Cosa succede quando il tuo lavoro è scrivere il futuro degli altri, ma il tuo passato non ti lascia dormire? Babak Jalali ci regala con Fremont un ritratto magnetico e minimalista di Donya, una giovane traduttrice afghana che cerca di rifarsi una vita in California. Lontano dai cliché del dramma sull’immigrazione, il film sceglie la strada del cinema “deadpan”, fatto di inquadrature fisse, silenzi carichi di significato e una colonna sonora jazzata che culla lo spettatore in un limbo sospeso tra realtà e sogno. È una storia di solitudini che si sfiorano, un invito a cercare la connessione umana nelle pieghe più banali della quotidianità.
Un Miracolo Minimalista: Introduzione a Fremont
In un panorama cinematografico spesso dominato da narrazioni urlate e montaggi frenetici, Fremont (2023) emerge come un’oasi di calma e riflessione. Diretto da Babak Jalali, regista iraniano-britannico con una sensibilità unica per le storie di confine, il film si è imposto all’attenzione della critica internazionale dopo il passaggio al Sundance Film Festival. Nonostante una distribuzione di nicchia, l’opera ha saputo conquistare un posto speciale nel cuore degli appassionati di “slow cinema”, mantenendo attualmente una valutazione di 7.0/10 su IMDB, un punteggio che riflette il suo status di piccolo cult contemporaneo.
Il lungometraggio si avvale di una direzione artistica rigorosa, optando per un elegante bianco e nero e un rapporto d’aspetto in 4:3 che stringe l’inquadratura attorno alla protagonista, quasi a sottolinearne l’isolamento emotivo. Sotto la superficie di questa commedia amara e compassata, si nasconde una riflessione profonda sull’identità, sul senso di colpa dei sopravvissuti e sulla ricerca del sogno americano visto non dai grandi grattacieli, ma dalle strade silenziose di una cittadina della baia di San Francisco.
Scheda Tecnica Essenziale
- Regista: Babak Jalali
- Attori Protagonisti: Anaita Wali Zada, Gregg Turkington, Jeremy Allen White
- Rating IMDB: 7.0/10
Scrivere il Futuro per Dimenticare il Passato: La Trama
Al centro della narrazione troviamo Donya, interpretata dall’esordiente Anaita Wali Zada (che, curiosamente, è stata una vera giornalista rifugiata dall’Afghanistan nella vita reale). Donya vive a Fremont, in California, in un complesso residenziale abitato quasi esclusivamente da altri profughi afghani. La sua giornata si divide tra una routine ripetitiva e l’insonnia cronica che la perseguita. Di giorno lavora in una fabbrica di biscotti della fortuna a San Francisco; di notte, fissa il soffitto o guarda soap opera turche insieme a un vicino silenzioso.
Donya porta con sé un fardello pesante: in Afghanistan lavorava come traduttrice per l’esercito degli Stati Uniti, una scelta che l’ha resa un bersaglio in patria e che oggi le genera un profondo senso di colpa nei confronti di chi è rimasto. La sua vita prende una piega inaspettata quando viene promossa al ruolo di scrittrice dei messaggi contenuti nei biscotti della fortuna. In un impeto di ribellione silenziosa e desiderio di connessione, decide di inserire in uno di questi biscotti un messaggio molto personale, sperando che finisca nelle mani di qualcuno capace di cambiare il corso della sua esistenza. Questa piccola “bottiglia nel mare” digitale-cartacea la porterà a un incontro fortuito che potrebbe, forse, guarire la sua anima.

L’Estetica del Silenzio: Analisi di Regia e Fotografia
Il vero cuore pulsante di Fremont risiede nella sua estetica formale. Babak Jalali sceglie uno stile che ricorda da vicino il cinema di Jim Jarmusch o di Aki Kaurismäki: inquadrature statiche, composizioni simmetriche e un umorismo asciutto, quasi imperturbabile. La scelta del bianco e nero non è un semplice vezzo estetico, ma una necessità narrativa. Elimina le distrazioni cromatiche della California solare per concentrarsi sulle sfumature di grigio dell’anima di Donya. Il formato 4:3, con i suoi bordi neri laterali, crea una sensazione di claustrofobia e intimità, costringendo lo spettatore a osservare ogni minima micro-espressione del volto della protagonista.
La fotografia, curata da Laura Valladao, trasforma i luoghi comuni della provincia americana — uffici spogli, tavole calde deserte, binari ferroviari — in quadri di una bellezza malinconica. C’è un’attenzione quasi sacrale per gli spazi vuoti, per il modo in cui la luce taglia le stanze anonime dove Donya cerca riparo. Questa regia “sottovoce” permette al film di evitare il sentimentalismo facile. Non c’è bisogno di musica drammatica o di pianti a dirotto per farci sentire il peso dell’esilio; basta vedere Donya seduta da sola in un ristorante, circondata da tavoli vuoti, mentre aspetta che accada qualcosa che dia un senso alla sua libertà conquistata a caro prezzo.
Le Interpretazioni: Autenticità e Stile
La scelta di Anaita Wali Zada per il ruolo di Donya è stata un colpo di genio. Essendo la sua prima prova attoriale, la Zada porta con sé una naturalezza che un’attrice professionista avrebbe faticato a simulare. Il suo volto è una maschera di dignità e stanchezza, dove ogni sorriso accennato assume il valore di una vittoria epocale. La sua interpretazione è sottile, fatta di sguardi bassi e risposte telegrafiche, ma capace di trasmettere un mondo interiore vastissimo.
Accanto a lei, Gregg Turkington interpreta il Dr. Anthony, uno psichiatra eccentrico ossessionato dal libro Zanna Bianca di Jack London. I loro colloqui sono tra le scene più memorabili del film: un mix surreale di incomprensioni e momenti di verità profonda. Turkington incarna perfettamente quel tipo di “stranezza americana” benevola che funge da contrappeso alla gravità del passato di Donya.

