Il “triangolo della tristezza” non è una figura geometrica malinconica, ma quel piccolo spazio di pelle situato tra le sopracciglia che i chirurghi estetici e i fotografi di moda tengono costantemente d’occhio. Se è troppo marcato, suggerisce preoccupazione, fatica, vita vissuta; tutte cose che il mercato del lusso non può tollerare. Inizia da qui, da un casting per modelli maschili dove la dignità viene misurata in base alla capacità di passare dal sorriso ebete di un marchio low-cost allo sguardo sprezzante dell’alta moda, l’opera di Ruben Östlund che ha scosso Cannes nel 2022.
Östlund, che qui firma anche la sceneggiatura, si conferma un chirurgo del disagio sociale, un regista capace di vivisezionare le ipocrisie della borghesia europea con la precisione di un entomologo. Dopo aver esplorato la codardia maschile in Forza maggiore e l’astrazione dell’arte contemporanea in The Square, con Triangle of Sadness alza il tiro, puntando il mirino contro l’un per cento della popolazione mondiale, quello che possiede tutto ma non sa fare nulla.
La narrazione si divide in tre atti distinti, un trittico che muta pelle e ritmo man mano che la situazione degenera. Nel primo atto, facciamo la conoscenza di Carl e Yaya, interpretati rispettivamente da Harris Dickinson e dalla compianta Charlbi Dean. Lui è un modello in declino, lei una influencer di successo. La loro relazione è un contratto d’affari, un gioco di specchi dove l’amore è subordinato alla gestione dell’immagine pubblica. La sequenza della cena al ristorante, dove scoppia un litigio furibondo per decidere chi debba pagare il conto, è un saggio di scrittura cinematografica. Dickinson è straordinario nel restituire la frustrazione di un uomo che cerca di sfidare i ruoli di genere prestabiliti, finendo per apparire solo meschino. La cinepresa di Fredrik Wenzel, direttore della fotografia abituale di Östlund, osserva i due con un distacco gelido, quasi clinico, incorniciandoli in ambienti eleganti che sembrano prigioni dorate.
Una curiosità interessante riguarda proprio la preparazione di Harris Dickinson per il ruolo: l’attore ha raccontato di aver passato settimane a studiare il portamento dei modelli e le dinamiche dei casting reali, scoprendo quanto fosse brutale e oggettivante quel mondo, un dettaglio che traspare perfettamente nella scena d’apertura del film, dove i modelli vengono istruiti a “settare” il loro volto a seconda del brand.

Il secondo atto sposta l’azione su uno yacht di lusso, un microcosmo di opulenza dove facciamo la conoscenza di una fauna umana grottesca: russi “re del fertilizzante” che citano Marx, produttori di armi britannici che si definiscono esportatori di democrazia e capitani di vascello marxisti e perennemente ubriachi. Woody Harrelson, nei panni del Capitano Thomas Smith, regala una delle sue interpretazioni più anarchiche e divertenti, trasformando la sua cabina in un bunker di alcol e citazioni politiche. Il dialogo tra lui e il magnate russo Dimitri (Zlatko Burić) durante la tempesta è un duello oratorio esilarante, dove il capitalismo e il comunismo vengono svuotati di senso e ridotti a slogan lanciati tra un bicchiere di whisky e l’altro.
Ma è qui che Östlund decide di rompere il giocattolo. La “cena del capitano” si trasforma in un incubo escatologico. Mentre la nave è scossa da una tempesta furiosa, il lusso viene letteralmente rigurgitato. Gli effetti speciali e il trucco giocano un ruolo fondamentale in questa fase: non c’è nulla di patinato nel modo in cui il regista mette in scena il mal di mare collettivo. È una scelta viscerale che ha diviso la critica: c’è chi vi ha visto una satira grossolana e chi, invece, ha colto la potenza simbolica del caos biologico che livella le classi sociali. La fotografia, che fino a quel momento era stata statica e impeccabile, inizia a inclinarsi, a ondeggiare, costringendo lo spettatore a condividere il senso di nausea dei protagonisti.
Si dice che per girare questa sequenza, la produzione abbia costruito una parte dello yacht su un gigantesco sistema idraulico (gimbal) capace di inclinarsi fino a 20 gradi, rendendo il lavoro degli attori estremamente faticoso ma restituendo un realismo fisico che sarebbe stato impossibile ottenere con la sola computer grafica.

