Tra set titanici, rettili travestiti da feroci mostri preistorici e un indimenticabile James Mason nel ruolo di un burbero e affascinante esploratore, questa pellicola sopravvive ancora oggi come uno dei massimi capolavori del cinema d’evasione. Un adattamento visivamente sontuoso e ironico del leggendario romanzo di Jules Verne, capace di invitarci a sognare e a spingerci nei misteri inesplorati che si celano, silenziosi, proprio sotto i nostri piedi.
Ci sono opere che, nonostante lo scorrere implacabile dei decenni, mantengono intatta la loro aura di meraviglia, restituendo allo spettatore quel purissimo sense of wonder che è alla base della magia cinematografica. Il viaggio che affrontiamo oggi comincia alla fine degli anni Cinquanta, in un’epoca in cui Hollywood cercava di contrastare la nascente minaccia televisiva offrendo al pubblico spettacoli di dimensioni pantagrueliche, impossibili da replicare nel salotto di casa. Stiamo parlando di Viaggio al centro della Terra, il cui titolo originale è Journey to the Center of the Earth, diretto con grande senso dello spettacolo da Henry Levin.
Questa pellicola è una perfetta commistione di generi, intrecciando magistralmente avventura, fantascienza e fantasy in un’unica, coloratissima tela. Uscito originariamente negli Stati Uniti nel dicembre del 1959, ha fatto il suo debutto come data di uscita in Italia agli inizi del 1960, conquistando immediatamente i botteghini internazionali. La solidità dell’opera, nata come ambizioso progetto nei paesi di origine, gli Stati Uniti d’America, è testimoniata anche dal calore con cui il pubblico continua ad accoglierla: attualmente vanta un rating IMDb di tutto rispetto pari a 7.0 stelle, a dimostrazione di una tenuta sul lungo periodo invidiabile. Prodotto e distribuito da una delle aziende produttrici storiche del panorama hollywoodiano, la 20th Century Fox, il film non passò inosservato neanche agli occhi dell’Academy. Come si può facilmente evincere consultando la pagina Wikipedia del film, l’opera ricevette infatti ben tre prestigiose candidature ai Premi Oscar: Miglior scenografia, Miglior sonoro e Migliori effetti speciali.
Alla base di questa maestosa operazione c’è, ovviamente, l’adattamento dell’omonimo capolavoro letterario di Jules Verne. Il compito di tradurre in immagini la prosa enciclopedica dello scrittore francese è stato affidato agli sceneggiatori Charles Brackett (che figura anche come produttore) e Walter Reisch. I due autori hanno compiuto scelte brillanti per modernizzare la narrazione, arricchendo la spedizione sotterranea con nuovi personaggi e dinamiche interpersonali. Ad animare questa memorabile escursione nel sottosuolo troviamo un cast di primissimo livello, capitanato dal fuoriclasse James Mason, che regala un’interpretazione solida e carismatica. Al suo fianco troviamo l’allora idolo dei giovani Pat Boone, la magnetica Arlene Dahl, la giovane Diane Baker, un mefistofelico Thayer David e l’atletico islandese Peter Ronson, accompagnati da una comprimaria d’eccezione: la fedele ed eroica anatra Gertrude. L’equilibrio tra questi attori, le loro irresistibili schermaglie e il respiro epico dell’ambientazione rendono questo film un punto di riferimento imprescindibile per chiunque ami il cinema narrativo classico.

