Rapsodia satanica è un film del 1917 diretto da Nino Oxilia.
L’universo del cinema muto italiano custodisce gemme che, a distanza di oltre un secolo, non hanno perso un grammo del loro fascino ipnotico. Tra queste, Rapsodia satanica non è semplicemente un film, ma un esperimento totale, un’opera d’arte che fonde pittura, musica, poesia e recitazione in un unico, decadente respiro. Uscito nel 1917, nel pieno del tormento della Grande Guerra, questo lavoro diretto dal giovane e sfortunato Nino Oxilia rappresenta l’apice e, paradossalmente, il canto del cigno del “divismo” italiano, un’epoca in cui il volto di una donna poteva fermare il tempo e la macchina da presa era uno strumento per evocare fantasmi più che per documentare la realtà.
L’estetica del Decadentismo in fotogrammi
Per comprendere appieno la portata di questa pellicola, dobbiamo immergerci nell’atmosfera culturale dell’epoca. L’Italia dei primi del Novecento era impregnata di estetismo dannunziano. La bellezza era considerata un valore assoluto, spesso tragico, e la morte era il contrappunto necessario a ogni eccesso di vita. Rapsodia satanica incarna perfettamente questo spirito. Il film narra la storia dell’anziana contessa Alba d’Oltrevita, la quale, chiusa nel suo castello che somiglia a un mausoleo di memorie, stipula un patto con Mefisto: riavere la giovinezza perduta in cambio della rinuncia all’amore.
Non è un caso che il nome della protagonista sia Alba d’Oltrevita. Già nel nome risiede l’ossimoro del film: una rinascita (l’alba) che però appartiene a un regno non umano, oltre la vita naturale. Quando la contessa accetta lo scambio, la sua trasformazione non è solo narrativa, ma visiva. Grazie a un uso sapiente dei costumi e delle scenografie, Alba diventa una creatura preraffaellita, una figura che sembra uscita da un quadro di Burne-Jones o di Klimt. La regia di Oxilia non si limita a inquadrare gli attori, ma compone ogni scena come se fosse una tela. Le architetture Liberty della villa (la celebre Villa Grock a Imperia e altri scorci piemontesi) fanno da cornice a una recitazione che oggi definiremmo esasperata, ma che all’epoca era pura espressione dell’anima.

Il corpo di Lyda Borelli: Un’opera d’arte semovente
Il pilastro su cui poggia l’intera architettura del film è Lyda Borelli. Definirla semplicemente “attrice” sarebbe riduttivo. La Borelli era un’icona, un fenomeno sociale talmente pervasivo da generare il termine “borellismo”: le donne dell’epoca cercavano di imitare le sue pose languide, il suo modo di torcersi drammaticamente, i suoi sguardi persi nel vuoto. In Rapsodia satanica, la sua performance raggiunge vette di astrattismo quasi coreografico.
La Borelli non cammina, fluttua. I suoi gesti sono carichi di un simbolismo che trascende la trama. Ogni movimento delle mani, ogni inclinazione del capo è studiata per dialogare con le ombre circostanti. È affascinante notare come, nonostante il patto col diavolo le restituisca la bellezza esteriore, la sua Alba rimanga una figura spettrale, segnata da una malinconia incurabile. La bellezza, nel mondo di Oxilia, non è mai gioia, ma una condanna a osservare il disfacimento del mondo da una posizione privilegiata e solitaria. La Borelli incarna la “donna fatale” ma anche la vittima del proprio desiderio di immortalità, un paradosso che rende il film ancora oggi incredibilmente moderno nella sua esplorazione della vanità.
La partitura di Pietro Mascagni: Il suono dell’anima
Un elemento che eleva Rapsodia satanica al di sopra della produzione cinematografica coeva è la sua colonna sonora. Non si tratta di un accompagnamento musicale generico, come accadeva spesso nei cinema dell’epoca, dove un pianista o una piccola orchestra improvvisavano sui temi classici. Qui siamo di fronte a un evento storico: Pietro Mascagni, uno dei compositori più celebri d’Europa, accettò di scrivere una partitura originale e sincronizzata con le immagini.
Mascagni non considerava il cinema un’arte minore. Si applicò al compito con una dedizione quasi maniacale, lavorando fotogramma per fotogramma per far sì che la musica non solo sottolineasse l’azione, ma ne diventasse la voce. Il termine “Rapsodia” nel titolo non è un vezzo letterario, ma una dichiarazione d’intenti formale. La musica segue i fluttuanti stati emotivi di Alba, passando da momenti di lirismo assoluto a esplosioni orchestrali che evocano la presenza sinistra di Mefisto. È, di fatto, uno dei primi esempi di musica per film concepita come opera unitaria. Vedere il film oggi con l’esecuzione orchestrale dal vivo della partitura mascagniana è un’esperienza sensoriale che annulla il secolo trascorso, rendendo il muto più “parlante” di qualsiasi film sonoro moderno.
Il colore come emozione: Il restauro della Cineteca di Bologna
Uno dei motivi per cui il film colpisce ancora oggi l’occhio contemporaneo è il suo uso del colore. All’epoca, il colore nel cinema non era ottenuto con processi chimici moderni, ma attraverso tecniche artigianali come l’imbibizione, il viraggio e il pochoir (la colorazione a mano dei singoli fotogrammi con dei pennellini o mascherine).
