Un proiettile di cinismo scagliato nel cuore di Broadway: il noir definitivo sul potere tossico dell’informazione e la corruzione dell’anima.
Tra le luci accecanti dei club di New York e le ombre luride dei vicoli, Burt Lancaster e Tony Curtis mettono in scena una danza macabra fatta di ricatti e ambizione sfrenata, in un capolavoro del 1957 che anticipa con inquietante lucidità l’era della post-verità.
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🎬 SCHEDA TECNICA
- Titolo Originale: Sweet Smell of Success
- Regia: Alexander Mackendrick
- Cast: Burt Lancaster, Tony Curtis, Susan Harrison, Martin Milner, Sam Levene, Barbara Nichols
- Sceneggiatore: Clifford Odets, Ernest Lehman (basato sul romanzo breve di quest’ultimo)
- Genere: Noir, Drammatico
- Premi: Inserito nel National Film Registry (1993); Nomination ai BAFTA come Miglior Attore Straniero (Tony Curtis).
- Aziende produttrici: Hecht-Hill-Lancaster Productions, Norma Productions, Curtleigh Productions
- Rating IMDb: ⭐ 8.0
- Pagina Wikipedia del film: Piombo rovente
- Data di uscita (Italia): 19 ottobre 1957
- Paesi di origine: Stati Uniti d’America
Esistono film che non invecchiano, ma che sembrano piuttosto maturare, acquisendo una rilevanza sempre più tagliente con il passare dei decenni. Piombo rovente (Sweet Smell of Success), capolavoro diretto da Alexander Mackendrick nel 1957, è esattamente uno di questi. Se all’epoca della sua uscita fu accolto con una certa freddezza da un pubblico non ancora pronto a vedere i propri miti (Lancaster e Curtis) interpretare personaggi così profondamente abietti, oggi la pellicola è celebrata come una delle analisi più feroci e stilisticamente perfette mai realizzate sul potere della stampa, l’ambizione tossica e la corruzione morale urbana.

La storia si svolge in una New York notturna, febbrile e implacabile. Al centro della ragnatela c’è J.J. Hunsecker (un titanico Burt Lancaster), l’onnipotente editorialista la cui rubrica viene letta da sessanta milioni di persone. Hunsecker è un uomo che può creare o distruggere una carriera con una sola riga di testo. È un dio laico che governa Broadway dal suo tavolo al ristorante 21. Dall’altra parte troviamo Sidney Falco (Tony Curtis), un addetto stampa rampante, disperato e privo di scrupoli, che farebbe qualsiasi cosa pur di finire nelle grazie di Hunsecker. Il conflitto nasce quando J.J., ossessionato morbosamente dalla sorella minore Susan, incarica Falco di distruggere la relazione della ragazza con un giovane e onesto musicista jazz, Steve Dallas. Falco accetta l’incarico, innescando una spirale di bugie, ricatti e violenza psicologica che rivelerà il vuoto pneumatico dietro le luci della ribalta.
L’analisi tecnica di Piombo rovente non può che partire dalla straordinaria regia di Alexander Mackendrick. Proveniente dagli Ealing Studios britannici (dove aveva diretto commedie nere come L’uomo dal vestito bianco e La signora omicidi), Mackendrick porta nel cinema americano una precisione chirurgica e un pessimismo europeo che deforma il sogno americano in un incubo d’inchiostro. La sua capacità di orchestrare il movimento all’interno dell’inquadratura è magistrale: i personaggi sono costantemente in movimento, si rincorrono nei marciapiedi affollati, entrano ed escono da taxi, si sussurrano veleno in club angusti. C’è una sensazione di claustrofobia costante, nonostante la vastità della metropoli; New York non è mai stata così oppressiva e spietata.

