Un cast monumentale – da Ugo Tognazzi a un giovanissimo Jodie Foster, passando per Gigi Proietti e Paolo Stoppa – stipato in uno spogliatoio pubblico a ridosso del mare. Nel capolavoro corale di Sergio Citti, il casotto diventa un confessionale laico senza pareti, dove i corpi nudi si spogliano delle proprie ipocrisie per mostrare la comica e tragica ferocia del quotidiano.
.
🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: Casotto Regia: Sergio Citti Cast: Ugo Tognazzi, Gigi Proietti, Jodie Foster, Paolo Stoppa, Franco Citti, Ninetto Davoli, Mariangela Melato, Catherine Deneuve, Michele Placido, Anna Melato, Carlo Croccolo, Gianni Rizzo, Flora Mastroianni, Clara Algranti Sceneggiatura: Sergio Citti, Vincenzo Cerami Genere: Commedia / Grottesco / Satirico Premi: Candidatura ai David di Donatello; oggi celebrato come uno dei vertici assoluti della commedia amara e della satira sociale italiana degli anni Settanta Aziende produttrici: Parva Cinematic, Filmalpha Rating IMDb: ⭐ 7.3/10 Pagina Wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/Casotto_(film Data di uscita (Italia): 28 Ottobre 1977 Paesi di origine: Italia

Il microcosmo balneare e la commedia delle miserie
Se l’esordio con Ostia aveva esplorato il litorale romano sotto la lente del mito tragico e pasoliniano, con Casotto (1977) Sergio Citti compie un’operazione di scomposizione antropologica di sbalorditiva modernità. Scritto insieme a Vincenzo Cerami (allievo di Pasolini e futuro sceneggiatore de La vita è bella), il film prende la struttura tipica del cinema balneare italiano – storicamente votato alla spensieratezza e al disimpegno – e la ribalta dall’interno, trasformandola in una farsa claustrofobica, cinica e intrisa di un realismo grottesco senza sconti.
L’intera pellicola si sviluppa nell’arco di una singola e afosa domenica d’agosto, all’interno (e nelle immediate adiacenze) del “casotto numero 19”, una grande cabina collettiva di uno stabilimento balneare popolare a Ostia. La struttura del film è rigorosamente teatrale, un’unità di tempo e di luogo interrotta solo dal montaggio alternato delle diverse umanità che si avvicendano, si incrociano e si scontrano in quel minuscolo perimetro di legno. Citti non mostra mai il mare, se non attraverso scorci sbiaditi o riflessi; la sua macchina da presa rimane ostinatamente puntata sulle pareti chiuse della cabina, accentuando un senso di reclusione che contrasta ironicamente con l’idea di libertà e svago legata alle vacanze estive.

Una struttura a mosaico: l’avvicendamento delle solitudini
Il casotto diventa un porto di mare provvisorio per un campionario umano variegato e disperato, specchio fedele delle nevrosi e delle illusioni dell’Italia degli anni Settanta, ferita dalla crisi economica e dal tramonto delle utopie politiche. Le storie si sviluppano e si intrecciano con un ritmo comico impeccabile, ma lo sfondo resta perennemente intinto nel fiele:
- I due sfaticati romani (Gigi Proietti e Franco Citti): Due perdigiorno ossessionati dal sesso che tentano goffamente di agganciare due donne bellissime ed enigmatiche (tra cui Catherine Deneuve, in un’apparizione onirica e surreale), finendo per scontrarsi con la propria inadeguatezza e con il fallimento delle proprie velleità da seduttori da spiaggia.
- Le due sorelle provinciali (Mariangela Melato e Anna Melato): Giunte a Ostia dall’Abruzzo con l’unico scopo di sedurre un austero e bigotto funzionario assicurativo (Michele Placido) per costringerlo a un matrimonio riparatore, mettendo in scena una recita di finta pudicizia che sfocia nel grottesco.
- La famiglia patriarcale (Paolo Stoppa e Flora Mastroianni): Una coppia di anziani nonni che tenta disperatamente di nascondere la gravidanza della giovanissima nipote Teresina (interpretata da una quattordicenne Jodie Foster, reduce dal successo mondiale di Taxi Driver), cercando di incastrare l’ingenuo cugino sempliciotto (Ninetto Davoli) per salvare l’onore della famiglia prima che il ventre diventi troppo evidente.
- I due culturisti (Clara Algranti e il suo compagno): Coppia ossessionata dal fisico e dall’atletismo, specchio di un incipiente culto del corpo edonista, che vive il sesso e la relazione come pura performance ginnica, priva di qualsiasi calore umano.
- I vecchi commilitoni e il prete: Figure di contorno che portano all’interno della cabina i fantasmi del passato, i condizionamenti religiosi e le miserie morali di una provincia incapace di evolversi.
- Il guardone (Ugo Tognazzi): Un uomo solitario, un geometra malinconico che affitta la cabina accanto solo per spiare i corpi e le vite degli altri attraverso un buco nella parete di legno. Tognazzi offre una prova straordinaria di sottrazione, incarnando lo spettatore stesso del film: un voyeur triste che si nutre delle miserie altrui per dimenticare la propria solitudine.
Regia e montaggio: il ritmo dei corpi e delle porte
La regia di Sergio Citti lavora di cesello su uno spazio ridottissimo. Insieme al direttore della fotografia Roberto Gerardi, Citti illumina l’interno del casotto con una luce naturale, calda e soffocante, che restituisce l’odore del sudore, della salsedine, delle creme solari e della polvere. La macchina da presa si muove con agilità millimetrica tra i corpi ammassati, sfruttando le aperture e le chiusure delle porte come se si trattasse di un vaudeville classico, ma spogliato di ogni eleganza borghese.
Il montaggio di Nino Baragli è il vero motore della pellicola: orchestra la coralità senza mai generare confusione, cucendo le transizioni tra una storia e l’altra attraverso dettagli sonori o visivi (un indumento dimenticato, un’esclamazione sentita attraverso la parete, il passaggio di un personaggio sullo sfondo). Citti evita la trappola del film a episodi tradizionale; in Casotto, le storie non sono separate, ma convivono nello stesso fango, si sovrappongono e si influenzano a vicenda, dando la percezione di un unico, immenso e confuso affresco sociale.

