Into the Wild – Nelle terre selvagge (Into the Wild) è un film del 2007 diretto da Sean Penn.

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Ci sono film che si guardano, altri che si ascoltano, e poi ci sono quelli che si respirano, quasi fossero un’estensione dell’aria gelida o del calore di un deserto. Into the Wild – Nelle terre selvagge, scritto e diretto da Sean Penn nel 2007, appartiene a quest’ultima categoria. Tratto dal saggio di Jon Krakauer, a sua volta ispirato ai diari reali di Christopher McCandless, il film non è solo una cronaca biografica, ma un manifesto esistenziale, una ballata folk visiva che interroga le fondamenta stesse della nostra civiltà moderna.

Il lungometraggio racconta la parabola di un giovane uomo che, subito dopo la laurea, decide di resettare la propria esistenza. Non si tratta di una vacanza o di un anno sabbatico: Chris brucia i propri documenti, dona i suoi risparmi in beneficenza e abbandona la sua vecchia auto per diventare Alexander Supertramp, un viandante senza fissa dimora diretto verso l’ultimo confine selvaggio del Nord America: l’Alaska.


La fuga dal mondo di plastica

Il motore immobile di Into the Wild è il rifiuto. McCandless, interpretato con un’intensità febbrile da Emile Hirsch, è un giovane brillante, cresciuto in una famiglia agiata ma profondamente disfunzionale. Per lui, il successo accademico e le aspettative sociali sono solo strati di “plastica” che soffocano la verità dell’essere. Sean Penn costruisce il film su una struttura non lineare, alternando il “presente” di Chris in Alaska — all’interno dell’iconico Magic Bus — con i due anni di vagabondaggio che lo hanno portato fin lì.

Questa scelta narrativa permette allo spettatore di comprendere che il viaggio verso il Nord non è stato un impulso improvviso, ma un’educazione sentimentale e filosofica. Chris si nutre delle parole di Tolstoj, Thoreau e Jack London. Non cerca la solitudine perché odia le persone, ma perché cerca un’autenticità che non trova nelle cene borghesi dei suoi genitori. La sua è una ribellione contro la falsità del materiale, un tentativo estremo di vedere se l’uomo possa ancora sopravvivere faccia a faccia con la natura, privo di ogni rete di sicurezza.

Gli incontri: Specchi di un’umanità diversa

Nonostante il titolo suggerisca un isolamento totale, gran parte del film è popolata da figure umane indimenticabili. Durante il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti e il Messico, Chris incontra individui che vivono ai margini, ciascuno dei quali lascia un segno profondo nel suo spirito e, viceversa, viene trasformato dal suo passaggio.

C’è la coppia di “gommisti” (hippie nomadi), Jan e Rainey, che vedono in Chris il figlio che hanno perso o che non riescono a comprendere. C’è Wayne Westerberg, il proprietario di un’azienda agricola in South Dakota, che insegna a Chris il valore del lavoro manuale duro e onesto. Ma l’incontro più straziante e filosoficamente denso è quello con Ron Franz (interpretato da un immenso Hal Holbrook).

Ron è un veterano di guerra che vive in una solitudine silenziosa e ordinata. Tra il vecchio e il giovane nasce un legame che trascende le generazioni. Ron offre a Chris una casa, un mestiere e, infine, la proposta di adottarlo come nipote. La risposta di Chris è gentile ma ferma: la gioia non deriva solo dalle relazioni umane, ma anche dal nuovo, dall’orizzonte, dal mutamento. Eppure, proprio in questo rifiuto si annida la tragedia del protagonista: la sua incapacità di accettare l’amore domestico per paura che esso diventi un’altra gabbia.


L’Alaska: La bellezza crudele della verità

Quando finalmente Chris raggiunge l’Alaska, il film cambia tono. La fotografia di Eric Gautier si fa più vasta e, allo stesso tempo, più claustrofobica. Il “Magic Bus 142”, un vecchio autobus abbandonato dai cacciatori, diventa la sua casa e, infine, la sua prigione. Qui, il romanticismo dei libri di Thoreau si scontra con la realtà brutale della sopravvivenza.

