Se cercate rassicurazioni morali o protagonisti senza macchia, avete clamorosamente sbagliato indirizzo. Siete finiti nel vestibolo di una pensione scalcinata, tra lenzuola non proprio immacolate, tosse cronica e desideri inconfessabili. “Ricordi della casa gialla” è il biglietto da visita graffiante di João César Monteiro, un viaggio tragicomico nei bassifondi dell’anima e di una capitale portoghese ben lontana dalle patinate cartoline per turisti. Un’esplorazione cruda, ironica e a tratti lirica della marginalità, dove la povertà e l’abiezione diventano uno sberleffo memorabile a tutte le convenzioni dell’alta borghesia.
L’estetica dello squallore e il coraggio della provocazione
Respirare l’aria di certe pellicole iberiche e lusitane di fine anni Ottanta è un po’ come inalare a pieni polmoni la polvere depositata sui dorsi di una vecchia libreria antiquaria: c’è un inevitabile sentore di chiuso e di muffa, ma c’è anche la promessa elettrizzante di scoprire segreti antichissimi e oscuri. Quando nel 1989 il compianto João César Monteiro decise di piazzare la sua macchina da presa negli anfratti più umidi e meno nobili della sua città, non aveva alcuna intenzione di confezionare un compendio turistico alternativo. Voleva, semmai, sputare in faccia al perbenismo dominante con la sgraziata grazia di un poeta maledetto. E ci è riuscito con una sfacciataggine autoriale che ancora oggi, a decenni di distanza, disorienta e affascina.
Al centro di questo ecosistema in lenta decomposizione troneggia lui stesso, in veste di sceneggiatore, regista e, soprattutto, ingombrante attore protagonista. Con quest’opera, Monteiro dà vita per la prima volta a João de Deus, un alter ego cinematografico destinato a fare la storia del cinema europeo e a riapparire in pellicole successive come un fantasma ricorrente. João è un uomo di mezza età povero in canna, calvo, magrissimo, con i denti guasti e una postura curva; un Nosferatu di periferia che si nutre di voyeurismo, meschinità e misantropia anziché di sangue fresco. Vive in una pensione familiare di infimo ordine – la “casa gialla” che dà il titolo all’opera – gestita con pugno di ferro e moralismo ipocrita dalla severa Dona Marta. Le sue giornate si consumano in una noia esistenziale asfissiante, frammentata solo da piccoli e patetici furtarelli, malattie vere o presunte, e un’attrazione morbosa e fastidiosa per la figlia della proprietaria, la giovane Julieta.
L’interpretazione di Monteiro è uno schiaffo a mano aperta allo spettatore: non cerca mai, nemmeno per un singolo fotogramma, l’empatia o la compassione del pubblico. Si muove con una lentezza calcolata, espone il proprio corpo sgraziato e le proprie manie senza alcun pudore, rendendo l’abiezione un atto quasi politico, una dichiarazione di esistenza. Dopotutto, ci vuole un fegato non indifferente per farsi detestare così bene e con un tale rigore formale.
La geometria dell’ombra: regia e comparto tecnico
Prima di addentrarci nei meandri psichici del signor de Deus, è essenziale mappare le coordinate strutturali dell’opera, per capire cosa la renda un osso così duro e, al contempo, così succulento da masticare per i cinefili.
I punti di forza e le ombre della “Casa Gialla”:
- Pro: Una sceneggiatura affilata come un rasoio, capace di mescolare citazioni letterarie colte e turpiloquio da osteria senza mai suonare posticcia o artefatta.
- Pro: La regia rigorosa, che incornicia il degrado con inquadrature fisse di rara potenza compositiva, rifiutando ogni dinamismo gratuito.
- Pro: L’invenzione di una fisicità attoriale, quella di Monteiro, che occupa lo spazio scenico in modo totalizzante e disturbante.
- Contro: Un ritmo narrativo estremamente compassato, che richiede uno spettatore paziente, lucido e disposto ad assecondare le lunghe derive solitarie e silenziose del protagonista.
- Contro: Una marcata propensione all’ermetismo visivo e simbolico nella seconda parte del film, che rischia di alienare o spazientire chi cerca una trama lineare a tutti i costi.

Tecnicamente, la pellicola si regge su un equilibrio visivo precario ma maledettamente affascinante. La fotografia, affidata alle mani sapienti di José António Loureiro, abbandona le velleità naturalistiche per diventare un elemento narrativo a tutti gli effetti. Dimenticate i cieli tersi e l’azzurro dell’oceano; qui la palette cromatica è dominata dai gialli itterici e malati delle pareti scrostate, dai marroni fango delle strade notturne e dalle infinite sfumature di grigio di un’esistenza priva di qualsiasi prospettiva futura. La luce del sole filtra a stento dalle persiane perennemente accostate della pensione, creando un chiaroscuro claustrofobico che imprigiona i personaggi molto più delle ristrettezze economiche.
Il trucco e gli effetti speciali, in senso hollywoodiano, sono grandi assenti, perché il vero artificio è l’iper-realismo del degrado: le occhiaie sono marcate, il sudore sui colletti è palpabile, la sporcizia degli ambienti sembra aderire direttamente alla retina di chi guarda. È un cinema della privazione materiale, dove le scenografie spoglie e i costumi lisi riflettono in modo speculare la bancarotta morale della nazione.
Il coro dei reietti e le dinamiche sociali
Intorno alla gravità esercitata dal buco nero João de Deus, orbitano figure secondarie che delineano un microcosmo sociale spietato. Manuela de Freitas, nel ruolo di Dona Marta, è un monumento alla rigidità della piccola borghesia portoghese: la sua interpretazione è trattenuta, aspra, perfetta nel restituire l’immagine di una donna che baratta la pietà umana per il decoro di facciata. Sabina Sacchi, che presta il volto alla giovane Julieta, gioca su un registro di ingenuità mista a repulsione, diventando suo malgrado l’inconsapevole oggetto del desiderio deviato del protagonista. E quando la traiettoria narrativa di João lo spingerà fuori dalla pensione, verso l’ospedale e il manicomio, incontriamo figure come Armando, interpretato da un ruvido e dolente Rui Luís, che arricchisce il bestiario di marginalità con pennellate di tragica rassegnazione.