La Trama
La vicenda prende le mosse nella fumosa e accademica Edimburgo dell’anno 1880. Il professor Sir Oliver S. Lindenbrook, un illustre geologo scozzese da poco insignito del cavalierato, riceve un curioso omaggio dal suo studente prediletto, l’entusiasta e talentuoso Alec McEwan. Si tratta di un pesante frammento di roccia vulcanica dalla composizione insolitamente densa. Durante un esperimento, il pezzo di lava esplode, rivelando al suo interno un antico filo a piombo. Su di esso, un’incisione criptica porta la firma di Arne Saknussemm, un leggendario scienziato islandese vissuto tre secoli prima, le cui teorie sulla possibilità di raggiungere il nucleo terrestre lo avevano condannato all’emarginazione accademica.
Convinto di trovarsi di fronte alla scoperta geologica del millennio, Lindenbrook non perde un secondo di tempo. Organizza segretamente una spedizione e si mette in viaggio verso l’Islanda insieme ad Alec, con l’intento di calarsi all’interno dello Sneffels, un gigantesco vulcano spento che, secondo le indicazioni di Saknussemm, celerebbe l’ingresso per il sottosuolo. Giunti sul posto, i due scoprono però di non essere gli unici a bramare la gloria. Si ritrovano costretti a unire le forze con l’ostinata ed elegante vedova di un collega, Carla Göteborg, e ad assoldare come guida il placido ma fortissimo Hans Belker, perennemente accompagnato dalla sua adorata anatra Gertrude. A intralciare il loro cammino c’è il perfido Conte Saknussemm, diretto discendente del primo esploratore, un uomo spietato e megalomane disposto a tutto pur di rivendicare l’esclusività della scoperta. Da questo momento ha inizio una lenta e inesorabile discesa nell’ignoto, un viaggio senza luce e senza garanzia di ritorno, in cui il coraggioso gruppetto dovrà affrontare voragini sterminate, labirinti di quarzo scintillante, oceani sotterranei e creature che il mondo di superficie credeva estinte da milioni di anni.

L’Analisi e il Commento
Il cuore pulsante di Viaggio al centro della Terra risiede nella sua impareggiabile capacità di costruire mondi. La regia di Henry Levin si dimostra di una solidità eccezionale, capace di gestire l’enorme peso produttivo dell’operazione senza mai farsi schiacciare dai gigantismi scenografici. Levin dosa sapientemente il ritmo: la prima parte del film si prende tutto il tempo necessario per costruire l’atmosfera, indugiando nelle aule universitarie e nei vicoli scozzesi, per poi spalancare le porte all’avventura pura una volta che i protagonisti mettono piede nei meandri oscuri del vulcano. Il suo merito principale è quello di aver trovato il bilanciamento ideale tra l’oggettivo terrore di trovarsi sepolti vivi a migliaia di chilometri dalla luce del sole e un tono camp, scanzonato e avventuroso, che impedisce alla pellicola di scivolare nell’angoscia pura.
Se l’esecuzione funziona così bene, il merito va ampiamente spartito con il comparto tecnico. La fotografia, curata dal maestro Leo Tover, sfrutta ogni centimetro del formato CinemaScope. L’illuminazione è straordinaria: scendendo sempre più in profondità, il film avrebbe potuto facilmente diventare buio e illeggibile. Invece, Tover giustifica la presenza di luce con trovate geologiche affascinanti come alghe luminescenti, rocce di quarzo rifrangente e fiumi di lava incandescente. Questo permette alla palette cromatica di esplodere in una sinfonia di blu profondi, rossi magmatici e verdi spettrali. La cura estetica trova il suo culmine nelle scenografie (che non a caso sfiorarono l’Oscar), per le quali furono sfruttate magnificamente le vere conformazioni delle Carlsbad Caverns nel New Mexico. L’uso degli ambienti naturali, unito a set costruiti in studio con immensa maestria, regala una tridimensionalità e una consistenza tattile alla roccia che le moderne creazioni in computer grafica faticano visceralmente a emulare. Quando i personaggi si muovono tra le stalattiti giganti o si imbattono in foreste di funghi titanici, noi crediamo a ogni singolo passo che compiono.
Un capitolo a parte merita la straordinaria colonna sonora composta da Bernard Herrmann, uno dei giganti della musica per film. Consapevole di dover sonorizzare l’interno silente della Terra, Herrmann prese una decisione radicale e geniale: eliminò quasi totalmente gli strumenti ad arco, affidando la partitura a organi a canne, vibrafoni, arpe e una massiccia sezione di ottoni. Il risultato è un tappeto sonoro cupo, rimbombante ed echeggiante, che evoca fisicamente la pressione opprimente del sottosuolo e i misteri ancestrali nascosti nelle profondità. La musica di Herrmann non accompagna semplicemente l’azione, ma diventa essa stessa l’anima geologica del pianeta, capace di suscitare tanto stupore quanto atavico terrore.

