Il libro della jungla (Jungle Book) è un film del 1942, diretto da Zoltán Korda

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Molto prima del classico d’animazione Disney, Il libro della jungla del 1942 ha incantato le platee mondiali con una giungla ricostruita a Hollywood, animali veri e una spietata favola morale sull’avidità umana.

La Trama (Senza Spoiler)

In un villaggio dell’India britannica, un’anziana donna di nome Messua racconta a una turista inglese la storia della sua giovinezza. Anni prima, suo figlio Nathoo era stato rapito e apparentemente ucciso da Shere Khan, la feroce tigre zoppa che terrorizza la regione. Poco tempo dopo, i cacciatori del villaggio scoprono nella giungla un ragazzo selvaggio, cresciuto da un branco di lupi, che non sa parlare la lingua degli uomini ma comunica con le bestie. Convinta che si tratti del figlio perduto, Messua lo accoglie in casa e lo battezza Mowgli.

Il ragazzo impara rapidamente i costumi umani e si innamora di Mahala, la figlia del superbo e avido cacciatore Buldeo. Per impressionare la fanciulla, Mowgli la conduce tra le rovine nascoste di una antichissima città abbandonata nel cuore della foresta, dove un gigantesco cobra bianco custodisce un favoloso tesoro di monete d’oro e gioielli inestimabili. Il serpente avverte i giovani: quell’oro porta con sé la morte. Mahala riesce a portare via un’unica moneta d’oro e la mostra al padre. Sarà l’inizio della fine: la vista del prezioso manufatto scatenerà la bramosia insaziabile degli uomini del villaggio, pronti a distruggere la giungla e a cacciare Mowgli pur di impossessarsi delle ricchezze nascoste, mentre la tigre Shere Khan attende nell’ombra il momento del riscatto.

Il libro della jungla del 1942 rappresenta uno dei vertici produttivi del cinema d’evasione degli anni Quaranta, un miracolo visivo orchestrato dal produttore Alexander Korda e diretto da suo fratello Zoltán. Costretti a fuggire dall’Europa a causa della Seconda Guerra Mondiale, i Korda trasferirono la produzione a Hollywood, ricreando una rigogliosa e l’esotica giungla indiana all’interno dei palcoscenici e dei backlot dei General Service Studios a Los Angeles, importando centinaia di veri animali esotici.

La regia di Zoltán Korda si dimostra straordinariamente moderna nel gestire l’interazione tra gli attori e la fauna reale. Non siamo di fronte a trucchi ottici grossolani: Sabu recita a strettissimo contatto con scimpanzé, pitoni e persino grandi felini. La messinscena è di un’opulenza d’altri tempi, tesa a meravigliare lo spettatore attraverso l’uso di un Technicolor fiammeggiante e pittorico, curato da W. Howard Greene. Ogni inquadratura della foresta è un quadro saturo di verdi smeraldo, rossi accesi e ombre dorate, che meritò ampiamente la candidatura all’Oscar. Il montaggio di William Hornbeck lavora di cesello, soprattutto nelle sequenze drammatiche dell’incendio della foresta o nel serrato duello acquatico tra Mowgli e la tigre, alternando con grande efficacia il girato ravvicinato con gli attori e i mascherini d’azione degli animali selvatici.

La sceneggiatura di Laurence Stallings si prende ampie libertà rispetto alla struttura episodica dei racconti originali di Kipling, unificando le vicende attorno al tema del tesoro e del conflitto sociale. I dialoghi hanno la solennità della prosa d’epoca, ma acquistano una straordinaria fluidità grazie alla cornice narrativa del racconto retrospettivo. La celebre colonna sonora di Miklós Rózsa (il primo commento musicale a un film a essere pubblicato integralmente su disco negli Stati Uniti) non si limita ad accompagnare le immagini, ma funge da vero e proprio tessuto narrativo, assegnando a ogni animale un tema leitmotivico ben preciso tramite l’uso orchestrale dei legni e degli ottoni.

Sul piano attoriale, il film è interamente dominato dal carisma primordiale di Sabu (Sabu Dastagir), il giovane attore indiano scoperto dai Korda in patria e trasformato nella prima grande stella asiatica del cinema occidentale. La sua performance è di una naturalezza disarmante: la sua agilità fisica, lo sguardo fiero e l’espressività spontanea conferiscono a Mowgli una credibilità che nessun attore occidentale avrebbe potuto replicare. Attorno a lui si muove un cast di solidi caratteristi hollywoodiani, tra cui spicca Joseph Calleia nel ruolo dell’odioso Buldeo, perfetto nel tratteggiare la meschinità e la superstizione dell’uomo civilizzato.

Le Tematiche

Il fulcro filosofico dell’opera risiede nel rovesciamento del concetto kiplinghiano del “fardello dell’uomo bianco” o, più in generale, della presunta superiorità della civiltà umana sullo stato di natura. Zoltán Korda, da sempre dotato di una sensibilità più progressista e anti-coloniale rispetto al fratello Alexander, trasforma la giungla nel regno della purezza e delle leggi immutabili della vita, mentre il villaggio degli uomini devia verso la corruzione morale, la menzogna e l’avidità.

L’oro custodito dal cobra bianco agisce come un catalizzatore metafisico del male. Non appena il metallo prezioso varca i confini della civiltà, corrompe l’animo degli uomini, spingendoli al tradimento reciproco, all’omicidio (i tre cacciatori si uccideranno a vicenda per il possesso del bottino) e infine alla distruzione ecologica. L’incendio finale della giungla, appiccato dagli uomini per scacciare Mowgli, si ritorce contro di loro come una punizione biblica, radendo al suolo lo stesso villaggio. Mowgli si ritrova così in una terra di mezzo tragica: troppo umano per essere accettato totalmente dalle bestie selvagge, ma troppo puro per poter convivere con la meschinità e il cinismo dell’umanità.

Il libro della jungla del 1942 resta un classico intramontabile del cinema d’avventura dell’età dell’oro di Hollywood. Sebbene alcuni effetti speciali e la staticità di certe ricostruzioni in studio tradiscano gli oltre ottant’anni d’età, il calore e la maestosità del Technicolor, uniti alla magnetica presenza di Sabu, preservano intatto il fascino fanciullesco e pionieristico dell’opera. È una visione imprescindibile non solo per motivi storico-cinematografici, ma per riscoprire il gusto di un cinema d’avventura genuino, fatto di artigianato d’alto livello e di una profonda, seppur ingenua, epica morale.

Consigliato caldamente a chi ama il grande cinema classico in Technicolor, agli studiosi degli adattamenti letterari e a chiunque voglia scoprire la potenza interpretativa di Sabu, un divo unico e irripetibile nella storia della settima arte.

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