Happy Holidays (ينعاد عليكو‎?, Yinʿād ʿalēkom) è un film del 2024 diretto da Iskandar Qubti.

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Quindici anni dopo la rivelazione di Ajami, il regista Iskandar Qubti torna dietro la macchina da presa per raccontarci che non c’è nulla di “felice” nelle festività quando queste diventano il palcoscenico di doppie morali e tensioni sommerse. Ambientato tra le strade trafficate e le case silenziose di Haifa, Happy Holidays non è solo un film, ma un’autopsia sociale condotta con precisione chirurgica. Attraverso un mosaico di vite che si scontrano a causa di un banale incidente stradale, il film distrugge l’illusione della coesione familiare e culturale, mettendo a nudo le crepe di un mondo dove l’apparenza conta più della verità e dove le donne, ancora una volta, pagano il prezzo più alto. Un’opera corale che vibra di un realismo quasi documentaristico, capace di disturbare e affascinare in egual misura.

Il Ritorno di un Maestro del Realismo: Introduzione

Presentato con successo alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2024 nella sezione Orizzonti — dove si è aggiudicato il prestigioso premio per la Migliore Sceneggiatura — Happy Holidays segna il ritorno attesissimo di Iskandar Qubti. Il regista, che già nel 2009 aveva scosso il cinema internazionale con il candidato all’Oscar Ajami, conferma qui la sua voce unica e necessaria. Il film, che vanta un punteggio IMDB di 7.4/10, si muove su un terreno complesso, esplorando le dinamiche interne alla comunità palestinese in Israele e le intersezioni con la maggioranza ebraica, ma lo fa evitando accuratamente i cliché del cinema politico didascalico.

Il cast, composto prevalentemente da attori non professionisti come Toufic Danial, Shadi Bakri, Manar Shehab e Mera Abushahran, restituisce una verità che solo il metodo di Qubti — basato sull’improvvisazione e sulla mancata conoscenza della sceneggiatura completa da parte degli interpreti — può generare. Il titolo stesso, Happy Holidays (o nell’originale arabo Yinʿād ʿalēkom, una formula di augurio), risuona di una sferzante ironia: il film si svolge infatti a ridosso di diverse festività, momenti che dovrebbero celebrare la gioia e che invece diventano catalizzatori di crisi esistenziali e sociali. La tesi del regista è chiara fin dal primo fotogramma: le strutture patriarcali e i pregiudizi culturali sono prigioni invisibili da cui nessuno esce davvero indenne.

Un Incidente, Mille Verità: La Trama

La narrazione si dipana a Haifa e segue le vicende di quattro personaggi le cui vite si intrecciano in modo inaspettato a seguito di un banale incidente stradale. Tutto ha inizio con Rami, un giovane arabo che, dopo aver causato un piccolo tamponamento, si ritrova coinvolto in una spirale di bugie per nascondere la sua relazione con una ragazza ebrea, Miri, la cui gravidanza improvvisa minaccia di far saltare gli equilibri precari di entrambe le famiglie.

Parallelamente, seguiamo Fifi, la sorella di Rami, che vive il peso opprimente delle aspettative familiari sulla sua purezza e sul suo futuro matrimonio. Fifi nasconde un segreto che, se rivelato, distruggerebbe l’onore della sua famiglia in una società dove il concetto di “ayb” (vergogna) domina ogni scelta privata. C’è poi la madre, una donna che cerca disperatamente di tenere uniti i pezzi di un puzzle che sta andando in frantumi, e altri personaggi che orbitano intorno a questo nucleo, ognuno portatore di una propria ipocrisia necessaria alla sopravvivenza sociale. Il film non procede in linea retta, ma si divide in capitoli che mostrano la stessa realtà da angolazioni diverse, rivelando come la verità sia spesso una costruzione di comodo e come ogni personaggio sia, al tempo stesso, vittima e carnefice di un sistema che non permette errori. Non ci sono eroi in Happy Holidays, solo esseri umani che cercano di navigare nel mare in tempesta della propria cultura.

L’Occhio del Testimone: Analisi della Regia e della Fotografia

La regia di Iskandar Qubti è un esercizio di osservazione partecipata. Evitando lo stile patinato del cinema mainstream, Qubti adotta un linguaggio che potremmo definire “iper-realismo sociale”. La sua capacità di dirigere non-attori è strabiliante: non c’è mai un momento in cui si percepisce la recitazione come artificio. La macchina da presa sembra quasi “rubare” i momenti, posizionandosi spesso in angoli stretti, dietro le porte o all’interno di automobili, creando nello spettatore la sensazione di essere un osservatore non invitato, un testimone dei segreti più intimi della famiglia Wheeler di Haifa.

La fotografia accompagna questo approccio con una naturalezza disarmante. Non ci sono luci spettacolari o filtri estetizzanti; la tavolozza cromatica è quella della realtà quotidiana del Medio Oriente contemporaneo: i bianchi calcinati degli edifici sotto il sole, il grigio dell’asfalto, i colori domestici un po’ spenti delle abitazioni medie. L’uso della camera a spalla è frequente ma mai gratuito; serve a restituire l’agitazione interna dei personaggi, quel senso di urgenza e di pericolo imminente che sottende anche alle scene più tranquille. La luce naturale domina la scena, accentuando la sensazione che ciò che stiamo vedendo non sia una finzione, ma uno spaccato di vita vera che accade qui e ora.

