L’universo dei robot mutaforma ha spesso sofferto di una sorta di gigantismo visivo che, nel corso degli anni, ha finito per soffocare la narrazione sotto tonnellate di metallo contorto e lenti deformanti. Tuttavia, l’approdo di Transformers One nel circuito della distribuzione digitale segna un punto di rottura netto, quasi una ribellione meccanica contro i canoni estetici a cui il cinema d’azione ci aveva abituati nell’ultimo ventennio. Non ci troviamo di fronte all’ennesimo capitolo di una saga stanca, ma a una genesi che sceglie l’animazione non come ripiego, ma come unico linguaggio possibile per restituire dignità a un mito.
Il compito di ridare un’anima a degli ammassi di pixel è stato affidato a Josh Cooley, un regista che ha già dimostrato con Toy Story 4 di saper maneggiare il peso emotivo di oggetti inanimati. Qui, Cooley compie un’operazione complessa: spoglia i Transformers della loro veste puramente bellica per riportarli a una dimensione politica e sociale. La sceneggiatura, firmata da Eric Pearson, Andrew Barrer e Gabriel Ferrari, si allontana dalle polverose strade terrestri per immergersi nelle viscere di Cybertron, un pianeta che non è mai stato così vivido, stratificato e, paradossalmente, umano.
Il cuore pulsante della narrazione risiede nel rapporto tra Orion Pax e D-16, i futuri Optimus Prime e Megatron. È qui che il film gioca le sue carte migliori, trasformando quella che poteva essere una semplice avventura per ragazzi in una tragedia greca di metallo e ingranaggi. Vedere questi due personaggi come semplici operai minerari, privi della capacità di trasformarsi e costretti ai margini di una società castale, aggiunge una profondità che la saga cinematografica precedente non aveva nemmeno osato sfiorare. Il loro legame non è un pretesto, ma il motore immobile dell’intera pellicola: la loro evoluzione, che li porterà da fratelli d’armi a nemici giurati, è gestita con una sensibilità che rende ogni crepa nel loro rapporto quasi dolorosa da osservare.
Sul piano delle interpretazioni vocali (nella versione originale), la scelta di Chris Hemsworth per Orion Pax poteva sembrare una mossa puramente commerciale. Invece, Hemsworth riesce a infondere nel personaggio un’ingenuità e un carisma acerbo che servono perfettamente a differenziarlo dall’iconica e autoritaria voce di Peter Cullen. Accanto a lui, Brian Tyree Henry compie un lavoro straordinario nel dare corpo alla discesa nell’oscurità di D-16. La sua non è una trasformazione repentina nel “cattivo” di turno, ma un lento accumulo di risentimento e tradimenti percepiti che rende la sua futura incarnazione come Megatron quasi inevitabile. Scarlett Johansson, nel ruolo di Elita-1, e Keegan-Michael Key, che presta la voce a un B-127 (Bumblebee) logorroico e brillante, completano un cast che non si limita a “leggere battute”, ma abita i personaggi con un’energia contagiosa.

Dal punto di vista tecnico, il lavoro svolto dalla Industrial Light & Magic (ILM) è semplicemente sbalorditivo. La decisione di optare per uno stile che fonde il fotorealismo delle superfici metalliche con una fluidità quasi pittorica nei movimenti permette a Transformers One di uscire dal caos visivo dei live-action. Le trasformazioni sono leggibili, eleganti, quasi coreografate. La fotografia virtuale gioca con luci neon e ombre profonde nelle miniere di Energon, creando un contrasto netto con la superficie sfolgorante di Iacon, la capitale di Cybertron. Non ci sono trucchi o effetti speciali che servono a coprire mancanze registiche; qui ogni frame è pensato per servire la storia, non per stordire lo spettatore con un montaggio frenetico.
Una curiosità che farà felici i fan di lunga data riguarda proprio il design dei personaggi. I realizzatori hanno studiato meticolosamente le linee dei giocattoli originali degli anni ’80 (la cosiddetta Generation 1), ma le hanno rielaborate attraverso una lente moderna che ne esalta la funzionalità meccanica. È un omaggio che non scade mai nel fan service sterile, ma che serve a radicare il film in un’estetica riconoscibile pur essendo totalmente nuova. Inoltre, il film è stato concepito fin dall’inizio per essere goduto in Transformers One streaming, garantendo una resa cromatica e una definizione che non perdono potenza nemmeno sul piccolo schermo, grazie a una gestione dei contrasti studiata per i moderni pannelli HDR.
Spostando l’analisi sulla parte finale del film, è inevitabile che molti spettatori cerchino una Transformers One spiegazione finale per comprendere appieno le implicazioni del destino di Cybertron. Senza svelare troppo, il climax non è solo uno scontro fisico, ma un duello ideologico. La rottura tra Optimus e Megatron non avviene per un malinteso, ma per una visione inconciliabile della giustizia e della libertà. È una conclusione che lascia l’amaro in bocca proprio perché, per la prima volta, riusciamo a comprendere le ragioni di entrambi. La tragicità del finale risiede nella consapevolezza che la guerra civile che devasterà il pianeta per milioni di anni nasce da un desiderio comune di riscatto, poi corrotto dal potere e dalla vendetta.
Il film non manca di inserire battute sagaci e momenti di leggerezza, affidati soprattutto al personaggio di B-127, che servono a stemperare una tensione narrativa altrimenti molto alta. È una gestione dei tempi comici che ricorda i migliori lavori della Pixar, dove il divertimento non va mai a discapito della posta in gioco emotiva.
In definitiva, questo lavoro rappresenta un caso raro in cui un franchise multimiliardario decide di fermarsi, respirare e tornare alle basi. Non è necessario chiamare in causa i mostri sacri del cinema del passato (eccezion fatta, forse, per l’imprescindibile opera di Orson Welles che rimane l’unico vero termine di paragone per il termine più abusato della critica) per riconoscere che qui c’è stata una volontà artistica genuina. Transformers One è un’opera onesta, tecnicamente eccelsa e dotata di un cuore che batte sotto una spessa corazza di metallo. È la dimostrazione che, quando si hanno a disposizione buoni sceneggiatori e un regista con una visione chiara, anche dei robot giganti possono raccontarci qualcosa di profondo su chi siamo e su quanto sia fragile la linea che divide un eroe da un tiranno.
Sarebbe un errore liquidarlo come un semplice prodotto per l’infanzia; la sua natura ibrida lo rende appetibile sia al collezionista che cerca riferimenti alla mitologia di Primus, sia allo spettatore occasionale che vuole una storia solida. Il cinema d’animazione sta vivendo una nuova età dell’oro e questo capitolo sui Transformers ne è uno dei pilastri più solidi, capace di brillare di luce propria senza dover necessariamente appoggiarsi al fragore dei suoi predecessori in carne e ossa.


Rispondi