Parlare di Attenberg significa immergersi in una delle esperienze cinematografiche più singolari e spiazzanti del ventunesimo secolo. Uscito nel 2010, il film di Athina Rachel Tsangari è diventato immediatamente uno dei pilastri della cosiddetta “Greek Weird Wave”, quella corrente cinematografica greca che, nello stesso periodo di Dogtooth di Yorgos Lanthimos, ha scosso il panorama internazionale con uno stile visivo asettico, narrazioni ai limiti dell’assurdo e un’indagine quasi clinica sul comportamento umano. Il titolo stesso è un errore, un refuso linguistico che nasce dalla storpiatura del cognome di David Attenborough, il celebre divulgatore scientifico e naturalista britannico. Questo dettaglio non è solo una curiosità, ma costituisce la chiave di lettura dell’intera opera: la protagonista, Marina, osserva la specie umana con lo stesso distacco, la stessa curiosità e la stessa perplessità con cui un biologo osserverebbe il rituale di accoppiamento di una strana specie di volatili in un documentario della BBC.
Marina ha ventitré anni e vive in una città industriale costruita appositamente per i lavoratori di una fabbrica di alluminio, un non-luogo sospeso tra le montagne e il mare, caratterizzato da un’architettura modernista che sembra aver fallito la sua promessa di utopia sociale. È un paesaggio cementificato, geometrico e quasi deserto, che riflette perfettamente lo stato interiore della protagonista. Marina prova una profonda repulsione per l’essere umano inteso come animale sociale e sessuale. Per lei, il contatto fisico è un enigma fastidioso, le convenzioni sociali sono recite prive di senso e l’idea stessa del desiderio le risulta aliena, quasi disgustosa. La sua unica connessione autentica è con il padre, Spyros, un architetto che sta morendo di cancro e che rappresenta, metaforicamente, il fallimento di quella generazione che ha cercato di costruire la Grecia moderna sulle fondamenta del progresso industriale.
La narrazione si sviluppa lungo tre assi principali che si intrecciano senza mai cercare il facile sentimentalismo. Il primo è il rapporto tra Marina e la sua unica amica, Bella. Bella è l’opposto di Marina: è espansiva, sessualmente attiva, perfettamente integrata in quei meccanismi biologici che Marina rifiuta. Le scene tra le due donne sono tra le più iconiche del film: si sfidano in lezioni di baci che sembrano esperimenti di laboratorio, o si lanciano in passeggiate sincronizzate e coreografie assurde lungo i viali deserti della città. Queste camminate, ispirate ai movimenti degli animali o ai balletti meccanici, sono un modo per le protagoniste di riappropriarsi di uno spazio pubblico altrimenti morto, trasformando l’alienazione in una forma di espressione teatrale e giocosa. È un cinema che lavora molto sulla postura, sul gesto ripetuto e sulla decostruzione del linguaggio quotidiano.
Il secondo asse è la scoperta della sessualità attraverso l’incontro con uno straniero, interpretato paradossalmente proprio da Yorgos Lanthimos. L’approccio di Marina al sesso non ha nulla di romantico o erotico nel senso tradizionale. È una negoziazione maldestra, un tentativo di decodificare un codice che tutti sembrano conoscere tranne lei. Le conversazioni tra i due sono spoglie, ridotte all’essenziale, e mettono in luce l’incapacità della parola di colmare il vuoto esistenziale. Marina si avvicina all’altro con la cautela di un predatore o la goffaggine di un cucciolo, cercando di capire se quel “rumore” che gli altri chiamano passione sia qualcosa di reale o solo una finzione collettiva.
Il terzo asse, forse il più profondo e malinconico, è il commiato dal padre. Spyros sta morendo e, con lui, muore un’idea di mondo. Il dialogo tra padre e figlia è intriso di un’ironia amara e di una tenerezza ruvida. Spyros confessa il suo fallimento come architetto e come cittadino, descrivendo la loro città come un monumento alla bruttezza e all’inutilità. Attraverso questa sottotrama, Tsangari lancia una critica feroce ma sottile alla Grecia contemporanea, un paese che nel 2010 stava sprofondando in una crisi economica e d’identità senza precedenti. Il crollo del corpo di Spyros diventa il simbolo del crollo di un sistema sociale e politico che ha smesso di funzionare, lasciando i giovani come Marina a vagare tra le macerie di sogni altrui.

Visivamente, Attenberg è un film di una pulizia estrema. La fotografia sfrutta le linee dure del cemento e la luce fredda del paesaggio industriale per creare inquadrature che sembrano quadri di arte contemporanea. La regista evita i movimenti di macchina spettacolari, preferendo inquadrature fisse che obbligano lo spettatore a osservare i personaggi come se fossero sotto un vetrino da microscopio. Questo distacco formale, tuttavia, non impedisce al film di risultare incredibilmente vitale. La colonna sonora gioca un ruolo fondamentale in questa vitalità: l’uso dei brani dei Suicide o di Françoise Hardy irrompe nella monotonia del silenzio industriale, regalando momenti di ribellione sonora che sottolineano l’energia repressa della protagonista. La musica diventa l’unico linguaggio che Marina non ha bisogno di analizzare razionalmente; è qualcosa che agisce direttamente sul suo sistema nervoso, spingendola a muoversi, a gridare, a esistere.
Uno degli aspetti più affascinanti di Attenberg è come riesca a parlare di morte e alienazione con un senso dell’umorismo sottile e surreale. Non è una commedia, ma c’è un’ironia costante nel modo in cui Marina imita i versi degli animali o nel modo in cui le due amiche si scambiano insulti ritmati. Questo umorismo serve a disinnescare la pesantezza dei temi trattati, creando una distanza di sicurezza che permette di esplorare l’orrore della perdita e il vuoto dell’esistenza senza cedere al nichilismo. È un film che celebra la stranezza come forma di resistenza: Marina è “strana” perché non accetta di recitare una parte che non sente sua, perché preferisce la verità di un documentario sugli scimpanzé alla finzione di una vita sociale preconfezionata.
In definitiva, l’opera di Tsangari è una riflessione sull’antropologia della solitudine. Ci dice che, nonostante tutti i nostri sforzi per costruire città, leggi e sovrastrutture morali, restiamo creature biologiche governate da impulsi primordiali e destinate alla decomposizione. Ma ci dice anche che in questa nostra natura animale risiede una bellezza grezza e una possibilità di connessione che va oltre le parole. Marina impara a stare al mondo non diventando “normale”, ma accettando la propria natura di osservatrice partecipante. Quando alla fine il documentario finisce e le luci si accendono, resta la consapevolezza che la vita è un esperimento bizzarro, spesso doloroso, ma che merita di essere osservato fino all’ultimo fotogramma. Attenberg non è solo un film sulla Grecia o su una ragazza confusa; è un film sulla fatica di essere umani in un mondo che sembra aver dimenticato come si fa.
È una pellicola che richiede pazienza e apertura mentale, perché non offre risposte consolatorie. Non c’è una redenzione finale nel senso classico, né un improvviso innamoramento che risolve tutti i problemi. C’è solo la prosecuzione di un’esistenza che è diventata un po’ più consapevole della propria fragilità. Per chi ama il cinema che sfida le convenzioni e che usa l’estetica per scavare nella psicologia, questo film resta una tappa obbligatoria, un viaggio visionario che trasforma una desolata cittadina industriale nel palcoscenico di una delle più originali educazioni sentimentali mai viste sullo schermo.


Rispondi