La chimera è un film del 2023 scritto e diretto da Alice Rohrwacher

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Con La chimera, Alice Rohrwacher firma un’opera straordinaria e stratificata che mescola archeologia, poesia e critica sociale, trascinata dalla magnetica interpretazione di Josh O’Connor.

🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: La chimera Regia: Alice Rohrwacher Cast: Josh O’Connor, Carol Duarte, Vincenzo Nemolato, Alba Rohrwacher, Isabella Rossellini Sceneggiatore: Alice Rohrwacher, Carmela Covino, Marco Pettenello Genere: Drammatico, fantastico, sentimentale Premi: Presentato in Concorso al Festival di Cannes 2023, European Film Awards (Miglior Scenografia a Emita Frigato), National Board of Review (Migliori cinque film stranieri dell’anno) Aziende produttrici: Tempesta, Rai Cinema, Amka Films Productions, Ad Vitam Production Rating IMDb: ⭐ 7.3 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/La_chimera_(film_2023 Data di uscita (Italia): 23 Novembre 2023 Paesi di origine: Italia, Francia, Svizzera

La caccia all’invisibile e i tesori della terra

Ambientato negli anni ’80 in una Tuscia sospesa nel tempo, La chimera chiude idealmente la trilogia di Alice Rohrwacher sull’identità italiana e il rapporto con il passato, iniziata con Le meraviglie e proseguita con Lazzaro felice. La regista ci conduce in un mondo sotterraneo e rurale, dove un gruppo di tombaroli vive di espedienti saccheggiando le antiche tombe etrusche per rivendere i reperti al mercato nero. Il protagonista della vicenda è Arthur, un giovane archeologo inglese dal fascino trasandato, tormentato dal lutto per la perdita del suo grande amore, Beniamina. Arthur possiede un dono unico e quasi mistico: sente il vuoto. Grazie a questa sorta di rabdomanzia spirituale, riesce a percepire la presenza delle cavità sotterranee che custodiscono i tesori degli antichi, diventando la guida insostituibile della sgangherata banda di fuorilegge.

Tuttavia, mentre i suoi compagni inseguono il profitto materiale e il riscatto sociale attraverso l’oro e le ceramiche antiche, la chimera di Arthur è del tutto spirituale. Il suo scavare nella terra non è dettato dall’avidità, ma dal desiderio disperato di ritrovare un varco verso l’aldilà, un filo invisibile che lo ricongiunga a Beniamina. La narrazione si sviluppa così su un doppio binario: da un lato la commedia picaresca e cacofonica dei tombaroli, dall’altro il dramma intimo, silenzioso e fantasmatico di un uomo che appartiene più al mondo dei morti che a quello dei vivi. L’incontro con Italia, una giovane donna stravagante che prende lezioni di canto dalla madre di Beniamina, offrirà ad Arthur una possibilità di ancoraggio alla realtà, in un contrasto continuo tra la sacralità del passato e la profanazione della modernità.

La pellicola si muove con straordinaria fluidità tra il realismo magico e il documentario etnografico. Rohrwacher evita la linearità del racconto tradizionale, preferendo una struttura libera, rapsodica, intervallata da canzoni popolari, sguardi in macchina e accelerazioni della pellicola che richiamano il cinema delle origini. La regista mette in scena una riflessione profonda sul concetto di proprietà e di sacralità: le opere d’arte create dagli etruschi non erano fatte per gli occhi degli uomini, ma per le anime dei defunti; la loro profanazione da parte del mercato capitalistico, rappresentato dall’enigmatico ricettatore Spartaco, diventa quindi una colpa non solo legale, ma ontologica.

Analisi e Commento: L’intreccio tra materia e spirito

Il fulcro emotivo dell’opera poggia interamente sulla straordinaria prova attoriale di Josh O’Connor. L’attore britannico si spoglia di ogni accademismo per incarnare un Arthur burbero, malinconico e perennemente fuori posto, vestito con un completo di lino bianco stazzonato che lo fa apparire come uno spettro romantico caduto nel fango della provincia italiana. La sua recitazione, fatta di silenzi e sguardi persi nel vuoto, contrasta splendidamente con la vitalità caotica di Vincenzo Nemolato e della banda di tombaroli. Isabella Rossellini offre un ritratto memorabile e decadente della signora Flora, mentre Carol Duarte conferisce al personaggio di Italia una freschezza e una purezza che illuminano le scene più cupe.

Dal punto di vista tecnico, il film è un autentico gioiello di sperimentazione visiva. La fotografia di Hélène Louvart è il vero elemento sciamanico dell’opera: la direttrice della fotografia utilizza ben tre formati diversi (il 35mm per i momenti di respiro cosmico, il 16mm per la narrazione quotidiana e il Super 8 per i frammenti di memoria e i sogni di Arthur), cambiando continuamente la consistenza della grana e la saturazione dei colori. Questa scelta estetica non è un mero esercizio di stile, ma restituisce l’idea di un tempo stratificato, dove il presente e l’antico convivono nello stesso spazio visivo. La luce della Tuscia, calda e polverosa, sembra emanare direttamente dalla terra e dal tufo delle pareti.

La regia della Rohrwacher dimostra una libertà espressiva rarissima nel panorama contemporaneo. Il montaggio di Nelly Quettier asseconda questa fluidità, unendo sequenze poetiche a momenti di pura farsa teatrale con un ritmo che non cerca mai la fretta, ma la contemplazione. La sceneggiatura, scritta a sei mani, eccelle nella costruzione di dialoghi credibili che mescolano l’italiano, l’inglese e i dialetti locali, restituendo l’autenticità di una comunità marginale. Le musiche e i canti popolari che punteggiano il racconto fungono da coro greco, commentando le gesta dei personaggi e legando indissolubilmente il film alla tradizione orale del nostro paese.

Il filo rosso tra i vivi e i morti

Il significato profondo de La chimera risiede nella ricerca dell’invisibile e nel superamento del confine umano per eccellenza: quello della morte. La chimera del titolo non è solo il sogno di ricchezza dei tombaroli o l’ossessione archeologica di Arthur; è l’illusione umana di poter possedere ciò che appartiene al tempo e allo spirito. Rohrwacher ci ricorda che ci sono cose che non sono fatte per gli occhi umani, beni il cui valore risiede proprio nella loro intangibilità e nel loro legame con il sacro.

Il film utilizza il mito di Orfeo ed Euridice per ridefinire il percorso del suo protagonista. Arthur scava la terra per guardare indietro, per cercare un passaggio che lo riporti al passato, ma la sua discesa negli inferi etruschi si rivela un percorso di purificazione. Il finale del film, di una bellezza lirica sconvolgente, chiude il cerchio in modo perfetto: un filo rosso che si dipana dal vestito di Beniamina diventa l’ancora di salvezza e, al contempo, il definitivo ricongiungimento. La regista lancia un monito poetico contro l’avidità del presente, celebrando la bellezza di ciò che resta nascosto nell’oscurità.

In conclusione, La chimera si attesta come una delle opere più alte, originali e poetiche del cinema italiano recente. È un film che richiede l’abbandono dello spettatore a un ritmo differente, lontano dalle logiche commerciali. Consigliato caldamente a un pubblico cinefilo, amante del cinema d’autore visionario e di quelle storie capaci di scavare non solo nella terra, ma nell’anima profonda della nostra cultura. Un’opera che conferma Alice Rohrwacher come una custode preziosa di un cinema rurale, magico e profondamente politico.

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