I dialoghi scritti da Monteiro sono un esercizio di equilibrismo linguistico. L’autore passa con disinvoltura da digressioni filosofiche sull’essenza della vita a battute di una volgarità spiazzante, creando uno iato costante tra l’elevatezza del pensiero del protagonista e la bassezza delle sue azioni. João de Deus ruba, mente, molesta, ma lo fa articolando pensieri che sembrano partoriti da un filosofo cinico e stanco.
Ricezione: il trionfo del disgusto e il giudizio dei posteri
La ricezione di questa discesa agli inferi fu, a dir poco, rumorosa. Presentata alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia del 1989, la pellicola sbaragliò le aspettative portandosi a casa un meritatissimo e pesantissimo Leone d’Argento. Questo riconoscimento consacrò definitivamente Monteiro nel panorama autoriale mondiale, ma non placò le polemiche. La critica, come spesso accade di fronte ai provocatori di razza, si spaccò verticalmente. Ci fu chi gridò allo scandalo, accusando il film di compiacimento estetico nella bruttezza e di misoginia per l’amoralità del suo protagonista. Altri, più acutamente, vi lessero una satira feroce contro la repressione sociale e sessuale di un Portogallo che stava ancora cercando di smaltire le tossine psicologiche dei decenni di dittatura salazarista.
Il pubblico reagì con un misto di repulsione e ipnotico fascino. Se dovessimo tradurre il sentimento generale, l’impatto sul pubblico e la persistenza nella memoria collettiva in un valore numerico o in una stella al merito, ci aggireremmo intorno a un solidissimo sette e mezzo su dieci. Un consenso tutt’altro che universale, certo, ma estremamente indicativo dello status di un’opera di culto che divide, fa discutere e si insidia sottopelle. Non tutti amano sentirsi a disagio sulla propria poltrona per due ore, ma chi accetta la sfida intellettuale viene ricompensato con una visione che difficilmente evapora dopo i titoli di coda.

Curiosità tra le pareti scrostate e partiture stonate
Curiosare dietro le quinte di questo set equivale a sfogliare il diario clinico e personale del suo creatore. Non molti sanno, infatti, che la “casa gialla” non è un mero espediente narrativo o un facile simbolo di malattia (come l’ittero che visivamente sembra affliggere la pellicola), ma attinge a piene mani dal vissuto biografico del regista. Negli anni più bui della sua carriera, segnati da gravi difficoltà economiche, Monteiro visse realmente in pensioni di infimo ordine nel centro di Lisbona, assorbendo le dinamiche claustrofobiche e le miserie dei suoi coinquilini per poi trasporle su pellicola.
Un’altra chicca squisitamente tecnica e concettuale riguarda l’uso della colonna sonora. C’è un contrasto voluto, ironico e violentissimo tra la povertà messa in scena e le scelte musicali. Ascoltare le ariose composizioni di Antonio Vivaldi o i lieder di Franz Schubert mentre il protagonista compie atti di una meschinità imbarazzante nel buio della sua stanza, genera uno straniamento comico e malinconico al tempo stesso. È un po’ come servire del caviale beluga all’interno di un posacenere sporco di mozziconi: l’eleganza della musica sottolinea per contrasto la bassezza dell’azione umana, amplificando il sarcasmo dell’intera operazione.
L’evoluzione finale della sceneggiatura prende una piega quasi onirica. L’espulsione di João dalla pensione lo costringe al vagabondaggio, trasformando la sua malattia fisica in un manifesto di rifiuto dell’omologazione. Il protagonista sceglie la follia, il ricovero e l’emarginazione volontaria come unico baluardo di indipendenza contro una società che vorrebbe civilizzarlo a forza. In definitiva, sedersi a guardare questa ruvida fetta di cinema significa accettare un invito a cena da un padrone di casa che, molto probabilmente, vi ignorerà per tutto il tempo, vi insulterà tra una portata e l’altra, e cercherà di fregarvi il portafoglio prima del caffè.
L’assenza totale di abbellimenti estetici, l’uso chirurgico del sonoro – fatto di silenzi opprimenti e rumori molesti, dai colpi di tosse ai passi strascicati – e una recitazione che privilegia la spigolosità, fanno di questo lavoro un monolite scomodo. João César Monteiro non ha voluto compiacere nessuno. Ha preso i propri demoni, la propria magrezza, la propria palese inadeguatezza al mondo e li ha fusi in un’arma di critica spietata e in una dichiarazione d’amore, seppur tossica, verso la sua Lisbona. È un lungometraggio maleducato, viscerale e orgogliosamente ostile, che ribadisce una delle verità più inconfutabili dell’arte visiva: a volte, per riuscire a vedere davvero uno spiraglio di luce, bisogna avere l’ardire di frugare a mani nude nell’immondizia.

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