Cosa succede quando l’arte della provocazione visiva incrocia la strada di un terrore reale e inarrestabile? Nato da un’idea originale del maestro dell’orrore John Carpenter e affidato alla sapiente regia di Irvin Kershner (che di lì a poco avrebbe diretto L’Impero Colpisce Ancora), Occhi di Laura Mars del 1978 è un thriller psicologico in cui lo sguardo si trasforma in una condanna a morte. Immerso tra il lusso patinato dell’alta moda, i ritmi incessanti della disco music e un voyeurismo dai contorni morbosi, il film ci trascina in una New York sporca, pericolosa e irresistibilmente affascinante. Scopri la nostra analisi completa di questo cult imperfetto ma stiloso, esplorandone pregi tecnici, performance attoriali e significati nascosti.
Introduzione: L’Estetica della Violenza
Uscito nelle sale cinematografiche nel 1978, Occhi di Laura Mars (Eyes of Laura Mars) rappresenta un esperimento affascinante e per molti versi unico nel panorama hollywoodiano di quegli anni. Sotto l’attenta regia di Irvin Kershner, e vantando un cast stellare guidato da Faye Dunaway, Tommy Lee Jones, Brad Dourif, Rene Auberjonois e Raúl Juliá, l’opera si pone come un ibrido coraggioso. È un thriller psicologico che non nasconde le proprie ambizioni autoriali, cercando di importare negli Stati Uniti le atmosfere tipiche del filone del “giallo” all’italiana reso celebre da registi nostrani come Mario Bava e Dario Argento.
L’accoglienza del pubblico e della critica non è mai stata univoca nel corso dei decenni, tanto che attualmente il film detiene un punteggio di 6.2/10 sul portale IMDB, a testimonianza della sua natura divisiva. Tuttavia, al netto dei suoi difetti strutturali, la pellicola si impone fin dalla prima inquadratura grazie a un’identità visiva formidabile. Non è un film che si accontenta di intrattenere superficialmente; al contrario, cerca di stimolare una riflessione scomoda sul ruolo dell’arte, sulla mercificazione del corpo e sul sottile confine che separa la creatività dalla morbosità. Questa recensione intende smontare i meccanismi della pellicola, analizzandone i punti di forza e le fragilità, per comprendere come e perché continui a esercitare un notevole fascino a distanza di tempo.
La Trama (Rigorosamente Senza Spoiler)
Al centro della narrazione c’è Laura Mars, interpretata da una algida e nevrotica Faye Dunaway. Laura è una fotografa di moda all’apice del successo nella febbrile New York degli anni ’70. Il suo lavoro, tuttavia, è tutt’altro che convenzionale: le sue campagne pubblicitarie e i suoi editoriali sono celebri e al tempo stesso aspramente criticati per la loro natura controversa. Laura costruisce set fotografici in cui modelle vestite con abiti di alta sartoria vengono ritratte in scenari di finta violenza, aggressioni urbane e omicidi stilizzati. L’orrore, nella sua lucida e fredda visione artistica, diventa puramente glamour.
L’equilibrio della sua vita dorata e sregolata va però in frantumi quando il confine tra finzione fotografica e realtà inizia a dissolversi in modo terrificante. Laura comincia a soffrire di improvvise, paralizzanti e cruente allucinazioni. Il dramma non risiede solo nel vedere queste efferatezze, ma nella prospettiva imposta: Laura sperimenta queste visioni in prima persona, guardando letteralmente attraverso gli occhi di un brutale serial killer mentre questi si accanisce contro le sue vittime. La situazione precipita nell’angoscia più totale quando si rende conto che il maniaco omicida sta prendendo di mira i suoi amici, i suoi collaboratori e i modelli che frequentano la sua ristretta cerchia sociale.
In suo aiuto arriva il tenente di polizia John Neville (Tommy Lee Jones), un detective dai modi spicci ma dal carattere introspettivo, che dovrà addentrarsi nei meandri oscuri del mondo dell’arte newyorkese per svelare l’identità dell’assassino. Mentre il cerchio di morte si stringe inesorabilmente attorno a Laura, i due protagonisti dovranno confrontarsi non solo con un nemico tangibile, ma anche con i demoni interiori generati dalle allucinazioni della donna, in una disperata corsa contro il tempo prima che lo sguardo deviato dell’assassino si posi definitivamente su di lei.