Il cast imperiale: la sublime degradazione delle star
La vera magia di Casotto risiede nell’incredibile contrasto tra il livello delle star internazionali coinvolte e la volgarità plebea dei ruoli che sono chiamate a interpretare. Citti compie un’operazione di dissacrazione iconica clamorosa. Sveste Catherine Deneuve dei suoi panni di diva algida per confinarla su una panchina di legno; riduce Michele Placido a un ometto ridicolo e manipolabile; trasforma Paolo Stoppa in un vecchio volgare e calcolatore.
Gigi Proietti e Franco Citti formano una coppia comica monumentale, basata su un dualismo linguistico e fisico perfetto: l’istrionismo teatrale e la parlantina fluida di Proietti si scontrano con la fissità gergale, strascicata e animalesca di Franco Citti, creando cortocircuiti di pura comicità popolare. E sopra tutti domina lo sguardo di Ugo Tognazzi, capace di condensare in pochi minuti di silenzio l’amarezza di un’intera generazione di uomini sconfitti dal progresso e dalla modernità.
La presenza di Jodie Foster, fresca di nomination all’Oscar, aggiunge una nota di straniamento assoluto. La sua Teresina è un personaggio pasoliniano perfetto: un’adolescente che vive la propria sessualità e la propria gravidanza con un’innocenza pre-morale selvaggia, del tutto indifferente alle ansie borghesi e morali dei nonni che urlano e complottano attorno a lei.

L’apocalisse agostana e il cinismo del consumo
Sotto la superficie delle battute fulminanti, dei dialetti esasperati e delle situazioni farsesche, Casotto nasconde una ferocia politica e sociale assoluta. Il film descrive la fine della solidarietà popolare. Nella cabina numero 19 non c’è mai un momento di reale condivisione o di empatia tra le diverse classi o i diversi gruppi: ognuno è chiuso nel proprio egoismo, nel proprio piccolo interesse privato, nella propria truffa quotidiana da perpetrare ai danni del vicino.
La spiaggia di Ostia non è più il luogo del riscatto o della vacanza rigenerante del dopoguerra, ma il territorio della mercificazione totale. I corpi esibiti, spiati o venduti sono merci tra le merci. Il finale del film, con l’arrivo improvviso e violento di un temporale estivo che spazza via l’illusione della domenica al mare, assume i contorni di una piccola apocalisse quotidiana. La fuga precipitosa dei bagnanti verso le auto, nel fango e sotto la pioggia battente, lascia il casotto vuoto, abbandonato e sventrato, come un relitto che ha terminato la sua funzione protettiva. Resta solo la spazzatura sulla sabbia e la sensazione di un vuoto morale incolmabile.

Casotto è uno dei capolavori assoluti del cinema italiano degli anni Settanta, un’opera d’arte popolaresca che riesce nella miracolosa impresa di unire la fruibilità della commedia di costume con la profondità disperata della critica sociologica. Sergio Citti firma la sua opera più rotonda, coadiuvato da una scrittura tagliente e da un cast in stato di grazia che si mette interamente al servizio di un disegno cinico e irresistibile. Un film memorabile, attualissimo nella sua descrizione del vuoto culturale e dell’isolamento umano, che diverte lo spettatore per novanta minuti prima di lasciargli addosso una sottile, persistente e salutare amarezza.


Rispondi