Per quanto concerne la componente degli effetti speciali, l’opera mostra, inevitabilmente, i segni del tempo, eppure lo fa con una grazia e un fascino inarrivabili. Per mettere in scena i temibili mostri preistorici, la produzione non ricorse alla stop-motion tradizionale, ma utilizzò vere iguane ingigantite otticamente, alle quali vennero incollate delle vistose pinne dorsali per farle somigliare a feroci dimetrodonti. Una scelta che, se oggi può far sorridere lo spettatore abituato al fotorealismo digitale, all’epoca funzionò egregiamente, donando alle creature movenze organiche, scattanti e inquietanti che incorniciano perfettamente lo spirito un po’ naïf del racconto.
Sul versante della scrittura, la sceneggiatura compie un vero e proprio miracolo di adattamento. Il romanzo originale di Verne, seppur avvincente, è intriso di lunghe e a tratti asettiche dissertazioni scientifiche ed è privo di presenze femminili. Brackett e Reisch inseriscono la figura di Carla Göteborg, innescando una godibilissima “guerra dei sessi” che dona al film molta della sua freschezza comica. I dialoghi sono taglienti e credibili. Le dinamiche tra l’inflessibile ma affascinante accademico misogino e la donna testarda e fiera funzionano a meraviglia, dettando il ritmo tra un pericolo e l’altro.
Sotto il profilo recitativo, l’opera è totalmente sorretta dalle larghe spalle di James Mason. L’attore britannico, già abituato ai mondi di Verne per aver interpretato l’iconico Capitano Nemo cinque anni prima in 20.000 leghe sotto i mari, regala a Sir Oliver Lindenbrook una caratura di rara eleganza. È burbero, arrogante, spinto da un’ossessione quasi patologica per la scoperta, eppure profondamente umano, etico e incapace di non suscitare l’empatia del pubblico. Accanto a lui, Arlene Dahl si impone con carisma e fascino magnetico, difendendosi egregiamente dalle battute sagaci di Mason. Pat Boone, inserito dalla produzione principalmente per attirare il pubblico più giovane, offre una performance fisica convincente e non risulta mai fuori luogo, integrandosi bene con il registro drammatico del resto del cast.

Le Tematiche
Andando oltre la superficie dell’intrattenimento, Viaggio al centro della Terra esplora significati profondi che riflettono le inquietudini e le ambizioni del suo tempo. Al centro di tutto vi è l’inestinguibile sete di conoscenza umana, quel fuoco che spinge l’uomo a superare i confini del proprio mondo puramente in nome del sapere. Il film mette a confronto due facce della stessa medaglia: l’esplorazione etica, incarnata dal professor Lindenbrook, che cerca di comprendere la natura e svelarne i misteri a beneficio dell’umanità, contro l’arroganza scientifica, rappresentata dal villain Conte Saknussemm, che vede nella scoperta solo un mezzo per affermare il proprio potere e dominare l’ambiente circostante.
Un’altra metafora affascinante è il valore della cooperazione umana davanti all’immensità invincibile della natura. Nelle profondità abissali, i titoli accademici, l’estrazione sociale e le differenze di genere si annullano. Lindenbrook, Alec, Carla e Hans (con la mascotte Gertrude al seguito) provengono da mondi completamente distanti e non potrebbero essere più diversi tra loro, eppure imparano presto che l’unico modo per sopravvivere alla schiacciante e ostile bellezza del mondo sotterraneo è abbandonare le faziosità e agire come una singola unità. È un messaggio umanista forte, in cui la solidarietà diventa l’unica vera difesa contro un cosmo che, con i suoi abissi vulcanici e le sue bestie primordiali, si rivela meravigliosamente indifferente ai destini degli esseri umani.

Conclusioni e Pubblico Consigliato
A chi consigliare la visione di questo gioiello? Senza dubbio a chiunque voglia capire da dove derivi il moderno concetto di film d’avventura. È una pellicola essenziale per gli appassionati del cinema classico e per coloro che prediligono gli effetti speciali materici alla perfezione algida dei pixel moderni. È inoltre un’opera ideale per avvicinare le nuove generazioni a un tipo di fantascienza e di fantasia che si fonda più sul viaggio e sulla risoluzione dei conflitti intellettuali che sulla semplice esplosione o sull’azione sfrenata.
In un’epoca cinematografica che fatica sempre più a prendersi i propri tempi, ripercorrere le orme del professor Lindenbrook giù per i corridoi infuocati dello Sneffels è un’esperienza ristoratrice. Il regista Henry Levin e il suo straordinario cast tecnico e artistico sono riusciti a imbottigliare l’essenza dell’avventura letteraria ottocentesca, consegnandoci un racconto visivamente strabiliante e narrativamente avvolgente, che ci ricorda quanto possa essere magnifico perdersi nell’ignoto e ritrovare se stessi nell’oscurità dei millenni.


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