Un affare di famiglia (万引き家族?, Manbiki kazoku) è un film del 2018 diretto da Hirokazu Kore’eda.

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In una metropoli invisibile, fatta di espedienti, lavori precari e piccoli furti nei supermercati, una famiglia tutt’altro che convenzionale ci insegna inaspettatamente il vero significato dell’amore e dell’accudimento. Un affare di famiglia, trionfatore con la Palma d’Oro al Festival di Cannes, smantella pezzo per pezzo le rigide certezze della morale borghese per ricostruire, fin dalle fondamenta, l’idea stessa di nucleo familiare. Un’opera di dolente e sublime poesia cinematografica in cui le regole imposte dalla società si scontrano frontalmente con la necessità insopprimibile del calore umano, consegnandoci un capolavoro assoluto del cinema contemporaneo.

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🎬 SCHEDA TECNICA

  • Titolo Originale: 万引き家族 (Manbiki kazoku)
  • Regia: Hirokazu Kore-eda
  • Cast: Lily Franky, Sakura Ando, Mayu Matsuoka, Kairi Jyo, Miyu Sasaki, Kirin Kiki
  • Sceneggiatore: Hirokazu Kore-eda
  • Genere: Drammatico
  • Premi: Palma d’oro al Festival di Cannes 2018, Candidatura al Premio Oscar per il miglior film in lingua straniera, Premio César per il miglior film straniero.
  • Aziende produttrici: AOI Pro., Fuji Television Network, Gaga Corporation
  • Rating IMDb: ⭐ 7.9/10
  • Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/Un_affare_di_famiglia_(film_2018
  • Data di uscita (Italia): 13 settembre 2018
  • Paesi di origine: Giappone

L’Introduzione

Il cinema di Hirokazu Kore-eda ha da sempre una vocazione ben precisa: l’indagine chirurgica, eppure immensamente tenera, dei rapporti umani, con una predilezione quasi esclusiva per le dinamiche che si instaurano all’interno dell’istituzione familiare. Se in opere precedenti come Nessuno lo sa (2004) o Father and Son (2013) il cineasta giapponese aveva già iniziato a esplorare i complessi concetti di abbandono e di paternità genetica in contrapposizione a quella d’elezione, è con Un affare di famiglia che la sua poetica raggiunge forse il punto più alto, maturo e definitivo. Questa pellicola rappresenta non solo la summa teologica di un’intera filmografia, ma anche una spietata radiografia del Giappone contemporaneo, un paese che spesso nasconde le proprie fratture sociali sotto il tappeto dell’efficienza e del decoro. Il regista non si accontenta di narrare una storia, ma costruisce una vera e propria tesi filosofica attraverso immagini intrise di realismo e poesia, sfidando lo spettatore a riconsiderare i confini etici del giusto e dello sbagliato.

La Trama

In un quartiere periferico di Tokyo, stretto tra i grattacieli e l’indifferenza della metropoli, sorge una piccola casupola disordinata, letteralmente soffocata dagli oggetti accumulati nel tempo. Qui vive un nucleo di individui uniti da legami all’apparenza familiari, che tira avanti grazie alla pensione dell’anziana Hatsue e ai lavoretti saltuari e malpagati degli adulti. Per arrotondare e sopravvivere, Osamu e il giovane Shota compiono sistematici furti nei negozi e nei supermercati locali, un rituale quotidiano che hanno perfezionato attraverso una serie di gesti e sguardi d’intesa. Una sera d’inverno, di ritorno da una delle loro consuete spedizioni, i due si imbattono in Yuri, una bambina piccolissima, infreddolita e affamata, lasciata sola sul balcone di casa. Nonostante le loro evidenti difficoltà economiche, decidono di portarla con sé per offrirle un pasto caldo. Quello che doveva essere un riparo temporaneo si trasforma rapidamente in un’adozione di fatto, quando i segni evidenti di maltrattamento sul corpo della bambina convincono la “famiglia” a non restituirla ai genitori biologici. Inizia così una convivenza fatta di stenti materiali ma ricchissima di affetto, un equilibrio precario che, inevitabilmente, rischierà di spezzarsi sotto il peso dei segreti.

L’Analisi e il Commento

Questo è il vero cuore pulsante della pellicola: una costruzione tecnica e narrativa di altissimo artigianato cinematografico, in cui ogni reparto lavora all’unisono per trasmettere un senso di autenticità quasi documentaristica.

Dal punto di vista della regia, Kore-eda conferma il suo status di erede spirituale di Yasujiro Ozu, pur distaccandosene per il dinamismo emotivo dei suoi personaggi. La cinepresa di Kore-eda è empatica ma invisibile: predilige inquadrature basse e campi medi che rispettano lo spazio prossemico dei protagonisti. Il regista gestisce magistralmente la ristrettezza dell’ambiente domestico, trasformando una baracca minuscola e caotica in un microcosmo pulsante di vita. Lo spazio fisico, sovraffollato e claustrofobico, diventa paradossalmente il luogo più caldo e rassicurante dell’intero film, in netta contrapposizione con gli ampi ma gelidi spazi della società “normale” e delle istituzioni.