Il restauro curato dalla Cineteca di Bologna ha restituito al pubblico la gamma cromatica originale, che è tutt’altro che realistica. I colori di Rapsodia satanica sono espressionisti. Quando la passione divampa, la pellicola si tinge di un rosso sangue; quando domina la malinconia o il mistero, subentrano i blu profondi e i verdi acquatici. Questo uso del colore trasforma il film in una fantasmagoria, un sogno a occhi aperti dove la realtà è costantemente filtrata dalla percezione alterata della protagonista. I veli della Borelli che cambiano tonalità mentre danza nel giardino sono uno dei punti più alti della sperimentazione visiva del cinema delle origini.

In conclusione, riscoprire Rapsodia satanica oggi significa confrontarsi con un’idea di cinema che non esiste più: un cinema che non voleva spiegare, ma incantare; che non cercava il realismo, ma la verità del sogno. È un’esperienza che richiede pazienza e abbandono ai sensi, lasciandosi trasportare dal ritmo della partitura di Mascagni e dalle onde dei veli di Lyda Borelli. Un capolavoro di bellezza funerea che, nonostante i cent’anni passati, continua a sussurrarci quanto sia pericoloso, eppure irresistibile, cercare di restare giovani per sempre a discapito dell’anima.

L’Histoire d’un Pierrot è un film muto prodotto nel 1914 dalla romana “Italica Ars”, realizzato negli stabilimenti romani della “Celio Film” – una consociata della “Cines” – e diretto dal regista Baldassarre Negroni.
Nel panorama del cinema muto italiano, il 1914 rappresenta un anno di straordinaria fertilità creativa, un momento in cui l’industria cinematografica romana stava gettando le basi per un’estetica che avrebbe influenzato il mondo intero. In questo contesto nasce L’Histoire d’un Pierrot, un’opera che non è soltanto un film, ma un raffinato esperimento di fusione tra arti diverse: la pantomima, la musica e la nuova grammatica dell’immagine in movimento. Prodotto dalla “Italica Ars” e girato negli stabilimenti della “Celio Film”, il lavoro di Baldassarre Negroni si distacca dalle produzioni epiche dell’epoca per abbracciare una dimensione intima, poetica e profondamente malinconica.
Il linguaggio della pantomima sonora
L’elemento che rende questo film un unicum storico è il suo rapporto simbiotico con la musica. A differenza di molte pellicole coeve dove l’accompagnamento era lasciato alla sensibilità del pianista in sala, L’Histoire d’un Pierrot venne concepito come una trascrizione cinematografica della celebre pantomima di Mario Costa. Il regista Negroni impose una sfida tecnica enorme per l’epoca: gli attori dovevano recitare seguendo rigorosamente il ritmo della musica, che veniva suonata direttamente sul set durante le riprese.
Questa scelta trasformò il film in una sorta di “balletto cinematografico”. Ogni gesto, ogni ammiccamento e ogni movimento del corpo non erano lasciati al caso, ma dovevano incastrarsi perfettamente nelle battute musicali di Costa. Il risultato è una fluidità visiva sorprendente, dove la recitazione perde quella legnosità tipica dei primi anni del muto per diventare pura espressione ritmica. In un’epoca senza sonoro sincronizzato, Negroni riuscì a creare un’illusione di armonia uditiva attraverso la sola precisione dei movimenti fisici.
Francesca Bertini: Il volto dietro la maschera bianca
Il cuore pulsante dell’opera è indubbiamente Francesca Bertini. In questo film, la diva per eccellenza del cinema italiano compie una scelta audace: veste i panni maschili di Pierrot. Non si tratta di un semplice travestimento, ma di una prova d’attrice monumentale. La Bertini spoglia la sua recitazione dei manierismi tipici della “femme fatale” per incarnare l’innocenza, il dolore e la fragilità della maschera lunare.
Il volto bianco, segnato solo dal trucco scuro degli occhi, diventa una tela su cui l’attrice dipinge un’intera gamma di emozioni. La sua interpretazione di Pierrot è carica di un’androgina sensualità e di una tristezza metafisica che eleva il personaggio oltre lo stereotipo della Commedia dell’Arte. Al suo fianco, Leda Gys interpreta una Louisette delicata e solare, creando un contrasto visivo perfetto con la figura spettrale e sognante di Pierrot. Il cast è completato da un altro gigante dell’epoca, Emilio Ghione, che prima di diventare celebre per il personaggio di Za La Mort, qui dimostra una versatilità straordinaria nel ruolo di Pochinet.
Una narrazione di luci e ombre
La trama ripercorre i sentieri classici del dramma sentimentale: l’amore tra Pierrot e Louisette, il matrimonio, il tradimento di lui tentato dalle lusinghe della vita mondana e infine il pentimento e il ritorno al focolare, mediato dalla presenza di un figlio. Sebbene il soggetto possa apparire semplice, è la messa in scena di Negroni a nobilitarlo. La regia sfrutta sapientemente gli spazi degli stabilimenti romani, creando scenografie che oscillano tra il realismo borghese e una stilizzazione quasi onirica.
L’uso della luce è fondamentale per sottolineare il passaggio dall’idillio amoroso alla cupa disperazione della solitudine. Le scene in cui Pierrot vaga abbandonato sono piccoli capolavori di composizione figurativa, dove il bianco del costume spicca contro fondali scuri, simboleggiando l’isolamento di un uomo che ha perso la propria stella polare. La narrazione procede per quadri viventi, dove la parola (affidata alle didascalie) è ridotta al minimo indispensabile, poiché è il corpo degli attori a farsi carico di tutto il peso drammatico.
