UFO… annientare S.H.A.D.O. stop. Uccidete Straker… è un film del 1972 diretto da Alan Perry

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Prima dell’avvento della computer grafica, c’era un’epoca in cui il futuro aveva il sapore metallico dei modellini curati maniacalmente e il fascino ambiguo di uniformi argentate e parrucche viola. E c’era un’Italia cinematografica che, affamata di fantascienza, trasformava gli episodi televisivi britannici in veri e propri eventi da grande schermo. UFO… annientare S.H.A.D.O. stop. Uccidete Straker… (1972), diretto da Alan Perry, è il risultato più oscuro e maturo di questa operazione commerciale. Un fanta-thriller claustrofobico dove la guerra contro gli alieni si sposta dai cieli stellati ai meandri della psiche umana, mettendo il titanico comandante Ed Straker con le spalle al muro. Preparatevi a un viaggio in un 1980 alternativo che non smette mai di affascinare e inquietare.

Il Grande Schermo e il Miracolo del Montaggio Italiano

Per comprendere appieno l’essenza di UFO… annientare S.H.A.D.O. stop. Uccidete Straker…, è fondamentale fare una premessa storica. Non ci troviamo di fronte a un’opera concepita originariamente per le sale cinematografiche, bensì a un prodotto figlio di una pratica distributiva tipicamente italiana (e non solo) in voga negli anni ’70. Sull’onda del clamoroso e inaspettato successo riscosso dalla serie televisiva britannica UFO, creata dai leggendari Gerry e Sylvia Anderson, i distributori italiani decisero di unire letteralmente insieme alcuni episodi della serie, gonfiando la pellicola per il formato panoramico e lanciandola nei cinema.

Con un punteggio IMDb che si assesta attorno al 7.2/10 (un voto che riflette l’amore incondizionato dello zoccolo duro dei fan per il materiale d’origine), il film vede alla regia Alan Perry, storico collaboratore degli Anderson. Il cast è quello iconico che ha fatto la storia del piccolo schermo: il marmoreo Ed Bishop, il carismatico George Sewell, il tormentato Michael Billington e le indimenticabili presenze femminili di Wanda Ventham e Gabrielle Drake. Il risultato di questa operazione di “taglia e cuci” è un lungometraggio anomalo ma magnetico, che sacrifica in parte la coesione narrativa classica per regalare allo spettatore una dose concentrata dell’atmosfera più cupa e matura che la fantascienza di quel decennio potesse offrire.

La Trama (Rigorosamente Senza Spoiler)

In un ipotetico 1980 (visto con gli occhi di chi viveva nel 1970), la Terra è sotto il costante assedio di una razza aliena morente, che viaggia attraverso lo spazio profondo a bordo di astronavi a forma di trottola per rapire esseri umani e prelevarne gli organi vitali. A difesa del nostro pianeta opera la S.H.A.D.O. (Supreme Headquarters Alien Defence Organisation), un’agenzia militare segreta e ipertecnologica il cui quartier generale è nascosto sotto uno studio cinematografico londinese. A capo di questa organizzazione c’è il comandante Ed Straker.

In questa specifica avventura cinematografica, gli alieni cambiano radicalmente la loro strategia d’attacco. Consapevoli che la S.H.A.D.O. è una fortezza quasi impenetrabile dall’esterno, decidono di colpirla dall’interno, utilizzando sofisticate e inquietanti tecniche di controllo mentale. Il bersaglio finale è uno solo, come recita l’imperativo e chilometrico titolo del film: annientare la leadership della S.H.A.D.O. uccidendo Straker. Quando alcuni dei collaboratori più fidati del comandante, a causa di incontri ravvicinati o traumi indotti, iniziano a manifestare comportamenti ostili e un desiderio irrazionale di eliminare il loro leader, Straker si ritroverà isolato in un incubo paranoico, dove chiunque indossi l’uniforme dell’agenzia potrebbe essere un potenziale assassino.

