Dimenticate i canoni del cinema indipendente americano più rassicurante. Vincent Gallo debutta dietro la macchina da presa con un’opera che trasuda solitudine e nevrosi, regalandoci una delle storie d’amore più bizzarre e visivamente uniche degli anni Novanta. Tra la neve di Buffalo e i fantasmi di una famiglia disfunzionale, la sfida tra Billy Brown e il mondo intero diventa un viaggio estetico tra pellicola invertibile e malinconia rock.
Buffalo ’66: La geometria del dolore in un paio di stivali rossi
Uscire di prigione e avere come primo, impellente bisogno quello di trovare un bagno. Inizia così, con un’esigenza fisiologica tanto banale quanto umiliante, l’odissea di Billy Brown. Non c’è trionfo, non c’è redenzione eroica; c’è solo il freddo pungente di una Buffalo che sembra rimasta ferita a morte dal leggendario errore di Scott Norwood nel Super Bowl del 1991. Vincent Gallo, che qui si fa carico di ogni aspetto creativo – dalla regia alla sceneggiatura, dal ruolo di protagonista alla composizione della colonna sonora fino alla scelta dei costumi – firma nel 1998 un’opera che è un grido soffocato, un film che non chiede il permesso di esistere, ma si impone con la forza di uno sguardo sgradevole e magnetico al tempo stesso.
La pellicola, della durata di 110 minuti, è un concentrato di estetica lo-fi elevata a linguaggio narrativo d’avanguardia. Billy Brown è un uomo che ha passato cinque anni in cella per un debito di gioco che non era nemmeno suo, e per tutto quel tempo ha alimentato una menzogna colossale con i suoi genitori, convincendoli di lavorare per il governo e di essere felicemente sposato. Una volta libero, il castello di carte rischia di crollare: ha bisogno di una moglie, e la vuole subito. È qui che entra in scena Layla, interpretata da una Christina Ricci che in questo film raggiunge vette di una dolcezza eterea e quasi inspiegabile. Rapita all’uscita di una lezione di danza, Layla non reagisce come una vittima da manuale; al contrario, accetta di interpretare il ruolo della moglie devota, scivolando in una sorta di sindrome di Stoccolma che però somiglia più a una profonda, istintiva comprensione del dolore altrui.
Il lavoro del direttore della fotografia Lance Acord è fondamentale per comprendere l’anima di Buffalo ’66. Girato su pellicola invertibile 35mm (Kodak Ektachrome), il film presenta colori saturi ma granulosi, con neri densi che sembrano divorare i dettagli e una luce che ricorda le vecchie diapositive ritrovate in una scatola da scarpe in soffitta. Questa scelta tecnica non è un semplice vezzo estetico: serve a isolare Billy e Layla dal resto del mondo, chiudendoli in una dimensione temporale sospesa, dove il passato (mostrato attraverso geniali inserti a finestre che appaiono sullo schermo come pensieri improvvisi) è sempre presente e ingombrante. Le inquadrature sono spesso fisse, quasi claustrofobiche, riflettendo l’incapacità del protagonista di muoversi liberamente nello spazio sociale.