L’eredità di un capolavoro ritrovato
Per molti anni, la memoria di questo film è rimasta confinata ai libri di storia del cinema, fino a quando i restauri moderni non hanno permesso di apprezzare nuovamente la brillantezza delle immagini e la precisione della messa in scena. L’Histoire d’un Pierrot ci ricorda che il cinema delle origini non era solo “sperimentazione primitiva”, ma un’arte consapevole dei propri mezzi espressivi.
Il sodalizio tra Negroni e la Bertini produsse qui uno dei risultati più alti della “Celio Film”, dimostrando come Roma fosse in quegli anni una capitale culturale capace di esportare bellezza e innovazione. Il film rimane una testimonianza preziosa di un modo di fare cinema che cercava la sintesi tra le arti, un sogno di “opera totale” dove la visione e l’ascolto (anche se solo suggerito dal ritmo visivo) si fondevano in un’unica emozione universale. Guardarlo oggi significa riscoprire la poesia di un’epoca in cui bastava un gesto della mano per raccontare il mondo intero.

Assunta Spina è un film del 1915 considerato uno dei film di maggiore successo del cinema muto italiano. All’estero è conosciuto anche con il titolo di Sangue Napolitano. Regia di Gustavo Serena.
La parte della protagonista venne affidata a Francesca Bertini.

Se esiste un titolo che può essere considerato il pilastro su cui poggia l’intera evoluzione del cinema verista italiano, questo è indubbiamente Assunta Spina. Realizzato nel 1915, in un momento in cui l’Europa era sconvolta dai primi boati della Grande Guerra, il film diretto da Gustavo Serena (con l’apporto fondamentale, seppur non sempre accreditato nei documenti ufficiali dell’epoca, della protagonista stessa) rappresenta un punto di rottura definitivo con il cinema “di cartapesta” e i melodrammi altoborghesi che avevano dominato le sale fino a quel momento.
Qui non troviamo eroine preraffaellite chiuse in castelli decadenti, ma una Napoli vibrante, feroce, intrisa di salsedine e passioni popolari. È un’opera che ha saputo viaggiare oltre i confini nazionali, venendo celebrata all’estero con il titolo emblematico di Sangue Napolitano, un nome che ne sottolinea la natura carnale e la forza emotiva viscerale.
Il passaggio dal palcoscenico alla celluloide
L’origine di Assunta Spina risiede nel genio letterario di Salvatore Di Giacomo, che scrisse il dramma teatrale omonimo nel 1909. Portare quest’opera sullo schermo non significava solo adattare una trama, ma trasportare un’intera visione del mondo: quella del verismo napoletano. Di Giacomo non cercava il pittoresco da cartolina, ma la verità nuda e spesso brutale della condizione umana nei quartieri popolari.
La storia è quella di Assunta, una giovane e bellissima donna che gestisce una stireria. Il suo compagno, Michele Boccadifuoco, è un uomo accecato dalla gelosia, un sentimento che nella Napoli di inizio secolo non è solo un affetto distorto, ma una questione di onore sociale. Quando Michele, in un impeto d’ira, sfregia Assunta per punirla di un presunto tradimento, la macchina narrativa si mette in moto verso una tragedia inevitabile. Il film segue il processo a Michele, il patto scellerato che Assunta stringe con il cancelliere del tribunale, Federigo Funelli, per restare vicina al suo uomo, e le conseguenze fatali che scaturiranno da questo sacrificio intriso di peccato.
Francesca Bertini: La rivoluzione del “Naturalismo”
Parlare di Assunta Spina senza immergersi nell’interpretazione di Francesca Bertini sarebbe come analizzare un dipinto ignorandone il colore dominante. La Bertini, all’epoca già una diva acclamata, compì qui un’operazione di decostruzione della propria immagine senza precedenti. Se in altre pellicole era stata la quintessenza dell’eleganza sofisticata, qui si trasforma in una donna del popolo.
La sua Assunta non è una vittima passiva. È una creatura dotata di una fierezza quasi regale, pur indossando abiti modesti e muovendosi tra i panni stesi e i vicoli umidi. La recitazione della Bertini in questo film è stata definita rivoluzionaria: abbandonò le pose plastiche e statiche del “borellismo” per abbracciare un dinamismo realistico. Le sue mani, il modo di sistemarsi lo scialle sulle spalle, il gesto di mordersi il labbro o di scostarsi una ciocca di capelli dal viso sono azioni che conferiscono al personaggio una tridimensionalità quasi moderna.
Si dice che la Bertini abbia preso in mano le redini della regia insieme a Gustavo Serena, curando personalmente la disposizione delle luci e il montaggio, per assicurarsi che ogni fotogramma trasmettesse l’autenticità che lei stessa aveva respirato osservando le donne napoletane nei mercati. È proprio questo “occhio della verità” che ha permesso ad Assunta Spina di invecchiare molto meglio di tanti suoi contemporanei.
Napoli come set a cielo aperto
Uno degli elementi di maggiore successo del film, specialmente agli occhi del pubblico internazionale, fu la scelta radicale di abbandonare i teatri di posa romani per girare gran parte delle scene dal vero a Napoli. Le cineprese di Gustavo Serena catturarono i vicoli affollati, il porto, il mare di Posillipo e la vivacità dei mercati.
Napoli non è un semplice sfondo, ma un personaggio pulsante. La macchina da presa si muove tra la folla, catturando sguardi di passanti reali, bambini che corrono e la luce naturale che taglia le strade strette della città. Questo approccio anticipa di quasi trent’anni le intuizioni del Neorealismo. Vedere Assunta camminare fuori dal tribunale o tra le persone al mercato dà una sensazione di immediatezza documentaristica che all’epoca era sconvolgente. Il film riesce a trasmettere l’odore dell’aria salmastra e il rumore della folla, pur essendo muto, grazie a una composizione dell’inquadratura che sfrutta magistralmente la profondità di campo.