La fotografia di Ryuto Kondo asseconda perfettamente questa visione. Il lavoro sull’illuminazione è straordinario: Kondo opta per un naturalismo spiccato, utilizzando luci calde, tonalità ambrate e ombre avvolgenti all’interno della casa, creando un’atmosfera da rifugio materno. Quando l’azione si sposta all’esterno, la palette cromatica si raffredda vertiginosamente, immergendo i personaggi nei toni del blu, del grigio e del bianco asettico, sottolineando visivamente l’ostilità del mondo fuori dal loro nido. Questa dualità cromatica non è mai didascalica, ma agisce a livello subliminale per tutto il minutaggio.

La colonna sonora firmata da Haruomi Hosono (leggendario membro della Yellow Magic Orchestra) merita una menzione speciale. Hosono compone una partitura fatta di accordi pizzicati leggeri, chitarre acustiche e rintocchi delicati che accompagnano la narrazione senza mai sovrastarla. Non c’è alcuna ricerca del facile melodramma o della forzatura emotiva: la musica è un sussurro, un commento discreto che si fonde con i rumori diegetici della città e della pioggia, enfatizzando il tono favolistico ma crudo del racconto.

Sul fronte del montaggio, lo stesso Kore-eda detta un ritmo contemplativo ma inesorabile. I tagli sono fluidi, le ellissi temporali vengono gestite con eleganza, permettendo ai momenti di pura quotidianità – come un pasto a base di noodles o un bagno in compagnia – di respirare e di acquisire un peso specifico monumentale nell’economia della storia.

La sceneggiatura è un orologio svizzero di scrittura invisibile. I dialoghi sono sempre credibili, naturali, privi di esposizioni farraginose. I personaggi non spiegano mai i loro sentimenti: li agiscono. Le performance del cast elevano il testo a vette irraggiungibili. Sakura Ando, nel ruolo di Nobuyo, offre un’interpretazione straziante e monumentale; la scena dell’interrogatorio verso la fine della pellicola, gestita con un lungo primo piano in cui l’attrice asciuga le lacrime cercando di trattenere le emozioni, è già materiale da antologia del cinema, una masterclass di recitazione per sottrazione. Kirin Kiki, nel ruolo della nonna Hatsue, ci regala la sua ultima e forse più commovente prova prima della sua scomparsa, infondendo al personaggio una saggezza ironica e malinconica. Lily Franky è un padre imperfetto e sgangherato, eppure capace di una tenerezza disarmante, mentre i bambini (in particolare Kairi Jyo nei panni di Shota) recitano con un candore e una spontaneità che solo un maestro nella direzione dei piccoli attori come Kore-eda poteva ottenere.

Le Tematiche

Un affare di famiglia è un’esplorazione profonda e dolorosa dei legami affettivi. Il messaggio che il regista trasmette con potente chiarezza è una critica feroce alla nozione biologica di genitorialità. La domanda centrale che riecheggia in ogni sequenza è: cosa ci rende davvero una famiglia? È il sangue che condividiamo, o è il tempo speso insieme, il cibo diviso, il prendersi cura l’uno dell’altro nel momento del bisogno?

Kore-eda utilizza la metafora del furto su molteplici livelli. C’è il furto materiale, necessario alla sopravvivenza in una società capitalistica che emargina i più deboli e i meno fortunati. Ma c’è anche un furto affettivo: i protagonisti “rubano” un nucleo familiare alla società, appropriandosi di ruoli (madre, padre, sorella, nonna) che il destino o gli errori passati avevano loro negato. L’anomalia di questo gruppo di reietti diventa uno specchio deformante attraverso cui osservare le ipocrisie del Giappone moderno, una nazione spesso lodata per il suo ordine ferreo, ma in cui l’isolamento sociale, la povertà invisibile e le rigide strutture morali schiacciano chiunque esca dai binari della conformità.

Il regista ci porta a empatizzare con dei criminali, con dei rapitori di fatto, mostrando come l’istituzione statale, la polizia e i servizi sociali – che intervengono in nome del “bene supremo” e della legge – risultino alla fine infinitamente più freddi, calcolatori e distruttivi della scalcinata e illegale famiglia protagonista. È una riflessione amara sull’etica: a volte, le azioni formalmente scorrette nascondono le intenzioni umanamente più pure.

Conclusioni

A chi consigliare la visione di questa pellicola? Un affare di famiglia è imprescindibile per gli amanti del cinema umanista, per chi apprezza i ritmi dilatati, le storie che vivono di dettagli e gli sguardi rubati. Non è un film per chi cerca trame adrenaliniche o colpi di scena clamorosi, ma per spettatori disposti a farsi trascinare in una corrente emotiva lenta ma inarrestabile.

In definitiva, ci troviamo di fronte a un’opera monumentale che ferisce e consola con la medesima inquadratura. Kore-eda ci ricorda che l’amore, anche quando nasce tra i rifiuti e si nutre di bugie, rimane la forza più salvifica a nostra disposizione. La perfezione tecnica si sposa con una sceneggiatura di disarmante onestà, rendendo impossibile arrivare ai titoli di coda senza sentire il peso e la bellezza di aver condiviso un pezzo di strada con queste magnifiche, imperfette persone. Un’esperienza visiva e spirituale da cui si esce profondamente cambiati, con la certezza di aver assistito a grande, immortale Cinema.

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