Cime tempestose (Wuthering Heights) è un film del 2026  diretto da Emerald Fennell.

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Amore tossico, fango e ossessione: Emerald Fennell reinventa il mito di Emily Brontë tra grottesco e modernità.

Oltre il romanticismo d’epoca patinato: Margot Robbie e Jacob Elordi sono i volti di una versione di Cime Tempestose viscerale, controversa e spudoratamente audace, capace di dividere il pubblico e scuotere le fondamenta del classico.

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🎬 SCHEDA TECNICA

  • Titolo Originale: Wuthering Heights
  • Regia: Emerald Fennell
  • Cast: Margot Robbie, Jacob Elordi, Hong Chau, Shazad Latif, Alison Oliver, Martin Clunes, Ewan Mitchell
  • Sceneggiatore: Emerald Fennell
  • Genere: Drammatico, Sentimentale, Grottesco, Gotico
  • Premi: In lizza per premi tecnici e interpretativi della stagione 2026
  • Aziende produttrici: Warner Bros. Pictures, MRC, Lie Still, LuckyChap Entertainment
  • Rating IMDb: ⭐ 6.1
  • Pagina Wikipedia del film: Cime tempestose (film 2026)
  • Data di uscita (Italia): 12 febbraio 2026
  • Paesi di origine: Stati Uniti d’America, Regno Unito

Adattare un’opera monumentale come Cime Tempestose di Emily Brontë nel 2026 richiede una dose di coraggio che rasenta l’incoscienza, oppure una visione così specifica e prepotente da giustificare l’ennesimo ritorno nelle brughiere dello Yorkshire. Emerald Fennell, fresca dei successi divisivi di Promising Young Woman e Saltburn, appartiene decisamente alla seconda categoria. Con questa nuova versione del classico ottocentesco, la regista non cerca la fedeltà filologica né la grazia dei drammi in costume di stampo britannico; al contrario, sceglie di immergere le mani nel fango, nel sangue e nell’umore nero di un racconto che è, per sua natura, profondamente disturbante. Il risultato è un’opera che mette le virgolette al proprio titolo — graficamente presenti persino nei poster — quasi a voler sottolineare che questa non è la storia di tutti, ma la “sua” versione deformata, carnale e spietata.

La vicenda si apre, come da tradizione, con l’arrivo del giovane Heathcliff nella dimora degli Earnshaw, un evento che altera per sempre l’equilibrio della famiglia. La narrazione si snoda attraverso gli anni, seguendo il legame indissolubile e distruttivo tra Catherine e il ragazzo trovato per strada, uniti da un sentimento che trascende l’amore per sfociare in una simbiosi metafisica. Fennell rispetta l’ossatura del romanzo, concentrandosi sulla ferocia del paesaggio e sulla crudeltà intrinseca dei personaggi, ma decide di spingere l’acceleratore su una messa in scena che mescola l’estetica punk-gotica con un realismo quasi grottesco. Non ci sono eroi in questa brughiera, solo predatori e prede in un ciclo infinito di vendetta e risentimento che attraversa le generazioni.

Il cuore pulsante di questa analisi non può che partire dalla regia di Emerald Fennell. La cineasta conferma la sua predilezione per un cinema che vuole provocare una reazione fisica nello spettatore. La sua cinepresa è mobile, inquieta, spesso indugia sui dettagli più crudi: il sudore sulle fronti, la terra sotto le unghie, il respiro affannato degli amanti. Fennell evita accuratamente la trappola del “period drama” statico. Invece di inquadrature simmetriche e rassicuranti, preferisce angolazioni sghembe e una gestione dello spazio che rende le mura di Wuthering Heights soffocanti, trasformando la magione in un personaggio senziente e malevolo. La sua cifra stilistica si riconosce nella capacità di mescolare il sacro e il profano, il dolore tragico e un’ironia sottile, quasi crudele, che emerge nei dialoghi e nelle interazioni sociali più formali.

La fotografia di Linus Sandgren è un elemento narrativo a sé stante. Lontano dalle tonalità calde e seppia di molte versioni precedenti, Sandgren opta per un contrasto violento. Le brughiere sono riprese con una luce fredda, livida, che sembra prosciugare la speranza dai volti dei protagonisti. Gli interni, invece, sono dominati da ombre profonde interrotte solo da luci di candela che non illuminano, ma creano contrasti espressionisti. C’è una matericità incredibile in ogni fotogramma: si avverte l’umidità delle pietre, la ruvidità dei tessuti e la desolazione di un ambiente dove la natura non è mai benigna, ma una forza indomabile che riflette il tumulto interiore di Heathcliff.