Il Ritmo della Tensione: Montaggio e Colonna Sonora

Il montaggio è, forse, l’elemento tecnico più raffinato del film. La struttura a capitoli, che ritorna su eventi già visti per aggiungere dettagli fondamentali, richiede una precisione millimetrica per non risultare ripetitiva. Al contrario, ogni ripetizione è una rivelazione. Il montaggio lavora per accumulo di tensione: ciò che in un capitolo sembra un dettaglio insignificante, nel successivo diventa il motore di una tragedia. Questo ritmo sincopato tiene lo spettatore incollato allo schermo, costringendolo a rielaborare continuamente il proprio giudizio sui personaggi.

Per quanto riguarda la colonna sonora, Qubti compie una scelta radicale tipica del suo cinema: il silenzio o, meglio, il suono diegetico. Non c’è una partitura musicale esterna che ci dice cosa provare o quando emozionarci. La musica entra nel film solo quando è presente nella realtà dei personaggi: una radio accesa in cucina, il rumore del traffico, i canti durante le celebrazioni. Questa assenza di commento sonoro artificiale aumenta la potenza drammatica delle scene madri; quando le parole vengono meno o quando esplode un conflitto, il vuoto sonoro che circonda le urla o i silenzi dei protagonisti è molto più devastante di qualsiasi violino. È un cinema che respira attraverso i rumori della strada e i respiri affannosi di chi ha paura.

La Parola come Scudo e Spada: Sceneggiatura e Recitazione

La sceneggiatura, premiata giustamente a Venezia, è il vero pilastro dell’opera. Qubti scrive dialoghi che sembrano intercettati, non scritti. La complessità linguistica del film — dove si passa fluidamente dall’arabo all’ebraico — riflette perfettamente la realtà schizofrenica di Haifa, dove la convivenza è spesso una superficie sottile pronta a spezzarsi. La forza della scrittura risiede nella sua capacità di affrontare temi enormi — il patriarcato, il conflitto arabo-israeliano, la condizione femminile — senza mai nominarli in modo esplicito o declamatorio. Tutto emerge dalle piccole azioni: un test di gravidanza nascosto, una telefonata troncata, un’occhiata di disapprovazione del padre.

La recitazione è, come accennato, di un livello di autenticità raro. Toufic Danial nel ruolo di Rami riesce a trasmettere quella mistura di arroganza giovanile e terrore paralizzante di chi sa di aver innescato un meccanismo più grande di lui. Manar Shehab, nel ruolo di Fifi, è straordinaria: la sua performance è tutta basata sul non detto, sulla soffocante necessità di contenere le proprie emozioni per non tradire il ruolo che la società le ha assegnato. Vedere questi non-professionisti interagire con una tale intensità fa riflettere su quanto, a volte, la tecnica accademica possa essere un ostacolo alla verità emotiva. Essi non “interpretano” la vita a Haifa; essi la portano sullo schermo con la memoria muscolare di chi la vive ogni giorno.

Tematiche: La Festa delle Ipocrisie

Happy Holidays esplora il concetto di doppia morale con una ferocia inedita. Una delle tematiche centrali è il trattamento delle donne all’interno della struttura familiare tradizionale. Mentre agli uomini è concesso, seppur con riserva, un certo margine di errore e di libertinaggio (purché nascosto), le donne sono le custodi dell’onore collettivo. La vergogna di una figlia ricade su tutto il clan, e il film mostra come questa pressione porti alla distruzione sistematica dell’individualità femminile.

C’è poi la riflessione sul “confine” interno. Haifa è spesso celebrata come il simbolo della coesistenza pacifica, ma Qubti ci mostra che questa pace è un equilibrio basato sulla rimozione. Le barriere non sono fatte di muri di cemento, ma di pregiudizi incancreniti. La relazione tra Rami e Miri non è ostacolata solo dalla religione, ma da secoli di sfiducia reciproca e da un sistema politico che preme sui singoli individui, rendendo impossibile l’amore senza che questo diventi un atto politico o un tradimento dell’identità. Il regista attacca anche il concetto stesso di “tradizione” quando questa diventa un paravento per la crudeltà o per la codardia.

Giudizio Finale: A Chi è Consigliato?

Tirando le somme, Happy Holidays è un film necessario, un’opera che conferma Iskandar Qubti come uno dei registi più lucidi e coraggiosi del panorama mediorientale e internazionale. È un film che non offre conforto, che non regala facili risoluzioni e che lascia lo spettatore con un senso di inquietudine profonda. È un cinema civile nel senso più alto del termine: non perché insegna qualcosa, ma perché ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare.

Consiglio la visione a chiunque abbia amato Ajami e voglia vedere l’evoluzione di un linguaggio cinematografico unico. È un film per chi apprezza il cinema di Asghar Farhadi, con cui condivide la capacità di trasformare un dilemma morale privato in una tragedia universale. È perfetto per chi cerca storie corali solide, dove ogni personaggio è scritto con dignità e profondità. Non è adatto, invece, a chi cerca intrattenimento leggero o trame lineari con un chiaro messaggio morale finale. Happy Holidays è un labirinto di specchi dove la luce è fredda e la verità fa male, ma è proprio in quel dolore che risiede la sua immensa bellezza.

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