Introduzione
Nel 1931, mentre la Germania di Weimar oscillava tra l’esuberanza creativa e l’ombra incombente del totalitarismo, Robert Siodmak firmava una delle pellicole più singolari e brillanti della storia del cinema tedesco: L’uomo che cerca il suo assassino (Der Mann, der seinen Mörder sucht). Basato su un racconto di Jules Verne, il film rappresenta un incrocio formidabile tra la commedia sofisticata, il grottesco e quel senso di fatalismo che avrebbe poi reso Siodmak uno dei padri nobili del film noir americano.
Prima di fuggire a Hollywood e dirigere pietre miliari come I Gangsters (1946), Siodmak esplorava qui un tema cupo con una leggerezza quasi magica, avvalendosi della collaborazione di una squadra di talenti straordinari, tra cui spicca uno sceneggiatore d’eccezione: Billy Wilder. Il risultato è un’opera che sfida le etichette, oscillando tra la risata e il brivido esistenziale.
Scheda Tecnica
- Regia: Robert Siodmak
- Soggetto: Jules Verne (ispirato a “Le tribolazioni di un cinese in Cina”)
- Sceneggiatura: Billy Wilder, Ludwig Hirschfeld, Curt Siodmak
- Interpreti principali: Heinz Rühmann (Hans Herfort), Lien Deyers (Kitty), Raimund Janitschek (Otto Kuttlapp), Hans Leibelt (Adam)
- Anno: 1931
- Voto IMDB: 7.1/10
La Trama (Senza Spoiler)
Hans Herfort è un uomo profondamente infelice. Oppresso da una vita monotona, debiti soffocanti e una delusione amorosa che gli appare insuperabile, Hans decide di farla finita. Tuttavia, scopre presto che suicidarsi richiede un coraggio o una determinazione che non possiede. Dopo vari tentativi falliti, decide di affidarsi a un professionista.
Contratta quindi un criminale di nome Otto Kuttlapp, firmando un accordo formale: l’uomo dovrà ucciderlo entro le dodici ore successive, in un momento inaspettato, per evitargli l’angoscia dell’attesa conscia. Ma, come spesso accade nei capricci del destino, non appena il contratto diventa irrevocabile, Hans incontra la giovane e vitale Kitty. Improvvisamente, la vita acquista colori vibranti e il desiderio di morire svanisce istantaneamente. Peccato che Kuttlapp sia un uomo d’onore e intenda portare a termine l’incarico a ogni costo. Inizia così una fuga rocambolesca e paradossale dove la preda cerca disperatamente di convincere il suo predatore che ha cambiato idea.
L’Analisi e il Commento
Il cuore pulsante di questa pellicola risiede nel suo equilibrio precario ma perfetto tra generi. Siodmak gestisce il ritmo con una maestria che anticipa la modernità: non c’è mai un momento di stasi. La regia è dinamica, ricca di angolazioni espressioniste che però non appesantiscono la visione, ma servono a sottolineare l’assurdità della condizione umana.
La fotografia di Otto Heller e Konstantin Irmen-Tschet sfrutta i contrasti di luce per dipingere una Berlino notturna fatta di ombre lunghe e vicoli che sembrano trappole, un’estetica che diventerà il marchio di fabbrica di Siodmak nel decennio successivo. Ma qui, le ombre non portano solo minaccia, portano anche comicità situazionale.
La sceneggiatura, firmata da un giovane Billy Wilder, è un fuoco d’artificio di dialoghi taglienti e cinismo brillante. Si avverte già quel gusto per l’equivoco e la satira sociale che renderanno Wilder una leggenda. La scrittura non si limita a far ridere; scava nelle nevrosi dell’uomo moderno, incapace di gestire la propria libertà se non attraverso la delega della propria morte.

Le Performance
Heinz Rühmann è semplicemente perfetto nel ruolo di Hans. La sua fisicità minuta e il suo volto capace di passare dallo sconforto più nero a una gioia infantile lo rendono l’antieroe ideale. Rühmann riesce a non rendere Hans patetico, ma profondamente umano, trasformando la sua goffaggine in una forma di resistenza contro un destino che lui stesso ha messo in moto. Lien Deyers porta la luce necessaria per giustificare il repentino cambiamento di rotta del protagonista, mentre Raimund Janitschek, nel ruolo dell’assassino, offre una prova di commedia fisica eccellente, diventando una sorta di Terminator ante-litteram, implacabile ma vincolato da un bizzarro codice etico professionale.
Le Tematiche: La Morte come Motore della Vita
Al di là della superficie comica, L’uomo che cerca il suo assassino affronta tematiche filosofiche profonde. Il film esplora il concetto di determinismo vs libero arbitrio. Nel momento in cui Hans rinuncia alla propria volontà affidando la propria vita (o meglio, la fine di essa) a un altro, perde il controllo sulla realtà. Solo la minaccia reale e imminente della morte riesce a svegliarlo dal torpore depressivo.
È una metafora potente: spesso apprezziamo la bellezza dell’esistenza solo quando siamo sul punto di perderla. Il film critica sottilmente anche la burocrazia e la rigidità della società tedesca dell’epoca: l’idea che un omicidio possa essere regolato da un contratto firmato e che l’assassino si senta moralmente obbligato a “fornire il servizio” è una satira feroce sul senso del dovere distorto.
Il contrasto tra il desiderio di morte e l’istinto di sopravvivenza viene trattato con un’allegoria costante: Hans corre non per sfuggire a un nemico esterno, ma per sfuggire a una decisione che lui stesso ha preso. È il conflitto interiore dell’uomo moderno reso visibile attraverso l’inseguimento fisico.
Considerazioni Finali
L’uomo che cerca il suo assassino è una gemma che merita di essere riscoperta non solo dai cinefili incalliti, ma da chiunque ami il cinema intelligente. È un’opera che riesce a essere buffa e inquietante allo stesso tempo, un manuale di ritmo cinematografico che non ha perso un grammo della sua freschezza in quasi un secolo.
Siodmak dimostra che si può parlare di suicidio e di morte mantenendo un sorriso sardonico, senza mai mancare di rispetto alla tragicità del tema, ma anzi esaltando la vita proprio attraverso il suo opposto.

A chi lo consiglio: Lo consiglio caldamente agli amanti delle commedie nere, a chi studia l’evoluzione del noir e a chiunque voglia vedere come il talento di Billy Wilder stesse già germogliando in Europa prima di conquistare il mondo. Se cercate un film che vi faccia riflettere sulla gioia di vivere mentre ridete delle sventure di un povero diavolo, questa è la pellicola che fa per voi.
È un viaggio ironico, visivamente splendido e narrativamente impeccabile che chiude con una nota di speranza: non è mai troppo tardi per strappare il contratto con il proprio destino e decidere di ricominciare, anche se l’assassino è già dietro l’angolo.


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