Uncharted è un film del 2022 diretto da Ruben Fleischer.

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Il viaggio che ha portato Uncharted dalle console alle sale cinematografiche è stato lungo quasi quanto la ricerca dell’oro di Magellano. Per oltre un decennio, il progetto è rimasto impantanato in quello che a Hollywood chiamano “development hell”, vedendo sfilare una processione di registi che andava da David O. Russell a Seth Gordon, fino a Travis Knight. Alla fine, a spuntarla è stato Ruben Fleischer, un regista che ha dimostrato con Zombieland e Venom di saper maneggiare il ritmo frenetico e l’ironia dissacrante, elementi imprescindibili per tradurre il DNA della Naughty Dog in linguaggio filmico.

L’approccio scelto per questa trasposizione non è stato quello del calco fedele di un capitolo specifico della saga videoludica, bensì una sorta di “anno zero”. Gli sceneggiatori Rafe Judkins, Art Marcum e Matt Holloway hanno confezionato un prequel spirituale che pesca a piene mani dall’immaginario collettivo creato da Neil Druckmann e soci, mescolando situazioni iconiche — come la sequenza dell’aereo cargo ispirata al terzo capitolo — con una narrazione che vuole presentare le origini del legame tra Nathan Drake e Victor “Sully” Sullivan.

La scelta del casting è stata, sin dall’annuncio, il principale terreno di scontro tra la produzione e lo zoccolo duro dei fan. Affidare il ruolo di Nathan Drake a Tom Holland è stata un’operazione di chirurgia commerciale audace. Holland non possiede la fisicità massiccia o l’aria da “canaglia stropicciata” che caratterizza il Nate adulto dei videogiochi; tuttavia, porta sullo schermo una freschezza atletica e una vulnerabilità che funzionano bene in una storia di origini. La sua preparazione fisica è stata maniacale, eppure c’è una curiosità che rivela molto del suo impegno: per calarsi nei panni del barman acrobatico che vediamo nelle prime scene, Holland ha lavorato davvero per diversi turni in un lussuoso bar di Londra, imparando i trucchi del mestiere (e probabilmente servendo drink a ignari clienti che non lo avevano riconosciuto sotto la mascherina).

Accanto a lui, Mark Wahlberg interpreta un Sully privo dei suoi iconici baffi per gran parte della pellicola, una scelta che ha fatto storcere il naso a molti, ma che risponde alla logica di un personaggio ancora in divenire. Wahlberg gioca la carta del mentore cinico e ambiguo, la cui unica vera bussola è il profitto. Il rapporto tra i due non è l’amicizia paterna che conosciamo, ma una danza di diffidenza e reciproco opportunismo che costituisce il cuore emotivo del film. La chimica tra i due attori è palpabile, nutrita da scambi di battute veloci che alleggeriscono la tensione anche quando i proiettili iniziano a fischiare. Sarebbe stato facile scivolare nella parodia, ma Fleischer riesce a mantenere l’equilibrio, evitando che l’ironia smorzi eccessivamente il senso del pericolo.

Dal punto di vista tecnico, il film beneficia della fotografia di Chung-hoon Chung, storico collaboratore di Park Chan-wook. Chung infonde alle scene d’azione una chiarezza visiva non banale, evitando l’effetto “caos digitale” che spesso affligge i cinecomic moderni. La palette cromatica è calda, satura, quasi a voler richiamare le atmosfere esotiche e polverose dei classici del genere avventuroso. Il montaggio segue questo dinamismo, esplodendo in una delle sequenze più spettacolari degli ultimi anni: il recupero dei galeoni spagnoli tramite elicotteri. Qui, il film abbandona ogni pretesa di realismo per abbracciare la pura meraviglia visiva. Vedere due navi del XVI secolo solcare i cieli sopra il mare delle Filippine è un’immagine che trasuda quel senso di avventura “larger than life” che il cinema di genere sembrava aver smarrito.

Non si può parlare di Uncharted senza menzionare l’antagonista. Antonio Banderas veste i panni di Santiago Moncada con un’eleganza aristocratica e una crudeltà trattenuta, rappresentando l’ultimo rampollo di una dinastia convinta che il mondo intero appartenga loro per diritto di sangue. Tuttavia, è la Braddock di Tati Gabrielle a rubare spesso la scena sul piano dell’azione pura. Il suo personaggio è una forza della natura, fredda e letale, che funge da perfetto contrappunto fisico all’inesperienza di Nate. Anche Sophia Ali, nel ruolo di Chloe Frazer, riesce a dare spessore a un personaggio che vive costantemente sul filo del tradimento, rispettando l’essenza della sua controparte digitale: una donna che ha imparato a non fidarsi di nessuno per sopravvivere.