L’Analisi e il Commento

Giudicare un film di montaggio richiede una prospettiva duplice: bisogna valutare il materiale girato in origine e, contemporaneamente, l’efficacia del collante che unisce le varie parti. Sorprendentemente, in questo caso specifico, l’operazione funziona molto meglio che in altri “filmoni” derivati dalla stessa serie.

La Regia e l’Approccio Visivo Alan Perry dimostra una padronanza assoluta degli spazi chiusi. La regia televisiva di partenza, inevitabilmente condizionata dai tempi e dai budget del piccolo schermo, sul grande schermo rivela insospettabili virtù. Perry abbonda nei primi e primissimi piani, indugiando sui volti sudati e tesi dei protagonisti. Questo approccio, nato forse per necessità produttive, si traduce in una sensazione di claustrofobia e oppressione perfetta per un thriller psicologico. Le scene all’interno della base sotterranea o nei sottomarini Skydiver sono girate in modo da trasmettere un senso di isolamento totale. Un plauso obbligato va all’effettistica speciale curata da Derek Meddings: pur essendo “solo” modellini mossi da fili e ripresi ad alta velocità, il design dei mezzi (dagli Intercettori della Base Luna ai cingolati mobili) possiede un realismo materico e una cura per il dettaglio che la moderna CGI spesso fatica a eguagliare.

La Fotografia Il lavoro di Brendan J. Stafford alla direzione della fotografia è uno degli elementi che ha permesso a UFO di invecchiare con tanta grazia. C’è un netto, superbo contrasto visivo che attraversa tutta la pellicola. Da un lato abbiamo l’estetica pop e psichedelica degli anni ’70 applicata al futuro: le sgargianti parrucche viola del personale femminile della Base Luna, le uniformi dai colori primari, l’argento metallizzato. Dall’altro lato, Stafford annega la base della S.H.A.D.O. in ombre dure, palette cromatiche seppiate e luci al neon fredde. È una fotografia che rispecchia la dualità del mondo di Straker: una facciata di normalità (gli studi cinematografici) che nasconde un abisso di segreti governativi e morte.

Il Montaggio Qui risiede il tallone d’Achille strutturale dell’opera, inevitabile vista la sua natura. I curatori italiani dell’edizione cinematografica hanno dovuto compiere salti mortali per fondere trame autoconclusive in un unico arco narrativo di oltre un’ora e mezza. Dal punto di vista oggettivo, il ritmo ne risente. Ci sono transizioni repentine, ellissi temporali non sempre giustificate e personaggi che appaiono o scompaiono senza una reale contestualizzazione per chi non conosce la serie. Tuttavia, questo montaggio frenetico e a tratti “sgangherato” acquista, col senno di poi, un suo fascino sincopato, mantenendo l’azione costante ed evitando i tempi morti.

La Colonna Sonora La colonna sonora di Barry Gray è, senza mezzi termini, un capolavoro assoluto. Abbandonando le orchestrazioni classicheggianti dei lavori precedenti di Gerry Anderson (come Thunderbirds), Gray compone una partitura dominata dal suono graffiante dell’organo Hammond, ottoni dissonanti e percussioni jazz. La musica in UFO non accompagna l’azione, la aggredisce. I temi musicali si insinuano sotto la pelle dello spettatore, amplificando il senso di alienazione e di imminente pericolo in modo sublime.

La Sceneggiatura e i Dialoghi Se tralasciamo le forzature del montaggio italiano, i dialoghi (frutto della penna di sceneggiatori come Tony Barwick) sono secchi, cinici e taglienti. Non c’è spazio per l’eroismo retorico americano o per le battute di spirito smorzanti. I personaggi di UFO sono militari e scienziati sottoposti a uno stress inumano, e parlano come tali. La sceneggiatura esplora magistralmente la sottile linea tra la disciplina ferrea necessaria per salvare il mondo e la totale perdita di umanità, regalando scambi verbali intrisi di rassegnazione e gelo emotivo.