Il codice d’onore e il dramma sociale
Sotto la superficie di un dramma passionale, Assunta Spina nasconde un’analisi acuta delle leggi non scritte che governavano la società del tempo. Il conflitto centrale non è solo tra Assunta e Michele, ma tra l’individuo e una morale collettiva implacabile. Michele non sfregia Assunta perché la odia, ma perché “deve” farlo per non apparire debole agli occhi dei suoi simili.
Il sacrificio di Assunta, che si concede al cancelliere Funelli per far sì che Michele sconti la pena a Napoli e non in una lontana prigione peninsulare, è un atto di devozione estrema che la società condanna ma che la logica del cuore impone. Il film esplora la zona grigia dell’etica popolare, dove il crimine di sangue può essere visto come una necessità e l’adulterio “per amore” come una forma di martirio.
Il finale, che non svelerò nei minimi dettagli per preservarne la potenza visiva, culmina in una scena di espiazione collettiva e individuale che chiude perfettamente il cerchio del Sangue Napolitano. La tragedia si compie nel silenzio dei vicoli, lasciando lo spettatore con un senso di oppressione e bellezza che è tipico della grande arte tragica.
Un successo mondiale: Sangue Napolitano
Il titolo internazionale, Sangue Napolitano, fu una mossa di marketing geniale, ma anche un riconoscimento dell’essenza stessa della pellicola. Negli Stati Uniti e in Sud America, il film divenne il simbolo di una cultura italiana passionale, fiera e profondamente legata alle proprie radici. Gli immigrati italiani vedevano in quelle immagini i luoghi lasciati alle spalle, ma il pubblico straniero restava ipnotizzato dalla forza magnetica della Bertini.
Fu questo film a consacrare definitivamente la Bertini come la “Diva” universale, capace di competere con le star emergenti di Hollywood. La sua capacità di passare dal riso al pianto, dalla seduzione alla disperazione senza mai risultare falsa, divenne un modello di riferimento per intere generazioni di attrici. Il successo economico fu tale da permettere alla casa di produzione di investire in progetti sempre più ambiziosi, ma Assunta Spina rimase insuperata per la sua purezza estetica e narrativa.
La regia contesa: Serena o Bertini?
Nel corso dei decenni, gli storici del cinema hanno a lungo dibattuto su chi fosse il vero “autore” del film. Sebbene i titoli di testa riportino il nome di Gustavo Serena (che nel film interpreta magistralmente Michele Boccadifuoco), Francesca Bertini rivendicò più volte, nelle sue memorie, la paternità artistica dell’opera.
È probabile che si sia trattato di una collaborazione simbiotica. Serena fornì la struttura tecnica e la solidità della messa in scena, mentre la Bertini iniettò nel film quella sensibilità moderna e quel gusto per il dettaglio naturalistico che lo rendono ancora oggi un’opera godibile. La sua supervisione sulla fotografia, che cercava di evitare le luci piatte dell’epoca per prediligere ombre drammatiche e chiaroscuri intensi, fu determinante. In un certo senso, Assunta Spina è il primo grande esempio di film “controllato” dalla sua star, non solo come performer, ma come creatrice d’atmosfere.
L’eredità duratura di un capolavoro
Oggi, guardare Assunta Spina significa riscoprire le radici di un cinema che ha saputo farsi specchio della realtà. Senza la lezione di naturalezza di questo film, difficilmente avremmo avuto le grandi interpretazioni di Anna Magnani o le regie di Vittorio De Sica.
La pellicola è stata oggetto di numerosi restauri che hanno permesso di recuperare la nitidezza delle immagini e, in alcuni casi, le colorazioni d’epoca ottenute tramite l’imbibizione. Rivedere la scena della cena in cui Assunta, Funelli e altri personaggi si ritrovano attorno a un tavolo imbandito, con i gesti semplici del mangiare e del bere che diventano teatro di tensioni psicologiche altissime, è una lezione di cinema puro.
Assunta Spina resta un monumento alla bellezza imperfetta e alla sofferenza nobilitata dall’arte. È il racconto di una donna che, pur travolta dalle onde della vita, non perde mai la propria statura morale, finendo per diventare l’emblema di un popolo che sa soffrire e amare con un’intensità senza pari.
Cenere è un film muto girato nel 1916 diretto ed interpretato da Febo Mari, ed è tratto dall’omonimo romanzo del 1904 della scrittrice Grazia Deledda.
Il 1916 non è un anno qualunque per la storia della cultura europea, e nel cuore di un’Italia ferita dalla guerra, il cinema muto partorisce un’opera che trascende la semplice narrazione per farsi reliquia: Cenere. Diretto e interpretato da Febo Mari, il film è passato alla storia non tanto per le sue innovazioni tecniche, quanto per un evento quasi miracoloso: l’unica apparizione cinematografica di Eleonora Duse, la “Divina”, la donna che aveva rivoluzionato il teatro mondiale e che, a cinquantotto anni, decise di sfidare l’obiettivo della macchina da presa.
Tratto dall’omonimo romanzo di Grazia Deledda, premio Nobel per la letteratura, Cenere è un’opera di sottrazione, un dramma aspro e silenzioso che brucia lentamente come i resti di un incendio, lasciando allo spettatore solo il peso di una colpa ancestrale e l’immagine di una maternità straziata.