Il comparto sonoro, affidato a Ramin Djawadi, compie un lavoro di fino. Pur non abusando del tema originale composto da Greg Edmonson per i giochi, Djawadi lo inserisce nei momenti chiave, facendolo emergere proprio quando Nathan compie quel passo decisivo verso l’eroe che è destinato a diventare. È un uso intelligente della nostalgia, che non sovrasta la narrazione ma la sostiene.

La critica si è divisa di fronte a quest’opera. Da una parte, c’è chi ha lamentato una certa eccessiva semplicità della trama, che segue i binari classici dell’heist movie mescolato alla caccia al tesoro. Dall’altra, il pubblico ha risposto con un entusiasmo notevole, premiando il film al botteghino. Il motivo di questo successo risiede probabilmente nella sua onestà: Uncharted non finge di essere un trattato di archeologia né cerca di decostruire il mito dell’eroe. È una macchina da intrattenimento oliata con cura, che accetta l’eredità di Indiana Jones ma la rilegge con il ritmo degli anni ’20 del Duemila.

Una curiosità che farà sorridere gli appassionati è il cameo di Nolan North, l’attore che ha prestato voce e movimenti a Nathan Drake nei videogiochi. In una scena sulla spiaggia, dopo un rovinoso sbarco da un aereo, North accoglie Holland con una battuta che è un vero e proprio passaggio di testimone, un riconoscimento ufficiale da parte del “vero” Drake al suo giovane successore. È un momento metacinematografico breve ma denso di significato per chi è cresciuto con il controller in mano.

Tuttavia, il film non è esente da zone d’ombra. La sceneggiatura, a tratti, si affida a coincidenze un po’ troppo marcate per far progredire l’azione e alcuni enigmi sembrano risolversi con una velocità che toglie parte del fascino del mistero. Ma è il prezzo da pagare per mantenere un ritmo che non permette allo spettatore di annoiarsi. Il lavoro sugli effetti speciali, curato da diverse case di produzione tra cui la DNEG, è di alto livello, specialmente nella gestione dell’acqua e della luce nelle grotte sotterranee di Barcellona, dove la fisicità degli attori si fonde con scenografie digitali imponenti.

Sotto il profilo emotivo, il film gioca molto sul tema dell’assenza e dell’abbandono. Il rapporto tra Nathan e il fratello scomparso, Sam, è il motore che spinge il protagonista a uscire dalla sua comfort zone. Non è solo l’oro a muovere Nate, ma il desiderio di ritrovare l’unico legame familiare che gli è rimasto. Questa sfumatura conferisce al personaggio una motivazione più profonda della semplice avidità, rendendolo umano e accessibile. Tom Holland eccelle nel mostrare questo lato vulnerabile, alternando momenti di estrema agilità a espressioni di smarrimento che ricordano al pubblico che, nonostante le acrobazie, Nate resta un ragazzo che sta imparando a stare al mondo.

In conclusione, Ruben Fleischer ha firmato un’opera che riesce nel difficile compito di soddisfare i fan senza alienare il grande pubblico generalista. Uncharted è un film vibrante, che si sporca le mani con la polvere della storia e si tuffa nell’azione con una gioia quasi fanciullesca. Non cerca di riscrivere le regole del cinema, ma abita lo spazio dell’intrattenimento puro con una dignità e una perizia tecnica invidiabili. È una pellicola che vive di luce propria, capace di trasformare un’icona dei pixel in un eroe di celluloide pronto a lanciarsi in nuove, improbabili avventure.

La sensazione finale è quella di aver assistito a un prologo che promette molto per il futuro. Se questo è stato solo l’inizio della collaborazione tra Holland e Wahlberg, le basi per una saga cinematografica duratura sono state gettate con solidità. Resta da vedere se i prossimi capitoli sapranno alzare l’asticella del mistero, magari osando un po’ di più sulla complessità degli enigmi, ma per ora il tesoro è stato trovato e la missione può dirsi ampiamente compiuta.

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