Anelito di assoluto, rigore morale e il contrasto insanabile tra l’orgoglio patriottico e le convinzioni intime dell’individuo.
Il racconto epico di due uomini che corrono mossi da spinte interiori opposte, trasformando la pista d’atletica nel teatro di una personale e totalizzante ricerca di riscatto e di fede.
.
🎬 SCHEDA TECNICA Titolo Originale: Chariots of Fire Regia: Hugh Hudson Cast: Ben Cross, Ian Charleson, Nicholas Farrell, Nigel Havers, Ian Holm, John Gielgiel Sceneggiatore: Colin Welland Genere: Drammatico, Storico, Sportivo Premi: 4 Premi Oscar (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura Originale, Migliore Colonna Sonora, Migliori Costumi), Bafta al miglior film, Grand Prix al Festival di Cannes Aziende produttrici: Enigma Productions, Allied Stars Ltd., Goldcrest Films International Rating IMDb: ⭐ 7.1/10 Pagina wikipedia del film: https://it.wikipedia.org/wiki/Momenti_di_gloria Data di uscita (Italia): 18 febbraio 1982 Paesi di origine: Regno Unito
La corsa come preghiera e come riscatto
Sullo sfondo di un’Inghilterra ancora profondamente segnata dai traumi della Prima Guerra Mondiale, l’universo universitario di Cambridge diventa il punto di partenza per una delle più grandi epopee sportive della storia del cinema. Il film narra le vicende reali di Harold Abrahams ed Eric Liddell, due velocisti britannici che si prepararono alle Olimpiadi di Parigi del 1924 seguendo motivazioni ideologiche e spirituali diametralmente opposte, ma accumunati da un talento fuori dal comune.
Harold Abrahams è un giovane studente ebreo di Cambridge, figlio di un immigrato lituano. Per lui, la corsa è un’arma di difesa, uno strumento per imporre se stesso e conquistare il rispetto di una società e di un’istituzione accademica fortemente conservatrici e sottilmente antisemite. Harold corre per vincere, per sconfiggere il pregiudizio e per dimostrare il proprio valore assoluto. All’estremo opposto si colloca Eric Liddell, un devoto cristiano scozzese nato da una famiglia di missionari. Per Eric, la velocità è un dono divino, e correre diventa una forma di preghiera, un modo per glorificare Dio. “Quando corro, sento il Suo compiacimento”, dirà alla sorella Jennie in uno dei passaggi chiave del testo drammaturgico.
Il nucleo narrativo si infiamma quando le due visioni del mondo si scontrano con la rigidità delle istituzioni. Durante le Olimpiadi di Parigi, Eric Liddell scopre che le qualificazioni dei cento metri si terranno di domenica. Per lui, il giorno del Signore è sacro, e il rifiuto categorico di gareggiare scatena un caso politico che coinvolge i vertici del Comitato Olimpico e il Principe di Galles. La fermezza etica di Liddell, disposta a sacrificare la gloria terrena in nome della fede, fa da specchio alla determinazione ossessiva di Abrahams, che per raggiungere la perfezione tecnica decide di assumere un allenatore professionista, Sam Mussabini, sfidando l’ideale dilettantistico e aristocratico della dirigenza universitaria britannica.