L’incontro tra due giganti: Duse e Deledda
Per comprendere la genesi di questo film, bisogna immaginare l’incontro tra due delle donne più influenti della loro epoca. Da un lato, Grazia Deledda, che nel suo romanzo del 1904 aveva distillato l’essenza di una Sardegna arcaica, fatta di destini immutabili e peccati che si tramandano come eredità biologiche. Dall’altro, Eleonora Duse, che cercava nel cinema un nuovo linguaggio per esprimere l’ineffabile.
La Duse non scelse un ruolo da giovane eroina o da femme fatale, come avrebbero fatto le sue colleghe Borelli o Bertini. Scelse Rosalia, una madre povera, derelitta, segnata dal tempo e dal dolore. Questa scelta fu una dichiarazione di guerra al divismo estetizzante dell’epoca. La Duse impose di non essere truccata, voleva che le sue rughe fossero visibili, che il suo volto raccontasse la verità senza i filtri del trucco cinematografico, che all’epoca era pesante e innaturale. Voleva che la pellicola registrasse non la sua bellezza perduta, ma la sua anima nuda.
Il linguaggio del silenzio e il rifiuto del “Borellismo”
Mentre il cinema italiano di quegli anni era dominato dal “borellismo” — fatto di pose plastiche, torsioni teatrali e sguardi languidi rivolti all’obiettivo — Cenere scelse una strada diametralmente opposta: l’austerità. Febo Mari, nel suo doppio ruolo di regista e coprotagonista (nel ruolo del figlio Anania), si mise al servizio della Duse, comprendendo che la sua forza non risiedeva nell’azione concitata, ma nella stasi.
La recitazione della Duse nel film è fatta di mani. Poiché non poteva usare la sua leggendaria voce, l’attrice trasferì tutta l’espressività nei gesti. In molte scene, la vediamo coprirsi il volto con lo scialle o nascondere la testa tra le braccia. È un atto di pudore artistico straordinario: la Duse sottrae il proprio volto allo sguardo dello spettatore per costringerlo a percepire il dolore attraverso la postura del corpo. Le sue mani, nodose e vibranti, diventano le vere protagoniste del film, capaci di accarezzare l’aria con una tenerezza che buca lo schermo.
La trama: Una tragedia di fango e stelle
La storia si dipana attraverso il calvario di Rosalia, una donna che, rimasta incinta fuori dal matrimonio in una Sardegna dove l’onore vale più della vita, si vede costretta a compiere il sacrificio supremo. Per garantire un futuro al figlio Anania, decide di abbandonarlo affidandolo al padre naturale, un uomo di condizione sociale superiore che può dargli un nome e un’istruzione.
Rosalia scompare nell’ombra, rifugiandosi in una solitudine fatta di stenti, mentre Anania cresce ignaro, ma tormentato dal desiderio di ritrovare le proprie radici. Quando ormai è un uomo adulto e prossimo al matrimonio con la giovane Margherita, Anania riesce finalmente a rintracciare la madre. Ma l’incontro non è la catarsi sperata. La povertà di Rosalia, il suo aspetto quasi spettrale e il peso del passato diventano un ostacolo insormontabile per la nuova vita del figlio.
Qui il film tocca vette di pessimismo cosmico: Rosalia capisce che la sua presenza è una macchia che impedisce ad Anania di essere felice. La cenere del titolo non è solo quella dei camini sardi, ma il residuo di un amore materno che, per non distruggere l’oggetto del proprio affetto, deve spegnersi definitivamente. Il suicidio di Rosalia è l’atto finale di un lungo processo di auto-annullamento.

L’ambientazione: Una Sardegna ricreata
Sebbene il film sia ambientato in Sardegna, per ragioni logistiche gran parte delle riprese furono effettuate in Piemonte, tra le montagne del Biellese e la Valle d’Aosta. Tuttavia, la capacità di Febo Mari di evocare l’atmosfera deleddiana è sorprendente. La natura in Cenere non è un semplice fondale decorativo; è un paesaggio dell’anima.
Le rocce aspre, gli alberi battuti dal vento e le case di pietra povera riflettono la durezza interiore dei personaggi. C’è una scena memorabile in cui la Duse vaga solitaria tra i massi, sembrando quasi una parte della montagna stessa. Questa simbiosi tra l’essere umano e la terra è uno dei tratti distintivi del verismo di Deledda, che il film riesce a tradurre visivamente con una potenza che anticipa certe atmosfere del cinema d’autore degli anni Quaranta.
Il fallimento commerciale e il mito eterno
Al momento della sua uscita, Cenere non fu un successo. Il pubblico, abituato ai fasti di Cabiria o alle passioni incendiarie della Bertini, rimase disorientato di fronte a un film così cupo, lento e privo di concessioni allo spettacolo. La critica stessa fu divisa: alcuni non compresero la modernità della Duse, accusandola di essere troppo “statica” per il cinema.
La stessa Eleonora Duse rimase delusa dal risultato finale. In una celebre lettera, definì il film come “quella povera cosa”, convinta che il cinema non fosse riuscito a catturare ciò che lei sentiva internamente. Eppure, con il passare dei decenni, il giudizio si è ribaltato. Oggi Cenere è considerato un documento inestimabile, l’unico ponte rimasto per comprendere la grandezza di un’attrice che ha segnato un’epoca.
Il film è diventato un oggetto di culto per gli storici, una sorta di “testo sacro” del naturalismo cinematografico. Guardare la Duse in Cenere oggi significa osservare la nascita di una recitazione moderna, meno legata alla maschera e più vicina alla verità psicologica del personaggio. La sua interpretazione è un atto di umiltà suprema: una donna che era stata l’idolo dei salotti mondiali accetta di diventare cenere, di farsi da parte per lasciare che la sofferenza umana parli da sola.

