Il mondo dei robot (Westworld) è un film del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton.

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Immaginate un parco divertimenti dove ogni vostro desiderio, anche il più oscuro e violento, può essere soddisfatto senza alcuna conseguenza morale o legale. Ora immaginate che l’infallibile sistema di controllo salti e che le macchine create per servirvi decidano di ribellarsi al loro ruolo di perenni e compiacenti vittime. Nel 1973, Il mondo dei robot non ha solo anticipato i timori contemporanei sull’intelligenza artificiale, ma ha letteralmente ridefinito il concetto stesso di thriller fantascientifico, fondendo la polvere, il sangue e i cliché del vecchio Far West con il freddo bagliore dei circuiti integrati in un’opera di spietata e lucida preveggenza.

Un Brivido nel Deserto: Introduzione a un Classico

Quando ci si avvicina a Il mondo dei robot (conosciuto internazionalmente con il titolo originale Westworld), scritto e diretto da Michael Crichton nel 1973, si sta in realtà scoperchiando una capsula del tempo che contiene i semi di gran parte dell’immaginario sci-fi moderno. Con un cast guidato da un glaciale e inarrivabile Yul Brynner, validamente affiancato da Richard Benjamin e James Brolin, la pellicola si è guadagnata uno status di vero e proprio cult generazionale. Questo rispetto è testimoniato anche dal suo solido punteggio IMDB di 6.9/10, un rating di tutto rispetto per un’opera pionieristica che, proprio per la sua natura sperimentale, col tempo ha saputo farsi apprezzare sempre di più dalle nuove generazioni di cinefili.

La tesi attorno a cui ruota questa analisi è molto chiara: Il mondo dei robot rappresenta il manifesto autoriale embrionale di Crichton, un film che supera con agilità la barriera fisiologica dell’invecchiamento visivo grazie a un’intuizione concettuale talmente forte da risultare inquietante ancora oggi. Pur essendo un prodotto figlio delle estetiche dei primi anni Settanta, il modo in cui viviseziona il rapporto patologico tra creatore e creatura e la disintegrazione del controllo umano lo rende un pezzo essenziale per chiunque ami la fantascienza concettuale, quella che scivola inesorabilmente e a fari spenti nel thriller dai contorni orrorifici.

La Trama (Rigorosamente Senza Spoiler)

L’assunto di base della narrazione ci trasporta in un futuro prossimo e mai ben delineato cronologicamente, dove la potentissima e onnipresente corporazione Delos ha costruito e brevettato l’ultima, definitiva frontiera dell’intrattenimento di estremo lusso. Si tratta di un immenso parco a tema diviso in tre accuratissime e sterminate ricostruzioni storiche: il Mondo Romano, il Mondo Medievale e, appunto, il violento Westworld. All’interno di questa bolla, facoltosi turisti pagano la sbalorditiva cifra di mille dollari al giorno per vivere in prima persona le proprie fantasie represse, interagendo con androidi bio-meccanici fisicamente e comportamentalmente indistinguibili dagli esseri umani veri e propri. Questi robot sono programmati per assecondare e subire ogni capriccio degli ospiti: possono essere sedotti, umiliati, maltrattati, o persino uccisi in coreografici duelli all’ultimo sangue, per poi essere riparati nottetempo e rimessi in scena il giorno successivo.

La sceneggiatura ci mette nei panni di due amici arrivati al parco: Peter Martin, un avvocato di Chicago reduce da un doloroso divorzio e alla disperata ricerca di un po’ di svago e autostima, e John Blane, un veterano spavaldo di questo tipo di vacanze estreme. I due scelgono di immergersi nelle atmosfere polverose e senza legge di Westworld. Inizialmente, come in ogni vacanza che si rispetti, tutto sembra procedere in totale sicurezza e secondo le logiche di un parco divertimenti, tra risse da saloon programmate a tavolino, visite ai bordelli locali e duelli vinti in partenza contro il temibile Pistolero robotico, l’antagonista principale designato dalla Delos. Tuttavia, una sorta di anomalia sistemica — una vera e propria “infezione” tecnologica non diagnosticata — inizia a diffondersi silenziosamente tra gli androidi dei tre mondi, causando piccoli malfunzionamenti fuori copione che i tecnici nei laboratori sotterranei faticano a diagnosticare. Quello che comincia come un trascurabile errore di sistema si trasformerà molto rapidamente in un blocco totale delle direttive asimoviane di sicurezza, trasformando l’assolato paradiso artificiale in una claustrofobica trappola mortale senza vie di fuga.