L’Analisi e il Commento
Questo è il nucleo centrale attorno a cui ruota il valore di Occhi di Laura Mars: l’esecuzione tecnica e concettuale. Per apprezzare appieno il film, è necessario vivisezionarlo nelle sue componenti chiave, soppesando i meriti formali e autoriali contro alcune evidenti ingenuità narrative che ne frenano il potenziale.
La Regia: Tra Glamour e Decadenza Urbana
La regia di Irvin Kershner svolge un lavoro encomiabile nel delineare lo spazio fisico e sociale in cui si muovono i personaggi. Kershner, un professionista solido capace di spaziare tra generi molto distanti tra loro, gioca costantemente sui contrasti per tutta la durata dell’opera. Da un lato, ci mostra senza filtri gli attici lussuosi, i set fotografici patinati e le feste esclusive dove i fiumi di champagne scorrono liberi al ritmo martellante della musica disco. Dall’altro, ci sbatte in faccia la New York più ruvida e spietata degli anni ’70: i vicoli scarsamente illuminati, il sudiciume delle strade e un diffuso senso di insicurezza urbana che si respira in ogni esterno. Kershner non si limita a filmare asetticamente queste location, ma cerca di infondere in ogni inquadratura una palpabile sensazione di disagio sociale. Quando la narrazione si sposta dal lusso sfrenato alla strada, il regista abbassa volutamente i toni cromatici, sporcando l’immagine e creando un’atmosfera di perenne minaccia in agguato.
Fotografia e Stile Visivo: Lo Sguardo del Mostro
A dare corpo alle visioni registiche di Kershner interviene il direttore della fotografia Victor J. Kemper, il cui contributo è, senza mezzi termini, essenziale per la riuscita e l’identità del film. Kemper si trova a dover gestire due registri visivi diametralmente opposti per tutta la durata della pellicola. Il primo è quello del mondo della moda, caratterizzato da colori saturi, luci drammatiche, flash abbaglianti e composizioni geometriche studiate al millimetro, che rimandano inequivocabilmente all’estetica di maestri della fotografia reali come Helmut Newton o Guy Bourdin.
Il secondo registro, decisamente più inquietante e destabilizzante, è il “punto di vista” in soggettiva dell’assassino. Le sequenze in cui Laura vede attraverso la mente del killer sono girate con un uso sapiente di lenti grandangolari e distorte, spesso mascherate ai bordi per simulare la visione circolare e asfissiante di un bulbo oculare umano o, per analogia, del diaframma di un obiettivo fotografico. Questo espediente visivo, che omaggia dichiaratamente il thriller all’italiana, costringe brutalmente lo spettatore ad assumere una posizione scomoda: diventiamo, nostro malgrado, complici visivi del carnefice mentre colpisce. L’uso dei colori in queste specifiche sequenze vira volutamente verso tonalità spente e malate, alterando la percezione spaziale e generando un genuino senso di vertigine nello spettatore.

Sceneggiatura e Montaggio: Le Fragilità del Sistema
Se dal punto di vista visivo il film è un autentico gioiello di stile, è nella struttura della sceneggiatura che si annidano i problemi più evidenti dell’opera. Il soggetto originale portava la prestigiosa firma di John Carpenter (fresco del successo dei suoi primissimi lavori e prossimo a girare il capolavoro Halloween), la cui idea centrale del legame psichico e dello sguardo voyeuristico era brillante, tagliente e profondamente innovativa per il cinema di quegli anni. Tuttavia, prima di arrivare sul set, il copione subì pesanti rimaneggiamenti da parte del co-sceneggiatore David Zelag Goodman, nel tentativo palese della produzione di rendere il prodotto più appetibile per il grande pubblico hollywoodiano e per adattarlo ai capricci o allo status di star della sua attrice protagonista.