Una riflessione finale sulla “Cenere”
Il titolo dell’opera racchiude in sé l’intera filosofia deleddiana: tutto ciò che brucia, che sia passione, peccato o ambizione, è destinato a diventare polvere grigia e fredda. Ma nella cenere resta la memoria del fuoco. Il film di Febo Mari, nonostante la sua brevità e la sua natura di “frammento”, continua a emanare un calore sotterraneo.
È un’opera che richiede un occhio attento, capace di leggere tra le pieghe dello scialle di Rosalia e nei silenzi prolungati di una madre che non ha più parole. Cenere rimane il testamento visivo di un’epoca in cui il cinema stava ancora cercando di capire se poteva essere arte, e grazie alla Duse e a Febo Mari, la risposta fu un sì doloroso e assoluto.
Maciste contro lo sceicco è un film del 1926, diretto da Mario Camerini.

Il 1926 rappresenta un anno di transizione profonda per la storia del cinema, non solo in Italia ma nel mondo intero. Mentre a Hollywood il linguaggio cinematografico si faceva sempre più sofisticato e le grandi star come Douglas Fairbanks dettavano legge nell’immaginario collettivo, l’Italia cercava di mantenere viva la propria gloriosa tradizione produttiva, nonostante una crisi industriale che mordeva i polpacci delle vecchie case di produzione. In questo clima di resistenza culturale e creativa nasce Maciste contro lo sceicco, una pellicola che oggi guardiamo con occhi curiosi non solo per la presenza del “gigante buono” del cinema muto, ma soprattutto perché alla regia troviamo un giovanissimo Mario Camerini.
Camerini, che negli anni Trenta sarebbe diventato il maestro indiscusso della commedia sofisticata e del cosiddetto filone dei “telefoni bianchi”, si cimenta qui con un genere apparentemente distante dalle sue corde future: l’avventura muscolare. Eppure, proprio in questa pellicola, si possono già intravedere quei semi di eleganza narrativa e di ritmo che avrebbero reso il regista uno dei pilastri del cinema italiano.
L’icona immortale: Bartolomeo Pagano
Al centro di tutto c’è lui, Bartolomeo Pagano. Per capire l’impatto di questo attore, dobbiamo spogliarci della nostra sensibilità moderna e immaginare cosa significasse per il pubblico degli anni Venti vedere un uomo con quella fisicità. Pagano non era un attore di accademia; era uno scaricatore di porto del porto di Genova, “scoperto” da Giovanni Pastrone per il kolossal Cabiria nel 1914.
Nel 1926, quando gira questo film, Pagano è ormai un’icona globale. È Maciste, il nome che è diventato sinonimo di forza erculea ma anche di rettitudine morale. In Maciste contro lo sceicco, Pagano incarna perfettamente l’archetipo dell’eroe che non ha bisogno di armi complesse o di strategie politiche: la sua giustizia passa attraverso le sue braccia possenti. È interessante notare come, nonostante gli anni passati dal suo esordio, Pagano conservi una presenza scenica magnetica, capace di riempire l’inquadratura con la sola forza della sua massa muscolare, che però non risulta mai minacciosa per gli innocenti.
La regia di Camerini: Un tocco di modernità
Ciò che eleva questo film sopra la media dei “peplum” o dei film d’avventura dell’epoca è proprio la mano di Mario Camerini. Il regista romano, pur muovendosi all’interno di una struttura narrativa rigida e piena di stereotipi, riesce a conferire al racconto un dinamismo che molti suoi colleghi contemporanei ignoravano.
Camerini gioca con il montaggio e con la profondità di campo, cercando di dare un respiro internazionale alla pellicola. Il film non è una semplice successione di scontri fisici, ma cerca di costruire una tensione drammatica che tiene incollato lo spettatore. Si avverte una volontà di narrare non solo la forza di Maciste, ma anche l’esotismo dei luoghi, la crudeltà dei “cattivi” e la grazia delle figure femminili. È un cinema che sta imparando a diventare “spettacolo” nel senso moderno del termine, cercando di competere con le produzioni d’oltreoceano che stavano invadendo le sale europee.
Esotismo e Orientalismo: Il fascino del deserto
Il titolo del film ci proietta immediatamente in un altrove geografico e culturale che era molto caro al cinema degli anni Venti: l’Oriente misterioso. Sulla scia del successo planetario di Rodolfo Valentino ne Lo Sceicco, anche il cinema italiano decide di esplorare le dune del deserto, le tende lussuose e i mercati affollati.
La trama segue uno schema classico ma efficace: Maciste si ritrova coinvolto in una missione di salvataggio. Una giovane fanciulla è stata rapita e portata nel deserto, prigioniera di uno sceicco spietato. Il nostro eroe deve quindi attraversare territori ostili, affrontare tradimenti e, naturalmente, scontrarsi con le guardie del tiranno.
L’Oriente descritto da Camerini è un Oriente di cartapesta, filtrato da una visione colonialista e romantica tipica dell’epoca, ma visivamente affascinante. Le scenografie cercano di restituire un senso di opulenza e di pericolo, contrapponendo la solarità del deserto alle ombre degli intrighi di palazzo. Maciste, in questo contesto, rappresenta l’elemento di stabilità, il “civilizzatore” che, con la sua forza benevola, riporta l’ordine nel caos di un mondo percepito come selvaggio.