Sul fronte della colonna sonora, la collaborazione tra Anthony Willis e Charli XCX rappresenta una delle scelte più audaci della pellicola. Se la partitura orchestrale di Willis mantiene un legame con la tradizione gotica attraverso archi laceranti e toni gravi, gli interventi di Charli XCX (che cura i brani non strumentali e alcune texture sonore) portano un respiro contemporaneo che potrebbe spiazzare i puristi. Non si tratta di un anacronismo modaiolo, ma di un tentativo di tradurre l’intensità adolescenziale e febbrile del sentimento tra Cathy e Heathcliff in un linguaggio sonoro che parli al presente. Il montaggio di Victoria Boydell asseconda questa frenesia, utilizzando tagli netti e transizioni che spezzano il ritmo nei momenti di maggiore tensione psicologica, rendendo la progressione degli eventi quasi allucinatoria.

La sceneggiatura, firmata dalla stessa Fennell, è un esercizio di sottrazione e riconsiderazione. Dialoghi taglienti, moderni nel sottotesto ma rispettosi della struttura ottocentesca, mettono a nudo la tossicità di un legame che spesso è stato erroneamente idealizzato come romantico. Fennell non ha paura di rendere Catherine odiosa o Heathcliff mostruoso. Le performance degli attori sono fondamentali in questo equilibrio precario. Margot Robbie offre una Catherine Earnshaw che è un uragano di egoismo e desiderio; la sua Cathy non è una vittima delle circostanze, ma una forza della natura che manipola e distrugge chi le sta intorno per un bisogno ancestrale di appartenenza. Jacob Elordi, nel ruolo di Heathcliff, lavora sulla sottrazione e sulla fisicità imponente. Il suo è un Heathcliff silenzioso, la cui minaccia è costante e palpabile, un uomo che ha trasformato il dolore in una corazza d’acciaio. La loro chimica è negativamente magnetica: non si tifa per loro, ma non si riesce a smettere di guardarli mentre precipitano nell’abisso.

Le tematiche esplorate dal film scavano nel significato profondo dell’opera di Brontë, rileggendolo attraverso una lente psicologica moderna. Il concetto di “amore come possesso” viene smontato pezzo per pezzo. Catherine e Heathcliff non si amano nel senso convenzionale del termine; essi sono “la stessa sostanza”, un’identità divisa che cerca disperatamente di ricomporsi attraverso la distruzione dell’altro e di se stessi. C’è una metafora potente nel rapporto con la terra: Heathcliff è la brughiera, incolto e selvaggio, mentre Edgar Linton rappresenta la civiltà, il giardino curato che Catherine cerca di abitare senza mai riuscirvi davvero. Il film esplora anche la lotta di classe e il pregiudizio con una ferocia rinnovata, mostrando come il rifiuto sociale possa generare un mostro capace di attendere decenni per la propria rivalsa.

La conclusione del film non concede catarsi facile. Fennell rimane coerente con la sua visione nichilista e grottesca fino all’ultimo fotogramma. È un film che consiglio a chi non teme di vedere i propri classici preferiti “profanati” da una visione autoriale forte e a chi cerca un cinema visivamente potente che non scende a patti con la sensibilità del grande pubblico. Non è un film per chi cerca conforto o una storia d’amore struggente da San Valentino; è un’esperienza sensoriale faticosa, disturbante e, a tratti, quasi insopportabile, ma proprio per questo necessaria in un panorama cinematografico spesso troppo uniforme.

In sintesi, Cime Tempestose di Emerald Fennell è un’opera che divide necessariamente: o la si abbraccia per la sua audacia estetica e la sua spietatezza emotiva, o la si rifiuta per la sua sfrontatezza. Non ci sono mezze misure, proprio come nel cuore nero di Heathcliff. È un film che lascerà un segno, non tanto per la sua aderenza al libro, quanto per la forza con cui rivendica il diritto di tradire un originale per renderlo nuovamente vivo, pericoloso e sanguinante.

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