Il risultato finale su schermo è un ibrido testuale che a tratti stride rovinosamente. Da una parte abbiamo un thriller psicologico affilato e oscuro, dall’altra fa capolino una sottotrama sentimentale che appare forzata e un mistero che, nell’ultimo atto, rischia di cedere il passo a un melodramma dalle tinte quasi televisive. I dialoghi non sono sempre brillanti o verosimili, e le motivazioni logiche di alcuni personaggi di contorno risultano pretestuose o inserite unicamente per allungare la lista dei sospettati.
A compensare parzialmente queste mancanze testuali interviene fortunatamente il montaggio dinamico di Michael Kahn. Soprattutto nelle elaborate sequenze degli omicidi, Kahn opta per tagli rapidi, frammentati e nervosi, alternando freneticamente il punto di vista soggettivo spietato del killer ai primi piani terrorizzati, sudati e impotenti di Laura. È un montaggio che detta un ritmo sincopato e riesce, con puro mestiere cinematografico, a mantenere altissima la tensione laddove la sceneggiatura rischierebbe di farla calare irrimediabilmente.
La Colonna Sonora: Echi di Disco e Disperazione
Il comparto sonoro merita una menzione del tutto speciale per la capacità di ancorare il film al suo specifico periodo storico, senza tuttavia farlo risultare inutilmente posticcio o datato. La partitura orchestrale curata da Artie Kane è tesa, profondamente dissonante nei momenti di puro terrore e sinuosa ed elusiva quando deve accompagnare le complesse indagini della polizia.
Ma a dominare davvero il paesaggio acustico è la spiazzante musica diegetica: i ritmati brani disco e le hit pop dell’epoca risuonano in maniera ossessiva e invadente durante i lussuosi servizi fotografici. Questo inserimento crea un voluto e geniale cortocircuito emotivo tra il ritmo spensierato, edonistico e ballabile e la cruda violenza intrinseca inscenata nelle controverse fotografie di Laura. La scelta di chiudere e impreziosire ulteriormente la pellicola con il celebre brano “Prisoner”, interpretato da Barbra Streisand (all’epoca legata sentimentalmente al produttore del film, Jon Peters), inietta infine una dose massiccia di struggente enfasi romantica, chiudendo il cerchio su un tono decisamente solenne.

Le Performance degli Attori: Glamour e Nevrosi
Il cuore pulsante ed emozionale del film è però sorretto dalle ineccepibili performance attoriali, capaci di elevare il materiale di partenza in modo estremamente significativo, coprendo spesso le pecche del copione.
Faye Dunaway è il perno indiscusso e assoluto della vicenda. La sua Laura Mars è una donna complessa e contraddittoria, perennemente divisa tra la sicurezza arrogante e spocchiosa dell’artista abituata al successo e la fragilità estrema di una vittima perseguitata. Dunaway recita spesso sull’orlo di una vera e propria crisi di nervi, sfruttando a suo massimo vantaggio una fisicità nervosa, un portamento altero e sguardi allucinati e vitrei. Riesce a rendere dolorosamente credibile il crollo psicologico totale di una donna che, dall’oggi al domani, vede il suo dorato mondo patinato invaso dall’orrore più viscerale.
Accanto a lei, un giovane e carismatico Tommy Lee Jones offre una prova attoriale di grande sottrazione. Il suo tenente Neville è misurato, calmo, riflessivo, quasi un monolite inespressivo rispetto al vorticoso caos emotivo che lo circonda da ogni parte. La sua recitazione implosa e calcolata funge da perfetto e necessario contrappeso alla straripante nevrosi della Dunaway, anche se, bisogna ammetterlo oggettivamente, l’alchimia romantica tra i due non sempre risulta pienamente convincente su schermo, complici alcune delle forzature di scrittura menzionate in precedenza.
A rubare spesso la scena, regalando guizzi di puro cinema, è un gruppo di comprimari in stato di grazia. Brad Dourif, nei panni dell’ambiguo e sudaticcio autista dal losco passato criminale Tommy Ludlow, porta su pellicola una carica di energia ansiogena e stralunata che lo aveva già consacrato poco tempo prima in Qualcuno volò sul nido del cuculo. Rene Auberjonois risulta invece squisitamente eccessivo, manierista e volutamente teatrale nel ruolo dell’eccentrico manager di Laura, aggiungendo un tocco di colore eccentrico ed essenziale per dipingere le follie dell’ambiente artistico newyorkese. Infine, un magnetico Raúl Juliá regala una performance breve ma carica di intensità drammatica nei panni dell’ex marito instabile e con problemi di alcolismo, inserendosi in modo perfetto e ambiguo nella lunga rosa dei possibili sospettati.