Lo smontaggio tecnico: il connubio epico tra estetica e avanguardia sonora
Hugh Hudson, qui al suo esordio nel lungometraggio dopo una lunga carriera nei documentari e negli spot pubblicitari, adotta una regia di straordinario rigore formale. Supportato dalla nitida fotografia di David Watkin, il regista non si limita a documentare le competizioni sportive, ma ne sublima il gesto atletico attraverso un uso espressionista del rallentatore (slow-motion). Questa scelta stilistica isola i corridori dal contesto, trasformando lo sforzo muscolare e la tensione dei volti in momenti di pura astrazione lirica.
Il montaggio di Terry Rawlings asseconda questa dilatazione temporale, alternando con sapiente senso del ritmo la geometrica compostezza dei palazzi di Cambridge alla concitazione polverosa delle piste d’atletica. Ma il vero colpo di genio tecnico e artistico che ha consegnato la pellicola all’immortalità è la colonna sonora composta dal musicista greco Vangelis.
- L’anacronismo elettronico: Invece di affidarsi a una partitura orchestrale d’epoca, Hudson e Vangelis compiono la scelta rivoluzionaria di utilizzare sintetizzatori ed elementi elettronici moderni per commentare un dramma ambientato negli anni Venti. Il tema principale, con il suo battito pulsante che mima il ritmo del cuore sotto sforzo o l’incedere dei passi sulla sabbia, non funge da semplice accompagnamento, ma detta il tempo emotivo dell’intera opera, creando un cortocircuito temporale che rende l’epica dello sforzo umano universale e senza tempo.
La sceneggiatura di Colin Welland è un modello di scrittura classica, strutturata su dialoghi densi e carichi di sottotesti politici e sociali. Welland riesce a evitare la retorica del melodramma sportivo, costruendo l’antagonismo tra i due protagonisti non come una rivalità distruttiva, bensì come un percorso parallelo di mutuo rispetto. La transizione tra le diverse linee narrative mantiene un equilibrio perfetto, concedendo lo spazio necessario alla definizione psicologica di entrambi i caratteri.
I costumi di Milena Canonero restituiscono l’austera eleganza dell’epoca, dai tweed accademici alle candide divise olimpiche in flanella, contribuendo in modo decisivo alla verosimiglianza storica del quadro d’insieme. Sotto il profilo interpretativo, le prove di Ben Cross (Abrahams) e Ian Charleson (Liddell) brillano per intensità e aderenza psicologica: Cross restituisce la rabbia repressa e l’inquietudine dell’outsider, mentre Charleson infonde nel suo Liddell una grazia e una serenità spirituale di straordinaria potenza. Indimenticabile, inoltre, la performance di Ian Holm nei panni del metodico allenatore Mussabini, un ruolo che gli valse il premio come miglior attore non protagonista a Cannes.
Il dilemma etico e l’anatomia del successo
Al di là della celebrazione delle vittorie olimpiche, il film sviluppa un’analisi profonda sul prezzo del successo e sulla natura profonda delle motivazioni umane. La corsa, nell’impianto allegorico dell’opera, diventa la metafora della vita stessa e della ricerca di un senso superiore.
C’è una profonda malinconia che avvolge la figura di Harold Abrahams nel momento del trionfo. Una volta tagliato il traguardo e conquistata la medaglia d’oro, la sceneggiatura evidenzia il vuoto esistenziale che coglie l’atleta: quando la spinta propulsiva della rivalsa sociale si esaurisce, resta la domanda drammatica su cosa rimanga dopo aver sacrificato ogni affetto e ogni energia per un singolo istante di gloria. Al contrario, la parabola di Eric Liddell dimostra che la vera forza non risiede nella sottomissione alle regole dello Stato o della bandiera, ma nella fedeltà assoluta ai propri principi morali. Liddell non corre contro gli altri, corre per testimoniare la propria verità, e la sua vittoria sui quattrocento metri — distanza per la quale non si era nemmeno preparato — assume i contorni di un vero e proprio trionfo dello spirito sulla materia.

Un classico intramontabile della cinematografia mondiale
Ci troviamo di fronte a un capolavoro del cinema britannico degli anni Ottanta, capace di unire il grande respiro spettacolare a un’introspezione psicologica rara nel cinema di genere sportivo. Hudson firma un’opera fiera, rigorosa ed emozionante, che rifiuta le scorciatoie della commozione facile per concentrarsi sulla dignità dell’uomo di fronte alle proprie scelte.
La visione è consigliata non soltanto agli amanti delle grandi imprese sportive, ma a chiunque sappia apprezzare il cinema inteso come grande racconto morale. È un film che continua a parlare al pubblico contemporaneo con la stessa immutata forza espressiva del giorno della sua uscita, ricordandoci che la vittoria più importante è sempre quella che si ottiene rimanendo fedeli a se stessi.


Rispondi