E poi c’è Jeremy Allen White (la star di The Bear), che appare in un cameo esteso verso la fine del film. La sua presenza è elettrizzante proprio perché sommessa. Nel ruolo di un meccanico solitario, White stabilisce con la Zada una chimica immediata basata non sulle parole, ma su una comprensione reciproca della solitudine. È una scena che dura pochi minuti, ma che rimane impressa per la sua tenerezza e per il modo in cui chiude (o apre) il cerchio emotivo del racconto.
Tematiche: L’Esilio, la Fortuna e il Caso
Fremont esplora il concetto di “Sogno Americano” da una prospettiva laterale. Non è la storia di chi scala le vette del successo, ma di chi cerca semplicemente il diritto di dormire una notte intera senza incubi. Il film analizza con precisione chirurgica la dicotomia tra la vita precedente della protagonista e quella attuale: in Afghanistan la lingua era una questione di vita o di morte (traduceva per i militari), in America la lingua diventa un gioco di parole per biscotti della fortuna destinati a persone che cercano risposte banali dopo cena.
Questa ironia di fondo è la spina dorsale del film. I biscotti della fortuna, un’invenzione squisitamente sino-americana, diventano la metafora del destino. Possiamo davvero controllare il nostro futuro o siamo solo in attesa che il caso decida per noi? Donya sceglie di sfidare il caso, trasformando un oggetto di consumo di massa in un grido di aiuto individuale. Il film ci dice che, nonostante le barriere culturali e linguistiche, il bisogno di essere “visti” e “ascoltati” è universale. L’esilio non è solo geografico, ma è uno stato mentale di sospensione che può essere interrotto solo da un atto di audacia, per quanto piccolo possa essere.
Analisi Tecnica: Montaggio e Suono
Il montaggio di Babak Jalali, insieme a Hitoshi Kurosaki, è volutamente lento, rispettando i tempi della vita quotidiana di Donya. Non ci sono tagli bruschi; ogni scena scivola nella successiva con la fluidità di una giornata pigra. Questa scelta ritmica invita lo spettatore a sintonizzarsi sulle frequenze della protagonista, a sentire la noia e l’attesa.
Il comparto sonoro merita una menzione speciale. La colonna sonora, composta da Mahmoud Schricker, mescola sonorità mediorientali con il jazz americano, creando un ibrido musicale che rispecchia perfettamente l’anima divisa di Donya. I suoni ambientali — il ronzio delle macchine della fabbrica, il rumore del vento nelle strade vuote di Fremont — sono mixati in modo da creare un tappeto sonoro ipnotico che accentua il tono sognante della pellicola. La scrittura dei dialoghi, infine, è essenziale: poche parole, molta ironia “dry” e una capacità rara di dire molto dicendo pochissimo.
Riflessioni Finali e Pubblico Consigliato
Fremont non è un film per tutti, e questo è uno dei suoi pregi maggiori. Se cercate colpi di scena o una narrazione adrenalinica, potreste trovarlo eccessivamente statico. Tuttavia, se siete disposti a lasciarvi trasportare dal suo ritmo contemplativo e dalla sua estetica raffinata, scoprirete un’opera di una bellezza straziante.
È un film che consiglio vivamente a chi ha amato opere come Paterson di Jim Jarmusch o Nomadland di Chloé Zhao; a chi apprezza il cinema che sa trovare il sacro nel profano e la poesia nella banalità di un parcheggio o di un biscotto croccante. È un’opera che parla di integrazione senza fare discorsi politici espliciti, preferendo concentrarsi sull’umanità condivisa che ci lega tutti, rifugiati e non.
In conclusione, Fremont è una delle visioni più originali e toccanti del 2023. Babak Jalali ha saputo trasformare una storia di dolore e insonnia in una favola urbana moderna, visivamente splendida e narrativamente onesta. È un film che non dà risposte definitive, ma che ci lascia con la speranza che, da qualche parte, ci sia un biscotto della fortuna con scritto sopra esattamente quello di cui abbiamo bisogno per continuare a camminare. Una perla rara nel cinema contemporaneo, capace di scaldare il cuore senza mai ricorrere a facili trucchi emotivi.


Rispondi