L’Analisi e il Commento

Entrando nel cuore nevralgico della pellicola, balza subito agli occhi come l’intera struttura de Il mondo dei robot viva di contrasti stilistici fortissimi. L’esecuzione tecnica e artistica deve bilanciare costantemente l’aspetto goliardico, volutamente posticcio e spensierato del parco a tema con una sotterranea ma vibrante tensione crescente, confezionando un’esperienza filmica che cambia radicalmente pelle e registro a metà esatta della visione.

La Regia: La Freddezza di un Autore Visionario

Michael Crichton, trovandosi alla sua prima vera e grande prova da regista cinematografico, sceglie di adottare un approccio visivo quasi clinico. Non c’è alcun romanticismo o epica nel modo in cui la sua macchina da presa inquadra le praterie immense, i canyon rocciosi o i bordelli di Westworld. La sua regia è voluta, distaccata, osservazionale e oggettiva; proprio per questa sua asetticità risulta profondamente disturbante. Crichton sceglie di indugiare sapientemente sui dettagli dietro le quinte: ci mostra i freddi laboratori sotterranei, i tecnici in camice bianco che smembrano e rammendano i robot danneggiati come se fossero manichini da macello, i monitor lampeggianti che analizzano stringhe di codice incomprensibili. Questo netto contrasto tra l’ambientazione fittizia in superficie e la cruda e asettica sala di controllo sotterranea è gestito in modo brillante. Il regista non punta ai virtuosismi o ai movimenti di macchina complessi, ma preferisce una messa in scena quadrata ed essenziale che, minuto dopo minuto, stringe lentamente ma inesorabilmente il cappio attorno al collo dello spettatore, trasformando gli spazi aperti e assolati del West in veri e propri labirinti psicologici claustrofobici.

Fotografia e Montaggio: Sperimentazione e Punti di Vista

La fotografia, affidata alle sapienti mani di Gene Polito, accompagna l’evoluzione della narrazione dividendo e caratterizzando visivamente i due piani dell’esistenza. Le scene che si svolgono nel parco alla luce del sole sono illuminate in modo uniforme, con colori caldi, saturi e toni pastello, quasi a voler sottolineare la falsità rassicurante e un po’ ingenua della finzione cinematografica dei classici western johnfordiani degli anni d’oro di Hollywood. Ma quando la prospettiva scende nei sotterranei logistici, o quando il sistema di controllo centrale collassa definitivamente portando il caos, i toni cromatici si fanno improvvisamente lividi, inospitali, dominati da luci al neon ronzanti, grigi metallici e blu glaciali che trasmettono un profondo senso di angoscia.

Dal punto di vista del montaggio, curato in modo certosino da David Bretherton, il film fa un uso intelligentissimo del ritmo e della dilatazione dei tempi. La prima metà dell’opera è volutamente rilassata, episodica, quasi paciosa e “turistica”. Poi, in concomitanza con l’incidente scatenante che rompe il patto di sicurezza, il ritmo accelera brutalmente, i tagli si fanno più secchi, chirurgici, e si passa a un montaggio alternato spiccatamente ansiogeno tra la fragile preda umana che fugge e la pesante macchina inarrestabile che la insegue. Ma la vera, incommensurabile rivoluzione visiva del film risiede senza dubbio nell’uso assolutamente pionieristico della rudimentale computer grafica bidimensionale per simulare il punto di vista soggettivo del Pistolero, una tecnica che in seguito sarebbe stata definita pixelization. Quelle primordiali inquadrature sgranate, composte da grossi e sfuocati blocchi di colore che scompongono la visione umana in griglie termiche, ci mettono letteralmente dentro la fredda e calcolatrice mente della macchina. È un’intuizione visiva che oggettivamente fa guadagnare al film enormi punti in termini di importanza storica per l’evoluzione degli effetti visivi, anche se, da un punto di vista puramente estetico, oggi quegli effetti possono apparire comprensibilmente grezzi e irrimediabilmente datati agli occhi dei fruitori moderni abituati al fotorealismo.

La Colonna Sonora: Un Cortocircuito Acustico

Il compositore Fred Karlin struttura una colonna sonora che rappresenta un piccolo, sottovalutato gioiello di destrutturazione musicale. Nelle fasi iniziali della pellicola, l’accompagnamento è classicamente composto da motivetti western stereotipati, rassicuranti e quasi parodistici, dominati da pianoforti scordati da saloon e arie orchestrali trionfali. Ma man mano che i circuiti stampati impazziscono e l’utopia svanisce, la partitura acustica viene progressivamente invasa e infine cannibalizzata da sonorità elettroniche dissonanti e sgradevoli. I ritmi tradizionali si sfaldano e si accavallano, lasciando gradualmente il posto a disturbanti percussioni sintetiche, sibili metallici e battiti cardiaci innaturalmente amplificati, creando un paesaggio sonoro straniante che riflette alla perfezione il totale tracollo della rassicurante illusione umana.