Ma è nell’incontro con i genitori di Billy che il film rivela la sua natura più feroce e grottesca. Ben Gazzara e Anjelica Huston offrono due interpretazioni monumentali nella loro mostruosità quotidiana. La Huston è Jan, una madre ossessionata dai Buffalo Bills al punto da non ricordare nemmeno di essere allergica al cioccolato (o che il figlio lo sia), mentre Gazzara è Jimmy, un padre frustrato e silenzioso che esplode in momenti di inquietante istrionismo canoro. In quella casa, l’aria è pesante come piombo; ogni dialogo è un piccolo proiettile sparato verso l’autostima di Billy. Vedere Layla che tenta di difendere il suo “rapitore” in questo teatro dell’assurdo è un’esperienza che oscilla tra il comico e il tragico, rendendo evidente che, in confronto a quella famiglia, la prigione era probabilmente un luogo molto più sano.
Una curiosità che circonda la produzione riguarda il rapporto decisamente turbolento tra Vincent Gallo e Christina Ricci. Gallo, noto per il suo carattere non esattamente accomodante, pare non abbia risparmiato critiche feroci all’attrice durante le riprese, arrivando a commenti pesanti sul suo aspetto fisico. Eppure, sullo schermo, questa tensione sembra essersi trasformata in una chimica straordinaria: Layla osserva Billy con una pazienza infinita, quasi materna, mentre lui la respinge con la violenza di chi ha troppa paura di essere ferito ancora. È un balletto di silenzi e urla, culminante nella celebre scena del bowling dove Layla danza sulle note di “Moonchild” dei King Crimson sotto le luci stroboscopiche, mentre Billy cerca di ritrovare la sua dignità attraverso uno strike.
La sceneggiatura, scritta da Gallo insieme a Shawn Ryan, evita accuratamente ogni cliché del cinema romantico. Billy Brown è un personaggio detestabile: è arrogante, paranoico, violento a parole e disperatamente immaturo. Nonostante questo, lo spettatore finisce per fare il tifo per lui, non perché giustifichi le sue azioni, ma perché Gallo è bravissimo a mostrare la crepa nel muro. Sotto gli stivali rossi e la giacca di pelle troppo stretta, c’è un bambino che non è mai stato abbracciato. Il film è disseminato di piccole perle di umorismo sagace e nerissimo, come quando Billy, nel bel mezzo di un momento di massima tensione, si preoccupa ossessivamente della pulizia dei bagni o della qualità del caffè. È un uomo che cerca di controllare i dettagli perché la sua vita, nel complesso, gli è scivolata via tra le dita.

Oltre a Gazzara e Huston, il cast di contorno vanta nomi pesanti: Mickey Rourke appare in un cameo breve ma incisivo nel ruolo dello scommettitore a cui Billy deve la vita, Rosanna Arquette è la ragazza che Billy ossessiona da lontano e Kevin Corrigan è l’unico, strambo amico del protagonista, Goon. Ognuno di loro contribuisce a creare quell’atmosfera di marginalità tipica della provincia americana meno patinata. Il trucco e le acconciature giocano un ruolo simbolico: Layla, con il suo trucco pesante e l’abito azzurro, sembra una bambola di porcellana caduta in una discarica, un contrasto visivo che accentua la sua purezza interiore rispetto al grigio cemento dei motel e delle tavole calde di Buffalo.
La colonna sonora merita un discorso a parte. Gallo, polistrumentista di talento, mescola brani originali da lui composti a classici del prog rock britannico come i già citati King Crimson e i Yes (“Heart of the Sunrise” accompagna una delle scene più intense del film). La musica non è mai un sottofondo neutro, ma agisce come una voce interiore, ora aggressiva, ora malinconica, che colma i vuoti emotivi dei protagonisti. È un film che si ascolta tanto quanto si guarda, dove il sound design enfatizza ogni rumore meccanico, ogni respiro affannato, rendendo palpabile l’ansia costante del protagonista.
Buffalo ’66 è stato accolto dalla critica dell’epoca come una boccata d’aria fresca, nonostante la sua natura respingente. Molti videro in Gallo un erede della New Hollywood degli anni Settanta, capace di unire il rigore formale di un Antonioni alla rabbia di un Cassavetes. Il pubblico lo ha trasformato negli anni in un vero e proprio cult, rendendo iconici elementi come la cabina per le fototessere o gli stivali rossi. Non è un film facile da amare al primo sguardo, proprio come il suo protagonista, ma possiede una verità umana che molti prodotti più rifiniti non riescono nemmeno a scalfire.
In conclusione, siamo di fronte a un’opera che sfida le convenzioni senza risultare pretenziosa, mantenendo un equilibrio precario tra il dramma esistenziale e la commedia del grottesco. Vincent Gallo ha creato un autoritratto (forse un po’ troppo auto-indulgente, diranno i suoi detrattori) che però riesce a parlare a chiunque si sia sentito, almeno una volta, fuori posto in casa propria. È un film tecnico per come manipola la materia filmica e profondamente emotivo per come mette a nudo la fragilità maschile. Se cercate una storia d’amore lineare, guardate altrove. Se invece volete vedere come due solitudini possano incastrarsi perfettamente tra una pista da bowling e un ciambella al cioccolato, Buffalo è la vostra destinazione. E se alla fine del film sentirete il bisogno impellente di comprare un paio di stivali rossi, non preoccupatevi: è solo l’effetto Vincent Gallo, un regista che ci ricorda che, a volte, per farsi notare dal mondo, bisogna prima rapire qualcuno che abbia voglia di guardarci davvero.

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