Il terzo atto rappresenta il ribaltamento finale. Dopo un’esplosione che affonda lo yacht (un evento gestito con un’ironia tagliente che non lascia spazio al melodramma), un manipolo di sopravvissuti si ritrova su un’isola deserta. Qui, le gerarchie svaniscono. I soldi di Dimitri o i follower di Yaya non servono a nulla se non sai pescare o accendere un fuoco. E qui emerge il vero cuore del film: Abigail, la addetta alle pulizie dei bagni della nave, interpretata da una monumentale Dolly de Leon. Abigail è l’unica ad avere le competenze pratiche per la sopravvivenza, e in breve tempo si proclama capitano del gruppo, instaurando una nuova forma di tirannia basata sul bisogno primario.
Dolly de Leon è stata la vera rivelazione del film, capace di trasformare un personaggio inizialmente invisibile in una figura di potere ambigua e inquietante. La sua performance solleva domande scomode: il potere corrompe inevitabilmente chiunque lo detenga, a prescindere dalla classe di provenienza? O è solo una naturale redistribuzione della giustizia?
Il film è stato accolto con un entusiasmo quasi unanime a Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro, ma ha generato dibattiti accesi tra il pubblico. Alcuni hanno accusato Östlund di essere troppo didascalico, di usare il martello pneumatico invece del fioretto per colpire i suoi bersagli. Eppure, c’è una raffinatezza sottopelle nel modo in cui il regista evita facili manicheismi. Nessuno è davvero innocente in Triangle of Sadness. I ricchi sono ridicoli, certo, ma anche i poveri, una volta al comando, non esitano a riprodurre gli stessi schemi di sfruttamento.

Dal punto di vista tecnico, il montaggio curato dallo stesso Östlund insieme a Mikel Cee Karlsson è magistrale nel gestire i tempi della commedia nera. Ogni pausa, ogni silenzio imbarazzato è calibrato per massimizzare il disagio. La scenografia di Josefin Åsberg trasforma lo yacht in un personaggio a sé stante, un labirinto di corridoi dorati che diventano trappole mortali durante il naufragio.
Un’altra curiosità che merita di essere menzionata riguarda la sfortunata Charlbi Dean. L’attrice è scomparsa improvvisamente poco prima dell’uscita del film nelle sale, rendendo la sua prova attoriale – fatta di sguardi magnetici e di una vulnerabilità ben celata dietro la maschera della modella – un testamento artistico di grande valore. Il suo rapporto sullo schermo con Dickinson è il perno emotivo di un film che, altrimenti, rischierebbe di essere troppo cerebrale.
Nonostante la durata generosa, il film non soffre di cali di tensione, merito di una scrittura che sa quando spingere sull’acceleratore dell’assurdo e quando fermarsi a osservare le piccole meschinità umane. Östlund non cerca la verosimiglianza assoluta, ma una verità psicologica che faccia male. Il finale, aperto e sospeso, lascia lo spettatore con un senso di inquietudine: la civiltà è davvero solo una sottile vernice che viene via alla prima mareggiata?
Triangle of Sadness non è un film che cerca di compiacere. È un’opera che urla, che sporca e che ride delle sventure di chi si crede invincibile. Non raggiunge forse la perfezione strutturale di altre pietre miliari della satira sociale, ma possiede una forza visiva e una cattiveria intellettuale che lo rendono uno dei titoli più significativi del decennio. È un cinema che non ha paura di essere sgradevole per scuotere le coscienze, o forse, più semplicemente, per ricordarci che sotto i vestiti firmati siamo tutti fatti della stessa, deperibile materia.
In conclusione, Ruben Östlund ha orchestrato una sinfonia del disastro che diverte e disgusta in egual misura. Se la bellezza salverà il mondo, in questo film la bellezza è solo un’altra merce scaduta, abbandonata su una spiaggia in attesa che qualcuno arrivi a pulire i resti della festa. Un’esperienza cinematografica totale, che conferma come il regista svedese sia oggi uno dei pochi capaci di guardare l’umanità dritto negli occhi, senza distogliere lo sguardo nemmeno davanti al peggio.


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