Sceneggiatura: Dal Divertissement al Survival Horror

La penna di Crichton in sede di scrittura è, come di consueto, estremamente tagliente e focalizzata sul concetto. Bisogna ammettere che i dialoghi non sono forse il punto di forza principale e assoluto dell’opera, risultando a tratti meramente funzionali o leggermente didascalici quando i tecnici si ritrovano a dover spiegare al pubblico le meccaniche di funzionamento del parco, ma il concept alla base del racconto è talmente potente e affascinante da sorreggere saldamente l’intera impalcatura narrativa. La gestione del ritmo all’interno della sceneggiatura poggia su un lento e inesorabile crescendo di tensione. Il vero merito intellettuale di Crichton è aver saputo prendere in giro lo spettatore e sovvertirne in corsa le aspettative: quello che per la prima ora di proiezione sembra una grottesca satira del machismo americano, dell’onnipotenza borghese e dell’industria dell’intrattenimento di massa, nell’ultimo e febbricitante atto si spoglia di ogni residua vena ironica per mutare geneticamente in uno dei primissimi e più puri slasher movie della storia del cinema. L’implacabilità silente e mostruosa del cacciatore robotico inarrestabile getterà di fatto le fondamenta concettuali per icone cinematografiche future gigantesche, come il Terminator di James Cameron o l’inarrestabile e privo di anima Michael Myers di Halloween.

Le Performance: L’Ombra del Pistolero e la Fragilità Umana

Risulterebbe impossibile e intellettualmente disonesto parlare dei meriti di questo film senza inchinarsi doverosamente davanti alla performance assolutamente monumentale offerta da Yul Brynner. Riprendendo provocatoriamente i medesimi abiti di scena del suo iconico ruolo da eroe ne I magnifici sette, l’attore accetta di smontare, corrompere e destrutturare consapevolmente il proprio mito hollywoodiano. Il suo Pistolero meccanico è una presenza scenica titanica che catalizza l’attenzione in ogni fotogramma in cui compare: cammina con una postura fiera ma caratterizzata da una rigidità innaturale, il suo sguardo è perennemente vitreo, opaco, totalmente privo di calore, anima o empatia. Per spaventare a morte il pubblico non ha bisogno di pronunciare grandi e teatrali monologhi da villain o di lanciarsi in gesti plateali; la sua mera fisicità, che si fa pesante, cadenzata e inesorabile, è più che sufficiente a generare un senso di puro terrore atavico. Si tratta di una performance oggettivamente perfetta, millimetrica, capace da sola di elevare un ottimo B-movie di genere a una vera e propria e immortale icona pop della cinematografia mondiale.

Sul versante umano della barricata troviamo invece le valide interpretazioni di Richard Benjamin e James Brolin. Brolin interpreta egregiamente l’archetipo dell’uomo d’azione americano, spavaldo, sicuro di sé fino all’arroganza e convinto di avere il mondo in pugno. Benjamin, al contrario, incarna in maniera eccellente l’uomo comune per eccellenza, impacciato, insicuro e fuori dal suo elemento naturale. La dinamica tra i due è estremamente credibile, e la transizione psicologica di Benjamin da turista passivo e viziato a preda animale disperata è resa con grande efficacia emotiva. Quando il sudore freddo e il terrore incontrollato esplodono letteralmente sul suo volto sporco di polvere, percepiamo su di noi tutta l’impotenza patetica dell’essere umano contemporaneo, improvvisamente privato di tutte le sue rassicuranti comodità tecnologiche e costretto a fare i conti con una forza bruta e inarrestabile generata dalla sua stessa superbia.

Le Tematiche: Il Peccato di Ibris e il Delirio di Onnipotenza

Scavando dietro la lucida e rassicurante facciata del film di puro intrattenimento d’evasione, l’opera nasconde abilmente una fittissima rete di tematiche profonde che ancora oggi continuano ad animare aspramente il dibattito bio-etico e tecnologico della nostra società moderna. Al centro nevralgico di tutta la narrazione c’è un’esplicita e severa critica all’Ibris umana, ovvero alla mortale presunzione di poter creare, domare e dominare la natura, o in questo caso specifico l’intelligenza sintetica e le forze dell’automazione, in modo assoluto e categoricamente infallibile. La corporazione Delos si erge a perfetto emblema di un capitalismo cinico e sfrenato che non esita a monetizzare gli istinti più bassi, brutali e primordiali dell’umanità: la prevaricazione e la violenza praticata senza il contrappeso delle conseguenze. L’intero parco non è nient’altro che un gigantesco e costoso specchio deformante dei vizi degli ospiti, i quali non si recano certamente a Westworld spinti da genuina curiosità per imparare la storia o per esplorare nuove culture, ma esclusivamente per sparare, distruggere e soggiogare entità umanoidi costruite nei laboratori appositamente per soccombere al loro passaggio.

