack (interpretato da un Jack Mulcahy che sembra aver vissuto davvero ogni singolo giorno dei trent’anni trascorsi), Barry (Edward Burns) e Patrick (Mike McGlone) si ritrovano per il funerale di un parente, ma l’evento luttuoso è solo il pretesto per scatenare una serie di reazioni a catena. Burns scrive dialoghi che sono musica per chi ama il cinema parlato: veloci, sovrapposti, ricchi di quel sarcasmo difensivo tipico della cultura irlandese-americana. È onesto ammettere che, a tratti, la struttura può apparire ripetitiva per chi non è un fan sfegatato del suo stile, ma c’è una sincerità di fondo che impedisce al film di risultare banale.

Dal punto di vista della recitazione, il ritorno del cast originale è la vera forza del film. Mike McGlone porta sullo schermo un Patrick che è diventato lo specchio dei suoi stessi errori giovanili, ora alle prese con una crisi di fede che non riguarda più i dogmi della Chiesa, ma la tenuta morale del proprio matrimonio. Jack Mulcahy, nei panni del fratello maggiore, offre la prova più dolente: il suo sguardo perso mentre osserva la sua vecchia casa è uno dei momenti tecnicamente più alti della pellicola, capace di trasmettere il peso del tempo senza bisogno di una riga di dialogo. Edward Burns, nel ruolo di Barry, mantiene quel carisma rilassato, ma con una punta di malinconia in più. La sua evoluzione da scrittore cinico a uomo che cerca di dare un senso alla parola “eredità” è gestita con una misura che evita accuratamente la retorica del “vissero felici e contenti”.
Interessante è anche il modo in cui Burns integra le nuove generazioni. I figli dei McMullen non sono macchiette o accessori narrativi, ma servono a riflettere ai padri le loro stesse contraddizioni. Qui si innesta una riflessione tecnica sulla sceneggiatura: Burns non cerca di mimare il linguaggio dei ventenni di oggi, ma mette in scena lo scontro tra il suo mondo fatto di telefonate e incontri al pub e quello di ragazzi che navigano in una realtà fluida che i padri faticano a decifrare. È una scelta di onestà intellettuale che paga, rendendo i conflitti credibili e mai forzati.
La critica si è divisa tra chi ha lodato il ritorno alla semplicità del cinema indipendente e chi, invece, ha lamentato una certa mancanza di “sorprese” visive. Tuttavia, chi va a vedere un film di Edward Burns cerca esattamente questo: un porto sicuro fatto di buone conversazioni, conflitti familiari e quella sensazione di essere seduti al tavolo con loro. Il pubblico, stando ai dati delle prime settimane, ha risposto con un calore inaspettato, dimostrando che c’è ancora spazio per storie che non hanno bisogno di esplosioni o universi condivisi per parlare al cuore della gente.
Tra le curiosità che circolano sulla produzione, spicca il fatto che Burns abbia preteso di girare in alcune delle location originali del film del 1995, inclusa la cucina della sua vera famiglia. Questo ha creato un corto circuito emotivo non solo per gli attori, ma anche per i residenti della zona, che hanno visto la troupe tornare dopo trent’anni come in una sorta di rimpatriata di classe. Inoltre, il budget, pur essendo superiore a quello dell’esordio, è rimasto volutamente contenuto per mantenere quel controllo creativo che Burns ha sempre difeso con le unghie e con i denti. Diciamocelo: l’unico posto più affollato di una chiesa irlandese a Natale è la coscienza di un McMullen che ha appena commesso un peccato veniale, e Burns lo sa benissimo.

Un plauso va anche alla scenografia, che riesce a raccontare la storia di questi trent’anni attraverso i dettagli: una foto sbiadita, un trofeo sportivo impolverato, la scelta dei colori delle pareti che passano dai toni vivaci della giovinezza a un beige più riflessivo e maturo. Non c’è nulla di casuale in The Family McMullen. Anche la scelta della colonna sonora, che evita i successi pop del momento per rifugiarsi in un rock acustico molto intimo, contribuisce a creare quella bolla temporale in cui i personaggi sembrano sospesi.
Certamente, non siamo davanti a un’opera che riscrive le regole del montaggio o che sperimenta angolazioni di ripresa rivoluzionarie. Se cercate il rigore formale e la grandiosità di un Quarto potere, siete nel cinema sbagliato. Burns è un artigiano della parola e della recitazione naturalistica. Il suo montaggio, curato insieme a un team di fedelissimi, asseconda il ritmo della conversazione, permettendo agli attori di respirare e allo spettatore di sentirsi parte del gruppo. È un cinema emotivo che si serve della tecnica con estrema discrezione.
In un’epoca in cui si cerca sempre il “nuovo” a tutti i costi, The Family McMullen ci ricorda che a volte la cosa più rivoluzionaria è sedersi e ascoltare qualcuno che ha qualcosa di onesto da dire sulla propria vita. Non è un capolavoro (parola che, come sappiamo, appartiene a pochissimi eletti), ma è un film necessario, solido e profondamente umano. È la prova che Edward Burns non ha mai smesso di essere quel ragazzo del Queens, solo che ora ha capito che le risposte che cercava da giovane non erano fuori, ma proprio lì, in quella cucina affollata di Long Island.
Pro:
- Cast originale in stato di grazia: La chimica tra Mulcahy, McGlone e Burns è rimasta intatta, regalando una veridicità rara.
- Sceneggiatura brillante: Dialoghi serrati, sagaci e mai banali che confermano il talento di Burns per la parola scritta.
- Atmosfera autentica: La fotografia di William Strouse e le location reali creano un senso di familiarità immediato.
- Onestà intellettuale: Il film non cerca di essere ciò che non è, offrendo un bilancio della mezza età privo di facili consolazioni.
Contro:
- Ritmo compassato: Per chi non ama il cinema “parlato”, la staticità di alcune scene potrebbe risultare faticosa.
- Mancanza di innovazione formale: Burns resta fedele al suo stile senza concedersi sperimentazioni visive, il che per alcuni potrebbe sembrare un limite.
In definitiva, The Family McMullen è un atto di amore verso i propri personaggi e verso il proprio pubblico. È un film che si prende il tempo di invecchiare insieme a noi, senza paura di mostrare le crepe e i fallimenti. Se avete amato il primo capitolo, troverete in questo sequel la stessa anima, ma con una saggezza che solo il tempo può regalare. Se invece non conoscete la famiglia McMullen, questo è il momento perfetto per sedervi a tavola con loro: c’è sempre posto per un altro peccatore che ha voglia di raccontare la sua storia.
Voto: 7.5/10


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