Le Performance degli Attori Ed Bishop regala un’interpretazione monumentale. Il suo Ed Straker, con i capelli biondo platino e i completi in stile Nehru, è l’antitesi dell’eroe d’azione spensierato. Bishop recita per sottrazione, nascondendo dietro a uno sguardo di ghiaccio e a una postura rigidissima il dolore straziante di un uomo che ha sacrificato il proprio matrimonio, il proprio figlio e la propria anima per il bene della Terra. È un personaggio shakespeariano prestato alla fantascienza. Al suo fianco, Michael Billington (Paul Foster) apporta l’energia cinetica e la vulnerabilità necessarie a fare da contrappeso alla freddezza del suo superiore, risultando credibile e inquietante quando la sua mente viene compromessa dal nemico.

Le Tematiche: Oltre la Fantascienza, la Paranoia

UFO… annientare S.H.A.D.O. stop. Uccidete Straker… è un’opera profondamente radicata nelle paure del suo tempo. Dietro l’intrattenimento di genere, si cela un’evidente e cupa allegoria della Guerra Fredda. Gli alieni non comunicano, non hanno nome, non presentano richieste formali; agiscono nell’ombra, si infiltrano, rubano e manipolano. Rappresentano il terrore strisciante di un nemico invisibile che può impossessarsi delle menti dei tuoi vicini, trasformando il blocco occidentale in un covo di sospetti.

Il tema centrale del film è il controllo e l’identità. Cosa ci rende umani? Se i nostri ricordi e le nostre lealtà possono essere riscritti da un’entità superiore (in questo caso aliena), quanto è fragile il concetto di libero arbitrio? Inoltre, la pellicola affronta in modo crudo il tema del sacrificio e della leadership. Straker è un leader che non ha il lusso della pietà. La sua organizzazione richiede segretezza assoluta; per difendere l’umanità, i membri della S.H.A.D.O. devono rinunciare a vivere una vita umana, alienandosi dalle proprie famiglie e dagli affetti. È un ribaltamento drammatico: i difensori della Terra diventano freddi come macchine, mentre gli alieni invasori agiscono mossi da un disperato e “umanissimo” istinto di sopravvivenza biologica.

Tirando le Somme e Giudizio Definitivo

UFO… annientare S.H.A.D.O. stop. Uccidete Straker… è un’esperienza cinematografica peculiare. Oggettivamente, è funestato dai problemi cronici dei film di montaggio: chi cerca una sceneggiatura fluida, un arco di trasformazione lineare dei personaggi o un finale chiuso in maniera convenzionale rimarrà disorientato dalla sua natura frammentaria.

Tuttavia, dal punto di vista soggettivo e visivo, è un trionfo estetico ed emotivo. Lo consiglio vivamente agli appassionati di fantascienza d’annata, a chi ama gli effetti speciali analogici (“in camera”) e a chiunque sia attratto dalle storie dove la tensione psicologica conta molto più delle esplosioni. Sconsigliato, invece, a un pubblico occasionale alla ricerca del blockbuster scanzonato: qui l’aria è densa, rarefatta, pregna di cinismo e di una serietà quasi drammatica.

Il mio voto definitivo è 7.5/10. Se si riesce a sorvolare sulle vistose “cuciture” narrative che uniscono gli episodi (difetto intrinseco all’operazione commerciale italiana), ci si trova davanti a un concentrato di pura paranoia sci-fi. La regia claustrofobica di Alan Perry, le musiche stridenti di Barry Gray e, su tutto, l’interpretazione tragica e misurata di Ed Bishop elevano questo materiale ben oltre il concetto di “serie B”. È un tuffo affascinante e malinconico in un futuro immaginato nel passato, che ci ricorda quanto la migliore fantascienza sia sempre, in fondo, una dolorosa indagine sull’animo umano.

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