Crichton esplora qui per la prima volta, con lucidità quasi profetica, l’idea che un qualsiasi sistema artificiale sufficientemente complesso, benché creato e programmato dalla razionalità dell’uomo, sfuggirà inesorabilmente e matematicamente al suo controllo. Questo concetto cardine, che lo stesso autore fisserà definitivamente e battezzerà più tardi come la “teoria del caos” nel suo mastodontico capolavoro letterario e cinematografico Jurassic Park, trova tra i finti canyon di Westworld la sua primissima, grezza ma potentissima incarnazione. Gli androidi del parco non si ribellano al loro destino perché improvvisamente acquisiscono una complessa coscienza filosofica o un’anima tormentata (come invece accadrà nella serie tv o in Blade Runner), ma cedono a causa di una banalissima, fredda “malattia informatica”, un vero e proprio virus di sistema che si propaga misteriosamente prima ancora che il concetto stesso di “virus informatico” fosse di dominio pubblico nel lessico comune. Tra le pieghe del racconto emerge prepotentemente anche una forte e tragica allegoria sulle conseguenze della disumanizzazione della società: trattare enti complessi e quasi-umani con assoluto e sadico disprezzo porta inevitabilmente e metaforicamente alla violenta rivolta degli schiavi, un sottotesto estremamente profondo che rende la pellicola ben più stratificata e matura di quanto la sua confezione smaccatamente pulp possa far supporre a una visione superficiale.

A quale fetta di pubblico è rivolto, nel mercato odierno, il recupero de Il mondo dei robot? Sicuramente la sua visione è un imperativo categorico per ogni appassionato viscerale di cinema di fantascienza che desideri riscoprire le fondamenta del genere e comprendere esattamente in quale humus storico e culturale certe tematiche visive e narrative siano nate e si siano poi sviluppate sul grande schermo nei decenni successivi. Risulta inoltre caldamente consigliato a tutti gli estimatori della ben più moderna e cervellotica omonima serie TV prodotta da HBO, permettendo loro di capire e contestualizzare da quale materiale narrativo grezzo gli sceneggiatori contemporanei abbiano estratto le loro complesse trame filosofiche. Tuttavia, bisogna essere intellettualmente onesti: l’opera richiede una certa maturità e una mente aperta allo storicismo cinematografico. Chi si approccia oggi a questo film cercando lo sfarzo degli effetti speciali in CGI o un ritmo frenetico scandito fin dal primo minuto esplosivo, potrebbe inevitabilmente trovarlo lento nell’incedere o esteticamente obsoleto e povero nella sua parte introduttiva.

Alla luce di questa disamina completa, il mio giudizio critico finale non può che essere ampiamente positivo, celebrandone i meriti indiscutibili. È pur vero che, giudicando soggettivamente con l’occhio assuefatto dello spettatore odierno, alcune specifiche scenografie relative agli ambienti interni sotterranei possono risultare un po’ piatte e povere di dettagli, e alcune interpretazioni dei personaggi secondari che popolano il parco appaiono decisamente macchiettistiche, ma i giganteschi pregi tecnici, storici e soprattutto concettuali della pellicola superano e seppelliscono di gran lunga questi normali limiti fisiologici dettati dal tempo e dal budget. L’idea di fondo formidabile, la regia quadrata e chirurgica, l’intuizione dirompente del punto di vista digitale e, su tutti gli altri meriti, l’imponente e indimenticabile presenza scenica del cacciatore cibernetico interpretato da Yul Brynner, rendono questa pellicola un caposaldo imprescindibile da custodire in ogni cineteca che si rispetti. Si tratta di un film che scava silenziosamente ma dolorosamente sotto la pelle di chi lo guarda perché ci sbatte in faccia, senza alcun filtro edulcorato, una verità tremendamente scomoda: l’arroganza della nostra specie ci porta costantemente a credere di dominare l’universo che costruiamo, ma l’illusione del controllo assoluto, come ci insegna brutalmente Crichton, è appunto nient’altro che una fragile, pericolosissima illusione.

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