La fotografia di James Wong Howe è, senza mezzi termini, una delle vette assolute del bianco e nero cinematografico. Howe trasforma la notte di Manhattan in un teatro d’ombre espressionista, dove i forti contrasti tra le luci al neon e l’oscurità dei vicoli riflettono la dualità dei protagonisti. L’uso della profondità di campo permette a Mackendrick e Howe di mantenere sempre il contesto urbano presente: Sidney Falco è costantemente “mangiato” dalla città, circondato da folle indifferenti o incorniciato dalle architetture verticali che sembrano schiacciarlo. La grana della pellicola restituisce un senso di sporcizia quasi tattile, rendendo l’atmosfera carica di un’elettricità malsana.
Un altro pilastro fondamentale dell’opera è la sceneggiatura. Inizialmente scritta da Ernest Lehman e poi pesantemente rivista dal drammaturgo Clifford Odets, la scrittura di Piombo rovente è un trionfo di dialoghi staccati, ritmati e intrisi di un sarcasmo velenoso. Le battute non sono semplici scambi di informazioni, ma fendenti. “Ti vedo, Sidney. Sei una creatura senza gambe che striscia sotto le rocce”, dice Hunsecker con una calma glaciale. Il linguaggio è stilizzato, quasi teatrale, eppure suona perfettamente autentico nel contesto di quel mondo fatto di apparenze e cinismo. Odets ha creato un gergo unico per il film, un miscuglio di gergo giornalistico e poesia di strada che eleva la narrazione a una dimensione mitica.
Sul piano delle interpretazioni, siamo di fronte a un momento di svolta per entrambi i protagonisti. Burt Lancaster mette da parte la sua fisicità atletica e il suo sorriso radioso per incarnare un mostro di arroganza. Il suo J.J. Hunsecker è una sfinge con gli occhiali, un uomo la cui autorità emana da una rigidità fisica quasi spaventosa. Ogni sua parola è pesata, ogni suo silenzio è una minaccia. Dall’altra parte, Tony Curtis compie il miracolo della carriera. Fino ad allora considerato poco più di un “bel faccino”, Curtis qui è elettrico, viscido, patetico e incredibilmente carismatico. Il suo Sidney Falco è un predatore affamato che però sa di essere, in fondo, solo un parassita. La chimica negativa tra i due — quel rapporto servo-padrone basato sul disprezzo reciproco — è il motore immobile che tiene in piedi l’intera impalcatura del film.

La colonna sonora, curata da Elmer Bernstein con importanti contributi jazz del Chico Hamilton Quintet, è essenziale per definire l’identità del film. Il jazz, all’epoca simbolo di modernità e ribellione, viene qui utilizzato per sottolineare l’inquietudine urbana. Le note nervose dei fiati e il ritmo incalzante delle percussioni accompagnano Falco nelle sue corse disperate attraverso la città, sottolineando la natura predatoria della giungla d’asfalto. Il contrasto tra l’eleganza degli arrangiamenti e la bassezza delle azioni compiute dai personaggi crea una dissonanza cognitiva che accentua il malessere dello spettatore.
Tematicamente, Piombo rovente è un’esplorazione brutale del potere come fine a se stesso. J.J. Hunsecker non usa la sua influenza per promuovere una visione del mondo o per giustizia; la usa per esercitare controllo, per punire chi lo sfida e, soprattutto, per proteggere il suo feticcio: la sorella Susan. Il rapporto tra i due ha sfumature quasi incestuose che, sebbene mai esplicitate per via del Codice Hays, permeano ogni inquadratura in cui compaiono insieme. C’è una metafora profonda nel titolo originale, Sweet Smell of Success (il dolce profumo del successo): il film suggerisce che questo profumo sia in realtà il sentore della decomposizione morale. Per avere successo in questo mondo, bisogna smettere di essere umani e diventare funzioni del sistema mediatico.
Il montaggio di Alan Ludwig è serrato, quasi febbrile. Non ci sono tempi morti; la narrazione procede con la velocità di un treno in corsa verso il baratro. Ogni transizione sembra voler sottolineare l’inevitabilità della caduta di Falco e l’immutabilità del trono di Hunsecker. La regia di Mackendrick non cerca mai di ingraziarsi lo spettatore; non ci sono personaggi con cui identificarsi pienamente, tranne forse la povera Susan e il musicista Steve, che però appaiono quasi come alieni in un mondo che non appartiene loro.
In conclusione, Piombo rovente è un’opera di un’attualità sconvolgente. In un’epoca dominata dall’ossessione per la visibilità, dal potere degli influencer e dalla manipolazione dell’opinione pubblica, la figura di J.J. Hunsecker appare come il prototipo di molti moderni baroni dei media. È un film che non offre consolazione, che non crede nella redenzione facile e che chiude con una nota di amarezza che risuona a lungo dopo la fine dei titoli di coda.

Consiglierei la visione a chiunque voglia studiare la grammatica del cinema noir al suo apice, ma anche a chi è interessato alla sociologia dei media e alla rappresentazione del potere. È un film obbligatorio per chi ama le sceneggiature di ferro, dove ogni parola conta e ogni sguardo uccide. È un’esperienza sensoriale e intellettuale che lascia un sapore metallico in bocca, proprio come suggerisce il titolo italiano, ricordandoci che il prezzo della fama, spesso, è la perdita definitiva della propria integrità. Un capolavoro assoluto, gelido e fiammeggiante al tempo stesso.


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