Il contesto industriale: L’ultimo ruggito del muto
Giralto nel 1926, Maciste contro lo sceicco è uno degli ultimi grandi sforzi produttivi del cinema muto italiano prima dell’avvento del sonoro. Siamo in un periodo in cui l’industria nazionale stava tentando di riorganizzarsi sotto l’egida della neonata UCI (Unione Cinematografica Italiana) e di altre realtà che cercavano di contrastare il declino dei profitti.
Maciste era una garanzia. Era un “brand” ante litteram che permetteva di vendere il film in tutto il mondo. Tuttavia, si avverte nel film una sorta di consapevolezza che un’epoca sta per finire. La recitazione, sebbene ancora legata a certi canoni espressivi del muto, si fa più contenuta rispetto alle esagerazioni degli anni Dieci. C’è un’attenzione maggiore alla verosimiglianza delle situazioni, segno che il gusto del pubblico stava evolvendo verso una narrazione più fluida e meno teatrale.
Analisi delle sequenze d’azione
Le scene in cui Maciste dimostra la sua forza sono il fulcro della pellicola. Camerini evita di renderle grottesche, cercando invece di sottolineare l’eroismo della sfida. Vediamo Maciste abbattere porte, sollevare avversari come se fossero piume e resistere a cariche di cavalleria.
L’uso dei cascatori e delle controfigure è ridotto al minimo, poiché Bartolomeo Pagano eseguiva personalmente gran parte delle prove di forza, conferendo al film un’autenticità fisica che ancora oggi stupisce. La macchina da presa di Camerini non rimane statica ad osservare il prodigio, ma si sposta, cerca angolazioni che enfatizzino la grandezza dell’eroe rispetto ai suoi nemici, creando un contrasto visivo che esalta il mito.

L’eredità culturale di Maciste
Perché è importante parlare di questo film oggi? Maciste contro lo sceicco non è solo un reperto archeologico, ma il tassello di una mitologia che avrebbe influenzato profondamente il cinema popolare dei decenni successivi. Senza questo Maciste, non avremmo avuto il revival dei “muscolosi” negli anni Sessanta (i vari Steve Reeves o Gordon Scott), né probabilmente avremmo avuto la stessa concezione dell’eroe d’azione nel cinema di genere italiano.
Inoltre, il film segna l’inizio della scalata di Mario Camerini verso la vetta della regia italiana. Qui il regista impara a gestire le grandi masse, a lavorare con le scenografie imponenti e a dirigere attori dalla forte personalità. È una palestra creativa fondamentale che lo porterà a dirigere capolavori come Gli uomini, che mascalzoni… o Il signor Max.
Conclusione: La polvere e il mito
In definitiva, Maciste contro lo sceicco è un’opera che merita di essere riscoperta non solo dagli studiosi, ma da chiunque ami il cinema come macchina dei sogni. È un film che parla di coraggio, di terre lontane e di una forza fisica che si fa metafora di una forza morale incrollabile. Nonostante i limiti tecnici dell’epoca e una visione del mondo che oggi può apparire datata, il fascino di Bartolomeo Pagano che avanza tra le dune del deserto rimane un’immagine iconica della nostra storia cinematografica.
È il canto di un gigante che, prima di lasciare spazio al parlato e a nuove forme di spettacolo, ha voluto ricordare al mondo che il cinema italiano sapeva ancora creare leggende.

L’Ultima vittima (1913) Regia: Roberto Roberti Produzione: Aquila Films, Torino.
L’anno 1913 rappresenta per il cinema italiano un momento di sfolgorante maturità. Mentre a Roma la Cines dominava il mercato e a Torino la Itala Film di Pastrone si preparava a sconvolgere il mondo con i kolossal, una realtà più agile ma non meno ambiziosa, la Aquila Films, tesseva trame di una modernità sorprendente. In questo alveo produttivo nasce L’Ultima vittima, un’opera che porta la firma di Roberto Roberti, pseudonimo di Vincenzo Leone, un uomo il cui destino artistico sarebbe stato poi ereditato e trasformato in leggenda dal figlio, il celeberrimo Sergio Leone.
Parlare di questo film oggi significa immergersi in un’archeologia industriale e poetica. Non è solo la narrazione di una vicenda drammatica, ma il tassello di un mosaico che vede Torino come la vera capitale mondiale del cinema delle origini, una città dove l’ingegno meccanico incontrava la sensibilità decadente del primo Novecento.
Roberto Roberti e la nascita di un’estetica
Per comprendere L’Ultima vittima, bisogna innanzitutto inquadrare la figura del suo creatore. Roberto Roberti non era un semplice esecutore. Egli apparteneva a quella stirpe di pionieri che vedevano nella macchina da presa non solo uno strumento di registrazione, ma un pennello capace di dare corpo a sogni e incubi. La sua regia era caratterizzata da una sobrietà insolita per l’epoca, lontana dagli eccessi istrionici di certi suoi contemporanei.
In questo film, Roberti riversa la sua capacità di scavare nell’animo umano, utilizzando il linguaggio del muto per esplorare i territori del sacrificio e della sofferenza sociale. La sua collaborazione con la Aquila Films fu fondamentale: la casa di produzione torinese, fondata nel 1907, si era distinta per un approccio meno magniloquente e più attento alla psicologia dei personaggi, spesso prediligendo drammi passionali o polizieschi che catturavano l’attenzione di un pubblico trasversale. L’Ultima vittima si inserisce perfettamente in questa linea, offrendo una narrazione che, pur rispettando i canoni del melodramma, cercava di spingersi verso un realismo espressivo allora d’avanguardia.