Le Tematiche: Oltre l’Obiettivo Fotografico
Ciò che rende Occhi di Laura Mars degno di essere analizzato, discusso e riscoperto ancora oggi, andando ben oltre la sua struttura di base da classico thriller d’evasione, è il suo ricco sottotesto tematico. Il film interroga costantemente lo spettatore sulla natura intrinsecamente voyeuristica dell’intrattenimento di massa e dell’arte contemporanea.
Laura Mars ha costruito una fortuna milionaria estetizzando la morte, rendendo visivamente “chic” e desiderabili quelle che di fatto sono macabre scene del crimine. La sua opera mercifica sfacciatamente l’aggressione (soprattutto femminile), trasformandola senza alcun pudore in un lussuoso prodotto di consumo per riviste patinate. Quando il sangue finto sui set fotografici lascia improvvisamente il posto al sangue reale versato nelle strade, l’opera solleva un interrogativo inquietante e quantomai moderno: l’arte che glorifica, stilizza e normalizza la violenza finisce per generare altra violenza nella vita reale? Laura è indirettamente responsabile per aver ispirato le gesta del folle omicida, o è unicamente un passivo specchio riflettente delle pulsioni di una società fondamentalmente malata e ossessionata dalla brutalità?
Il film, saggiamente, non offre risposte moralistiche definitive o consolatorie, ma utilizza il disturbante meccanismo soprannaturale delle visioni in soggettiva per costringere l’artista a “vivere” letteralmente sulla propria pelle le estreme conseguenze della sua discussa estetica. Attraverso questo affascinante concetto di feticismo dell’immagine, il regista Kershner e lo sceneggiatore Carpenter muovono una critica tagliente, cinica e spietata alla superficialità del mondo dell’alta moda e della pubblicità, un microcosmo distaccato dalla realtà in cui tutto, persino il dolore autentico o l’assassinio a sangue freddo, può essere impunemente ridotto a un vuoto e sterile scatto d’autore pur di vendere una linea di cosmetici o abiti costosi.
Conclusioni e Giudizio Finale
Tirando le somme di questa lunga e articolata analisi critica, possiamo affermare con certezza oggettiva che Occhi di Laura Mars non sia un’opera perfetta e priva di sbavature, ed è forse proprio nei suoi eccessi e nei suoi difetti che risiede gran parte del suo irresistibile fascino grezzo. I vistosi cali di ritmo imposti dalla sceneggiatura riscritta e una risoluzione finale degli eventi che rasenta pericolosamente il limite dell’inverosimile (fattori che hanno sicuramente influito sul tiepido 6.2/10 assegnato attualmente dagli utenti su IMDB) ne precludono di fatto l’ingresso nell’olimpo intoccabile dei capolavori assoluti della settima arte.
Tuttavia, i suoi eccezionali meriti tecnici, la cura maniacale della composizione dell’immagine e la spinta concettuale di fondo sono elementi indiscutibili che non possono passare inosservati. A quale fetta di pubblico consiglieremmo di recuperare oggi questa particolare visione? Sicuramente la raccomandiamo agli estimatori irriducibili dei thriller grintosi degli anni ’70, ai fan sfegatati dello stile visivo barocco e grandangolare di registi come Brian De Palma e, naturalmente, a chiunque nutra il desiderio intellettuale di scoprire come la macchina produttiva di Hollywood abbia tentato di metabolizzare, imitare ed elaborare le complesse regole del “giallo” all’italiana, riadattandole in tutto e per tutto al glamour nevrotico e patinato del cinema americano.
È una pellicola imperfetta ma pulsante di vita, che va assolutamente assaporata per la sua estetica avanguardistica, per l’indiscutibile bravura di un cast straordinario in totale stato di grazia e, soprattutto, per l’incredibile coraggio di porre al pubblico domande scomode e ancora oggi irrisolte sull’enorme, subdolo e distruttivo potere delle immagini.


Rispondi