Marocco (Morocco) è un film del 1930 diretto da Josef von Sternberg.

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Quando si parla di Marocco (Morocco), film del 1930, non si sta parlando semplicemente di una pellicola cinematografica, ma dell’atto di nascita di un mito: quello di Marlene Dietrich. Fu questo film, il suo primo impegno hollywoodiano dopo il successo europeo de L’angelo azzurro, a cristallizzare l’immagine della “Venere in visone” nel firmamento delle star mondiali, grazie alla visione ossessiva e pittorica del suo mentore, il regista Josef von Sternberg.

L’arrivo della “Straniera”: Il contesto e l’estetica

Siamo nel 1930, il cinema ha appena iniziato a parlare, eppure Marocco conserva ancora quella grammatica visiva sublime e silenziosa tipica del cinema muto più evoluto. La trama ci porta a Mogador, una città portuale del Marocco francese, ricostruita interamente nei set della Paramount con una perizia tale da rendere l’atmosfera densa, polverosa e quasi allucinata.

La storia è un classico triangolo sentimentale: Amy Jolly (Marlene Dietrich), una cantante di cabaret dal passato misterioso e tormentato, sbarca in Marocco con un biglietto di sola andata. Qui incontra il legionario Tom Brown (Gary Cooper), un uomo affascinante, cinico e allergico ai legami, e il ricco e raffinato pittore La Bessière (Adolphe Menjou), che le offre protezione e una vita di lusso.

Ma Marocco non vive di trama, vive di sguardi e di ombre. Von Sternberg era un “architetto della luce”: per lui l’attore era un elemento plastico, un volume da scolpire attraverso il chiaroscuro. In questo film, la polvere del deserto e le grate delle finestre creano trame di luce sui volti che sembrano gabbie o veli, rendendo ogni inquadratura un quadro espressionista.

Marlene Dietrich: La sovversione dell’icona

Il momento che ha consegnato Marocco alla storia avviene nei primi venti minuti: Amy Jolly sale sul palco del cabaret indossando un frac maschile, un cilindro e fumando una sigaretta con una nonchalance che, all’epoca, era assolutamente rivoluzionaria.

In questa scena, Dietrich sfida apertamente le convenzioni di genere. Non si limita a vestirsi da uomo; si muove con una sicurezza predatoria, si ferma davanti a una spettatrice, le prende un fiore e la bacia sulla bocca. È un momento di una modernità folgorante, specialmente se contestualizzato in un’America che stava per scivolare nel rigido Codice Hays (la censura cinematografica). Amy Jolly è l’archetipo della donna “fatale” ma anche della donna libera: è lei a scegliere, è lei a decidere a chi donare la propria attenzione.

Il contrasto con Gary Cooper è elettrico. Cooper, nel fiore della sua bellezza giovanile, rappresenta una mascolinità ruvida e silenziosa. I loro dialoghi sono ridotti all’essenziale; la loro attrazione si consuma nel modo in cui lui le accende la sigaretta o nel modo in cui lei lo guarda mentre lui marcia con la Legione. È un amore fatto di sfida, tra due anime che hanno paura di appartenere a qualcuno.


La Legione Straniera e il fascino dell’esilio

Il film esplora profondamente il mito della Legione Straniera come luogo di oblio. Tom Brown è il soldato che non fa domande e a cui non vengono fatte domande. Il Marocco del film non è una nazione reale, ma uno stato mentale: è il confine del mondo dove le persone vanno per dimenticare chi erano.

La contrapposizione tra il legionario e il milionario La Bessière è fondamentale. La Bessière rappresenta la sicurezza, la classe sociale, l’amore che “compra” la stabilità. Tom Brown rappresenta l’incertezza, il pericolo e l’amore che “brucia”. Amy Jolly è costantemente in bilico tra queste due polarità: il desiderio di essere finalmente accudita e l’istinto irrefrenabile di seguire la propria passione, per quanto distruttiva possa essere.

Lo stile di Von Sternberg: Pittura in movimento

Josef von Sternberg non era interessato al realismo. Molti critici dell’epoca notarono che il Marocco del film somigliava poco al vero Nord Africa, ma al regista non importava. Lui voleva creare un mondo di “sogno lucido”. L’uso dei veli, delle reti da pesca, delle ombre proiettate dai ventilatori a soffitto serve a creare un senso di oppressione e desiderio.

Il regista tratta Marlene Dietrich come la sua musa assoluta. Si dice che controllasse ogni singolo riflettore per assicurarsi che lo zigomo della Dietrich fosse perfettamente evidenziato. Questo perfezionismo ha creato un’immagine di bellezza ultraterrena, quasi marmorea, che però in Marocco è ancora venata di una vulnerabilità umana che l’attrice perderà nei film successivi, diventando sempre più una “maschera” perfetta.


Il finale leggendario: Il richiamo del deserto

Il finale di Marocco è uno dei più celebri e discussi della storia del cinema. Dopo aver cercato di adattarsi alla vita di lusso con La Bessière, Amy sente il suono delle trombe della Legione che parte per una nuova missione nel Sahara. Vede le “seguaci” — le donne indigene e le compagne dei soldati che seguono la truppa a piedi tra le dune, cariche di bagagli, sfidando la fame e il vento.

In un gesto di pura follia romantica, Amy si toglie le scarpe con il tacco e, nel silenzio più assoluto rotto solo dal vento, inizia a camminare nella sabbia profonda dietro alla Legione. È un’immagine di una potenza simbolica devastante: la donna sofisticata che abbandona la civiltà per diventare una nomade dell’amore, accettando un destino di sofferenza pur di non perdere la traccia dell’uomo che ama.

Questa conclusione è stata spesso letta in chiave femminista o anti-femminista: è una sottomissione totale o l’atto di volontà più estremo? Probabilmente entrambe le cose. È la vittoria dell’irrazionale sulla logica borghese.

L’eredità di Marocco

Marocco ottenne quattro nomination agli Oscar (tra cui Miglior Regia e Miglior Attrice) e fu un successo enorme. Ma il suo impatto va oltre i premi. Ha ridefinito il concetto di glamour. Prima di Marlene Dietrich, le dive del cinema erano spesso fragili fanciulle o “vamp” esotiche. Con Marocco, nasce la diva androgina, sofisticata, capace di indossare abiti maschili con una sensualità che supera quella dei vestiti da sera.

Il film ha influenzato generazioni di registi, da Federico Fellini a Ridley Scott, per il suo uso magistrale della luce e per l’atmosfera decadente. Ancora oggi, guardare Marocco significa assistere a un miracolo estetico: la trasformazione della celluloide in polvere di stelle e desiderio. È un film che non invecchia perché non parla di un’epoca specifica, ma dell’eterno conflitto tra il cuore e la ragione, ambientato in un deserto che esiste solo nell’immaginazione di un grande artista.

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