Bice Waleran: Il volto e l’anima
Il pilastro emotivo della pellicola è senza dubbio Bice Waleran (nome d’arte di Edvige Valcarenghi), che fu non solo la musa e la protagonista di Roberti, ma anche la sua compagna nella vita e la madre di Sergio Leone. La sua presenza in L’Ultima vittima è emblematica di una recitazione che stava faticosamente cercando di affrancarsi dalla pantomima teatrale per approdare alla “misura” cinematografica.
La Waleran possedeva un magnetismo particolare: occhi profondi, una gestualità contenuta ma densa di significato, e una capacità di trasmettere il tormento interiore attraverso micro-espressioni che la cinepresa di Roberti sapeva valorizzare con primi piani coraggiosi per l’anno 1913. In questo film, lei incarna la “vittima” del titolo, ma non lo fa con la passività tipica di certi stereotipi femminili dell’epoca. La sua sofferenza è attiva, è un percorso di resistenza contro un destino che sembra volerla schiacciare. La sua interpretazione è un ponte tra il divismo di inizio secolo e una sensibilità più moderna, meno legata alla maschera e più vicina alla verità della carne.
Torino: La Hollywood di cartapesta e granito
Girare a Torino nel 1913 significava avere a disposizione i migliori tecnici e le migliori infrastrutture del mondo. Gli stabilimenti della Aquila Films, situati in via San Anselmo, erano fucine di innovazione. L’Ultima vittima beneficia di questa eccellenza tecnica. La fotografia, curata con un’attenzione meticolosa per i contrasti di luce, contribuisce a creare quell’atmosfera claustrofobica e tesa che il titolo suggerisce.
Le scenografie non sono mai solo decoro. In Roberti, lo spazio è un’estensione del sentimento. Gli interni borghesi, carichi di oggetti e tendaggi, sembrano soffocare la protagonista, mentre gli esterni torinesi — con i loro viali alberati e le architetture imponenti — offrono un respiro che è però sempre tinto di malinconia. Torino, con la sua luce fredda e le sue ombre lunghe, diventa il set ideale per un dramma che parla di sconfitta e di ultimi atti. La città stessa, nel 1913, era un cantiere di storie, e L’Ultima vittima ne cattura l’essenza più inquieta.
Il tema del sacrificio e il pessimismo di inizio secolo
Sotto la trama di L’Ultima vittima batte il cuore di una società che stava cambiando ma che era ancora profondamente legata a codici morali rigidi. Il concetto di “vittima” nel cinema di Roberti non è mai banale. Spesso si tratta di una vittima delle convenzioni sociali, del pregiudizio o di un amore che non trova spazio nella realtà quotidiana.
Il film esplora la parabola di una caduta. Non c’è traccia di quella solarità ingenua che talvolta popolava le commedie coeve. Qui domina un pessimismo che riflette il clima culturale del pre-guerra: la sensazione che un mondo stia per finire e che, nel passaggio, gli individui più sensibili siano destinati a essere sacrificati. La “vittima” di Roberti è un personaggio cristologico, qualcuno che porta su di sé il peso di colpe non sue o che paga il prezzo di una libertà impossibile da ottenere. Questo tema risuona con forza nelle immagini, dove il montaggio — pur ancora lineare — inizia a suggerire connessioni simboliche tra il destino dei singoli e il caos del mondo esterno.
L’eredità di Roberti e la memoria di un film perduto
Studiare L’Ultima vittima significa anche confrontarsi con la fragilità del supporto cinematografico. Molte pellicole di quell’epoca sono andate perdute o sopravvivono solo in frammenti. Tuttavia, la fama di questo film è rimasta solida nei cataloghi storici per l’influenza che Roberti ha avuto sui cineasti successivi.
È impossibile non tracciare un filo rosso che colleghi lo sguardo di Roberto Roberti a quello di suo figlio Sergio. In L’Ultima vittima c’è già quell’attenzione per il tempo dilatato, per il volto umano come paesaggio e per la tragicità dell’ineluttabile che Sergio Leone avrebbe poi portato nel genere western, trasfigurandolo. Il padre insegnò al figlio che il cinema è questione di sguardi e di silenzi, e in questa pellicola del 1913 il silenzio è una colonna sonora potentissima. La forza visiva delle inquadrature di Roberti, la sua capacità di comporre l’immagine come se fosse una tela, sono le fondamenta su cui si è costruita una delle dinastie più importanti della settima arte.
Una sintesi tra melodramma e modernità
In conclusione, L’Ultima vittima rappresenta un punto di equilibrio perfetto. Da un lato guarda al passato, al melodramma ottocentesco fatto di passioni travolgenti e finali amari; dall’altro anticipa il futuro, con una tecnica di ripresa che cerca di penetrare la psicologia dei personaggi e un uso consapevole del mezzo cinematografico come strumento di critica sociale.
La Aquila Films di Torino, con questo prodotto, confermò la sua capacità di creare un cinema “alto” ma accessibile, capace di parlare al cuore e alla testa degli spettatori. Roberto Roberti, con la sua direzione sicura e la sua visione poetica, dimostrò che il regista è il vero demiurgo del racconto, colui che trasforma una storia scritta su carta in un’esperienza visiva indimenticabile. Bice Waleran, con la sua prova d’attrice, diede un volto immortale a quella sofferenza che, ancora oggi, attraverso i pochi fotogrammi rimasti o le cronache dell’epoca, continua a emozionarci.
Riscoprire oggi L’Ultima vittima non è dunque solo un esercizio per cinefili, ma un atto di giustizia verso un’epoca d’oro del cinema italiano che ha saputo inventare tutto, quando ancora nulla era stato scritto.


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