W. di Oliver Stone: Il ritratto umano e politico di George W. Bush tra Edipo e potere Meta Descrizione: Analisi profonda di W., il biopic di Oliver Stone su George W. Bush. Josh Brolin interpreta il 43° Presidente USA in un film che mescola satira, tragedia greca e cronaca politica.
Può un uomo sfuggire all’ombra di un padre ingombrante cambiando il corso della storia mondiale? Oliver Stone mette da parte la rabbia dei suoi lavori precedenti per dipingere un ritratto sorprendentemente umano, a tratti grottesco ma mai banale, del “cowboy” che ha guidato l’America durante gli anni più turbolenti del nuovo millennio. Tra “bushismi”, pretzel e decisioni fatali, scopriamo il volto di Josh Brolin in una delle sue interpretazioni più complesse.

Recensione: L’ombra del padre nella stanza dei bottoni
Esiste un filo rosso che lega la storia americana nel cinema di Oliver Stone, un’ossessione che lo ha portato a scavare nei traumi nazionali e nelle figure che hanno abitato la Casa Bianca. Dopo il labirinto paranoico di JFK e la caduta shakespeariana di Nixon, nel 2008 il regista ha deciso di affrontare la contemporaneità mentre questa stava ancora accadendo. W. è un film che respira l’aria del suo tempo, girato e distribuito mentre George W. Bush stava ancora preparando gli scatoloni per lasciare lo Studio Ovale. Con una durata di 129 minuti, la pellicola non cerca la verità assoluta, ma tenta di decifrare l’enigma di un uomo che è diventato il centro di un ciclone globale quasi per caso, o forse per ripicca.
L’approccio scelto dallo sceneggiatore Stanley Weiser non è quello del pamphlet polemico che molti si aspettavano da un regista dichiaratamente liberal come Stone. Al contrario, il film si muove su un binario psicologico, quasi freudiano. La struttura narrativa salta avanti e indietro nel tempo, alternando le riunioni di gabinetto in cui si decide l’invasione dell’Iraq ai fallimenti giovanili di George junior. Lo vediamo come un giovane scapestrato, incline all’alcol e alle bravate, perennemente a disagio nel confronto con il padre, George H.W. Bush, interpretato da un gelido e misurato James Cromwell. È qui che risiede il cuore emotivo del film: la disperata ricerca di approvazione da parte di un figlio che non si sente mai all’altezza. “Cosa sei, oltre a un Bush?”, gli chiede il padre in un momento di cruda onestà, ed è questa domanda a muovere ogni passo del protagonista verso la presidenza.
La metamorfosi di Josh Brolin
Se il film riesce a non scivolare mai nella macchietta, il merito è quasi interamente di Josh Brolin. L’attore compie un lavoro di mimesi che va ben oltre l’imitazione. Non si limita a riprodurre i tic, la camminata dinoccolata o le celebri papere linguistiche del 43° presidente; Brolin infonde in Bush una vulnerabilità e una cocciutaggine che lo rendono tragicamente reale. Lo vediamo mangiare in modo sgraziato durante vertici internazionali, soffocare quasi con un pretzel davanti alla TV o fissare il vuoto in attesa di un’ispirazione divina che giustifichi le sue scelte. È una prova di forza tecnica che evita il giudizio morale per concentrarsi sull’uomo.
Accanto a lui, il cast di supporto offre una galleria di personaggi che sembrano usciti da un incubo neoconservatore. Richard Dreyfuss è un Dick Cheney machiavellico e inquietante, il vero burattinaio che sussurra all’orecchio di un re spesso confuso. Thandiwe Newton trasforma Condoleezza Rice in una figura quasi robotica nella sua fedeltà, mentre Jeffrey Wright dà voce ai dubbi soffocati di Colin Powell. Notevole anche la prova di Elizabeth Banks nel ruolo di Laura Bush, l’unico porto sicuro in un mare di ambizioni sfrenate e conflitti interiori.
L’estetica della realtà deformata
Dal punto di vista tecnico, la fotografia di Phedon Papamichael opta per una tavolozza di colori calda, quasi nostalgica per i flashback nel Texas, che diventa più asettica e fredda non appena le mura della Casa Bianca chiudono l’orizzonte dei protagonisti. Non ci sono i virtuosismi frenetici che avevano caratterizzato il periodo più sperimentale di Stone; la macchina da presa qui è più ferma, quasi a voler osservare con distacco clinico l’inevitabilità degli eventi. Il trucco e gli effetti speciali lavorano sottotraccia: non c’è mai la sensazione di guardare delle maschere di gomma, nonostante l’estrema riconoscibilità dei volti reali.
Una curiosità interessante riguarda la velocità con cui il progetto è passato dalla sceneggiatura alla sala: Stone ha girato il film in appena 46 giorni, una corsa contro il tempo per uscire prima delle elezioni che avrebbero portato Obama alla presidenza. Questo senso di urgenza si riflette in un montaggio che non concede pause, pur rischiando a volte di apparire frammentario. Si dice che Christian Bale fosse stato inizialmente considerato per il ruolo principale e avesse persino passato mesi a studiare il personaggio, prima di rinunciare a causa di problemi con il trucco prostetico che non lo convinceva. Brolin, entrato in corsa, ha saputo cogliere l’occasione della vita con una sagacia che traspare in ogni inquadratura.
Un giudizio in bilico tra satira e pietà
W. non è un’opera che ambisce a essere definita come il vertice assoluto della cinematografia di Stone, ma è un tassello fondamentale per comprendere come il cinema possa masticare la storia recente. Rispetto a un’opera monumentale come Quarto potere, che reinventava la biografia attraverso l’enigma di un uomo, il film di Stone soffre della troppa vicinanza ai fatti. Eppure, riesce a essere tecnico nell’analizzare i meccanismi del potere e incredibilmente emotivo nel raccontare la solitudine di un uomo che cerca di essere un eroe senza averne gli strumenti.

Il film evita brillantemente di trasformare Bush in un mostro, preferendo mostrarcelo come una persona fondamentalmente limitata dalle sue stesse convinzioni e dal desiderio di riscatto familiare. È questa “banalità del bene” inteso come intenzione, che si scontra con le conseguenze devastanti della politica estera, a rendere il lavoro di Stone sottile e disturbante. Non ci sono i classici elenchi di colpe o meriti; c’è solo un uomo seduto in una sala riunioni, convinto che Dio parli attraverso di lui perché suo padre non lo ha mai ascoltato abbastanza.
L’ironia di Stone emerge nelle piccole cose, come il modo in cui George junior affronta la pulizia del sottobosco nel suo ranch, una metafora nemmeno troppo velata della sua visione del mondo: tagliare, eliminare, semplificare ciò che è complesso. È un film che si posiziona bene sopra la media dei biopic politici, evitando la retorica celebrativa e l’insulto gratuito. Se cercate un’analisi che non faccia sconti ma che cerchi di capire la psicologia dietro il distintivo presidenziale, questa pellicola offre spunti di riflessione che rimangono impressi ben oltre i titoli di coda.
In definitiva, questo ritratto di Oliver Stone è un viaggio nelle contraddizioni americane, servito con una punta di cinismo e una buona dose di analisi comportamentale. Non è la parola definitiva su quegli anni terribili e affascinanti, ma è un ottimo punto di partenza per chiedersi quanto del destino di milioni di persone dipenda, in fondo, da una cena di famiglia finita male. Un’opera solida, ben interpretata e necessaria per non dimenticare che dietro ogni grande decisione politica c’è sempre, inevitabilmente, un uomo con le sue piccole e grandi miserie.

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