Uno dei momenti più significativi è l’uccisione dell’alce. Chris riesce a cacciare una preda enorme, che potrebbe sfamarlo per mesi, ma non riesce a conservarne la carne, che viene rapidamente consumata dai vermi. È un momento di epifania negativa: la natura non è un parco giochi filosofico; è un sistema indifferente che non perdona l’inesperienza. In una delle sue annotazioni più tristi, Chris scrive: “Disastro… ho ucciso l’alce”. Non è solo il fallimento logistico a pesargli, ma il senso di spreco gratuito di una vita.

La musica di Eddie Vedder e l’estetica del cammino

È impossibile scindere Into the Wild dalla sua colonna sonora. Eddie Vedder, frontman dei Pearl Jam, ha creato un album che funge da voce interiore di Chris. Canzoni come Society, Rise o Guaranteed non sono semplici accompagnamenti; sono preghiere laiche che traducono l’inquietudine e la speranza del protagonista. La voce graffiante di Vedder dà corpo alla fatica del cammino e alla purezza della visione di McCandless.

Sean Penn utilizza il paesaggio come un personaggio attivo. Le inquadrature ampie del Grand Canyon, le distese innevate e i fiumi impetuosi non sono solo cartoline, ma rappresentazioni dell’infinito che Chris cerca di abbracciare. Allo stesso tempo, il regista non ci nasconde la degradazione fisica di Emile Hirsch (che perse quasi venti chili per il ruolo): il corpo di Chris diventa sempre più sottile e fragile, mentre il suo spirito sembra espandersi, fino a toccare una verità che gli era sfuggita per tutto il viaggio.

Il finale: La lezione del “condividere”

Il culmine del film arriva con la realizzazione più dolorosa. Chris, debilitato dalla fame e avvelenato accidentalmente dai semi di una pianta non commestibile, comprende che l’isolamento totale è un vicolo cieco. In uno dei momenti più commoventi del cinema moderno, scrive a fatica tra le righe di un libro:

“Happiness only real when shared” (La felicità è reale solo se condivisa).

Questa frase è la chiave di volta di tutto il film. McCandless non muore come un folle o un misantropo, ma come un uomo che ha finalmente trovato la risposta alla sua ricerca. La sua “avventura selvaggia” era necessaria per spogliarsi di tutto ciò che era superfluo e arrivare a questa conclusione essenziale. La sua morte non è una sconfitta, ma una trasformazione. Nell’ultima inquadratura, il suo volto sorridente si sovrappone a quello del vero Christopher McCandless nella sua ultima foto scattata davanti al bus: un uomo che, nonostante tutto, è riuscito a vivere la vita che desiderava.

L’eredità di un classico moderno

Into the Wild ha scatenato dibattiti infiniti dalla sua uscita. Alcuni vedono in McCandless un eroe romantico, un martire della libertà; altri lo considerano un giovane incosciente e arrogante che ha ferito la sua famiglia per un capriccio idealista. Il film di Sean Penn ha il pregio di non prendere posizione in modo manicheo. Ci mostra la sofferenza della sorella Carine (la voce narrante del film), il dolore muto dei genitori e l’angoscia di chi è rimasto indietro.

Tuttavia, il film vibra di un amore incondizionato per chi ha il coraggio di cercare. Ci spinge a chiederci quanto della nostra vita sia frutto di una scelta reale e quanto sia inerzia. Ci invita a guardare fuori dalla finestra e a ricordare che esiste un mondo vasto, indifferente e bellissimo, pronto ad accoglierci se solo avessimo il coraggio di bruciare la nostra carta di credito e iniziare a camminare.

È un’opera che parla di perdono — verso se stessi e verso i propri genitori — e della necessità di perdersi per potersi, finalmente, ritrovare. A quasi vent’anni dalla sua uscita, rimane una pietra miliare per chiunque si senta “fuori posto” in una società che misura il valore dell’uomo in base a ciò che possiede e non a ciò che ha il coraggio di scoprire.

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