Nel panorama dei biopic contemporanei, Lee si distingue non solo per l’incredibile storia della sua protagonista, ma per la genesi stessa dell’opera. Diretto da Ellen Kuras, celebre direttrice della fotografia al suo debutto dietro la macchina da presa, il film è un progetto di pura passione, fortemente voluto e prodotto da Kate Winslet. La narrazione si concentra sugli anni più trasformativi della vita di Lee Miller: il passaggio dalla vita bohémienne nella Francia pre-bellica alla sua consacrazione come corrispondente di guerra per British Vogue durante il secondo conflitto mondiale. Non è una biografia enciclopedica che tenta di coprire ogni respiro della Miller, ma una focalizzazione chirurgica sul potere dell’immagine come testimonianza e sul prezzo psicologico che si paga per essere colei che “guarda” quando il resto del mondo preferirebbe chiudere gli occhi.
La trama si apre con una cornice narrativa ambientata nel 1977, dove una Lee ormai anziana, interpretata da una Winslet struccata e volutamente ruvida, viene intervistata da un giovane giornalista (Josh O’Connor). Attraverso questo dialogo, veniamo trasportati nel 1937, in un’idilliaca colazione al sole nel sud della Francia, dove Miller vive circondata da artisti e intellettuali come Roland Penrose e Paul Éluard. Ma l’ombra del nazismo si allunga rapidamente, e Lee, insoddisfatta della sua carriera di modella e stanca di essere la musa di qualcun altro (come lo era stata per Man Ray), decide di trasferirsi a Londra. Quando scoppia la guerra, la sua determinazione la porta a sfidare le restrizioni di genere del comando militare britannico, riuscendo a farsi accreditare come fotografa per l’esercito americano. Accompagnata dal collega di Life, David E. Scherman, Lee percorre l’Europa liberata, dai bombardamenti di Londra alla liberazione di Parigi, fino alla scoperta degli orrori indicibili di Buchenwald e Dachau.
Sotto il profilo tecnico, l’esordio di Ellen Kuras è segnato da una sensibilità visiva fuori dal comune. Non sorprende che una professionista che ha curato la fotografia di capolavori come Se mi lasci ti cancello abbia infuso in Lee una cura estetica che è al contempo omaggio e analisi. La direzione della fotografia di Paweł Edelman è fondamentale in questo senso: il film compie una transizione cromatica e materica tangibile. Se la prima parte è dominata da toni caldi, dorati e quasi onirici, man mano che Lee si avvicina al fronte, l’immagine si fa granulosa, desaturata, virando verso una tavolozza di grigi, kaki e neri profondi che riflettono la polvere e il fumo delle macerie. Kuras evita sapientemente il cliché della “foto fissa” che compare sullo schermo ogni volta che scatta l’otturatore; preferisce invece mostrare la costruzione dello scatto, l’occhio clinico e quasi ossessivo di Lee che cerca la verità nel caos.

La colonna sonora di Alexandre Desplat accompagna questo viaggio con una sobrietà quasi solenne. Desplat evita la retorica orchestrale tipica dei film di guerra, optando per archi e pianoforte che sottolineano la solitudine della protagonista e la complessità delle sue emozioni. Il montaggio di Mikkel E. G. Nielsen gioca invece un ruolo cruciale nel gestire il ritmo, specialmente nell’alternanza tra il presente dell’intervista e i flashback bellici. Sebbene a tratti il ritmo possa sembrare quello di un biopic classico, la fluidità delle transizioni tra la vita mondana e l’orrore delle trincee crea un contrasto che impedisce allo spettatore di adagiarsi, mantenendo una tensione costante legata all’imminenza del trauma.
La sceneggiatura, firmata da Liz Hannah, John Collee e Marion Hume, si prende alcune libertà storiche per condensare la complessità della vita di Miller, ma eccelle nei dialoghi. Lee viene presentata non come un’eroina senza macchia, ma come una donna abrasiva, determinata, dedita all’alcol e con una sessualità libera che sfida i canoni dell’epoca. Le sue interazioni con Audrey Withers (una composta Andrea Riseborough) mostrano il conflitto tra la necessità di vendere una rivista patinata e l’imperativo morale di mostrare la sofferenza. Tuttavia, è nel rapporto con David E. Scherman, interpretato da un Andy Samberg sorprendentemente misurato ed efficace in un ruolo drammatico, che il film trova il suo cuore emotivo. Il loro cameratismo non è mai tinto di facile romanticismo, ma è una fratellanza nata tra i cadaveri e il fumo, un legame tra due persone che sanno di essere le uniche a poter capire ciò che stanno vedendo.
La performance di Kate Winslet è, senza mezzi termini, la colonna portante dell’intero film. Winslet incarna la Miller con una fisicità prepotente: la vediamo correre tra le esplosioni con la pesante attrezzatura fotografica, fumare con un’intensità quasi disperata, e invecchiare davanti ai nostri occhi sotto il peso di ciò che ha documentato. C’è una scena madre, la celebre ricostruzione dello scatto nella vasca da bagno di Adolf Hitler a Monaco, che è girata con una tale densità psicologica da superare il semplice valore iconico del gesto. In quel momento, il corpo di Lee, nudo e sporco della polvere di Dachau che ha calpestato poco prima, diventa un atto di riappropriazione e di sfida suprema. Winslet riesce a trasmettere la transizione da modella (oggetto dello sguardo altrui) a fotografa (soggetto che definisce la realtà), un processo che nel film diventa quasi una purificazione dolorosa.

Tematicamente, Lee esplora l’idea del “testimone”. Qual è la responsabilità di chi vede? Il film suggerisce che per Miller la fotografia non era arte, ma un’arma di verità contro l’oblio. C’è un’allegoria profonda nel modo in cui lei fotografa le donne francesi umiliate per collaborazionismo o la sua amica Solange d’Ayen (una Marion Cotillard struggente) dopo la prigionia: Lee cerca lo sguardo femminile in un conflitto narrato quasi esclusivamente da uomini. Il messaggio è chiaro: la guerra non è solo strategia militare, ma un trauma che si riverbera sui corpi e sulle menti, e la fotocamera è lo strumento per impedire che quel trauma venga ignorato. Il finale, con un colpo di scena che ribalta il senso dell’intera intervista iniziale, aggiunge un ulteriore livello di lettura sulla memoria familiare e sul silenzio post-traumatico.
In conclusione, Lee è un’opera che, pur muovendosi entro i binari di una struttura biografica a tratti tradizionale, viene elevata da una recitazione straordinaria e da una direzione tecnica di alto livello. È un film che consiglierei caldamente agli appassionati di storia, a chi ama la fotografia come forma di impegno civile e a chiunque voglia approfondire la figura di una donna che ha avuto il coraggio di essere sgradevole, audace e, soprattutto, libera. Non è una visione facile — la parte finale nei campi di concentramento è volutamente difficile da sostenere — ma è necessaria. È un tributo potente non solo a Lee Miller, ma a tutti coloro che scelgono di restare a guardare quando l’oscurità sembra inghiottire ogni cosa. Il giudizio definitivo è quello di un’opera solida, onesta e visivamente magnifica, capace di restituire dignità a una delle figure più affascinanti e martoriate del secolo scorso.


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