“The Rise of the Red Hot Chili Peppers” del 2026, diretto da Ben Feldman

Fuori di Streaming

Condividi l'articolo

La Los Angeles dei primi anni Ottanta era un calderone ribollente dove il sudore dei club punk sotterranei, dominati dall’eco anarchica di band come i Black Flag, si mescolava in modo imprevedibile con il groove teatrale e spaziale del funk in stile Parliament. In questo ecosistema urbano turbolento, lontano anni luce dalle luci accecanti del successo globale che sarebbe arrivato solo nel decennio successivo, muoveva i primi passi una formazione destinata a stravolgere le regole della musica contemporanea. Invece di concentrarsi sui dischi di platino, sui tour mondiali e sugli stadi gremiti, The Rise of the Red Hot Chili Peppers: Our Brother, Hillel (2026) sceglie di riavvolgere il nastro fino alle origini più ruvide, amatoriali e autentiche. La macchina da presa si allontana intenzionalmente dal frastuono della celebrità per focalizzarsi su un legame di sangue non biologico, ma forgiato tra i banchi di scuola della Fairfax High School e le cantine umide: l’amicizia carnale tra quattro ragazzi e, soprattutto, l’eredità di Hillel Slovak, il chitarrista fondatore la cui vita è stata tragicamente stroncata da un’overdose di eroina nel 1988.

Diretto da Ben Feldman, alla sua prima vera incursione nel lungometraggio dopo un passato legato a docuserie di inchiesta, il film evita magistralmente le trappole dell’agiografia musicale a cui l’industria ci ha abituati. Feldman, supportato dal montaggio ritmico e chirurgico di John Tarquinio, orchestra un flusso visivo e narrativo che si muove in costante equilibrio tra il furore tecnico delle performance giovanili e la delicatezza emotiva del ricordo. Non ci troviamo di fronte alla solita, stancante sfilata di teste parlanti che snocciolano date e record di vendite per pura autocelebrazione. Al contrario, i volti solcati dal tempo di Anthony Kiedis e Michael “Flea” Balzary — qui nelle vesti non solo di semplici intervistati, ma di veri e propri coprotagonisti emotivi dell’opera — bucano letteralmente lo schermo.

La loro presenza scenica, spogliata per l’occasione dall’aura irraggiungibile delle icone rock, restituisce l’immagine di due sopravvissuti che fanno ancora i conti, giorno dopo giorno, con il fantasma di un fratello perduto. Flea, in particolare, si mette a nudo con una vulnerabilità disarmante; durante le interviste emerge un turbamento palpabile e si mormora che si sia presentato sul set a bordo della sua rombante motocicletta, ammettendo senza filtri di non aver chiuso occhio tutta la notte per l’ansia di dover riaprire quelle vecchie ferite giovanili. La sua emotività trabocca dall’inquadratura: manca solo che tiri fuori un estemporaneo giro di basso in slap per cercare di calmare i nervi, ma il suo respiro rotto dalla commozione è già di per sé una linea ritmica che regge l’ossatura dell’intero documentario.

Una delle sfide più imponenti in un’opera di natura biografica incentrata su un talento scomparso troppo presto è quella di dare una voce al convitato di pietra senza sfociare in un macabro voyeurismo. Feldman e il produttore Marc D’Agostino risolvono questo enigma con un espediente tecnico e narrativo di rara potenza visiva e concettuale: i diari privati di Slovak, concessi con enorme generosità dal fratello James, prendono vita non solo attraverso la narrazione lineare, ma grazie a una meticolosa e impressionante ricostruzione digitale della voce del compianto chitarrista. A questo audace lavoro di “trucco ed effetti speciali” sul suono, si aggiunge un comparto grafico sorprendente che tramuta gli schizzi a matita lasciati da Hillel in animazioni evocative. Queste si innestano organicamente sulle riprese d’archivio, creando ponti visivi tra passato e interiorità.

La fotografia recuperata dai meandri degli anni Ottanta, con la sua inconfondibile grana da pellicola 16mm e i pixel impazziti delle prime videocassette amatoriali, restituisce un’immagine sporca, grezza, che sa di fumo, di birra sgasata e di sale prove insonorizzate alla bell’e meglio con i cartoni delle uova. E, come vera e propria esca per i feticisti del materiale inedito, il progetto si avvale di alcune rarissime riprese del tour europeo del 1988. Questa preziosa documentazione visiva, scovata quasi per un miracolo del destino negli uffici di un filmmaker olandese quando ormai tutti la credevano inghiottita dall’oblio e distrutta, aggiunge un tassello fondamentale al climax del film senza mai scivolare nell’eccesso sensazionalistico.

Dal punto di vista sonoro, la colonna sonora curata da Zach Djanikian compie un lavoro impeccabile. Invece di adagiarsi sulle scorciatoie dei singoli più celebri e ruffiani che tutti conosciamo a memoria, la partitura scava in profondità nel primissimo repertorio dei What Is This? (la band seminale in cui militarono Slovak e il formidabile batterista Jack Irons) e nei vagiti discografici più caotici e sperimentali dei Chili Peppers. È un approccio tecnico e storiografico che permette allo spettatore di comprendere fattualmente, strumenti alla mano, come lo stile angolare, frenetico e inconfondibile di Hillel abbia plasmato fisicamente l’identità del gruppo, influenzando a cascata anche il lavoro del suo brillante e osannato successore, John Frusciante.

Il percorso di quest’opera, distribuita globalmente in streaming nei primi mesi del 2026, non è stato affatto privo di scossoni mediatici, portando alla luce il complesso e talvolta spinoso rapporto tra il giudizio della critica e le reazioni a caldo dei diretti interessati. Se da un lato la stampa specializzata e il nutrito pubblico dei festival internazionali (il film ha debuttato al prestigioso SXSW tra applausi a scena aperta) hanno elogiato l’intimità straziante del racconto, definendolo un’esplorazione cruda e onesta dell’amicizia maschile, dall’altro la stessa band ha recentemente deciso di prendere le distanze dall’operazione in via ufficiale. Il motivo? Una banale questione di posizionamento commerciale. Kiedis e soci hanno chiarito di essersi prestati alle lunghissime sedute di intervista spinti esclusivamente dall’amore per l’amico scomparso, ma hanno storto il naso di fronte a una promozione che tendeva a presentare il documentario come la “vera storia dei Red Hot Chili Peppers”. Un cortocircuito che fa inevitabilmente sorridere: dopo decenni passati a combattere contro il sistema, la più anarchica e sfrontata band californiana si ritrova ancora oggi a dover litigare con i reparti marketing. Una polemica che, paradossalmente, non scalfisce minimamente l’impatto emotivo del film, ma ne sottolinea semmai l’autenticità viscerale, totalmente slegata da rigide direttive corporative.

In un panorama audiovisivo in cui i documentari musicali tendono sempre più a somigliare a patinati e rassicuranti spot promozionali supervisionati e ripuliti dagli uffici stampa, il lavoro di Feldman si distingue per la sua ostinata e necessaria autonomia. Questa totale assenza di filtri permette al regista di addentrarsi in tematiche pesanti con un rigore che sfiora il cinema d’autore. Il dramma della dipendenza non viene mai trattato con il pietismo asfissiante tipico della televisione del dolore, né tantomeno romanticizzato come un tragico, inevitabile cliché del manuale del perfetto rocker maledetto. Viene piuttosto dissezionato senza sconti, mostrato come un parassita silente che si insinua letalmente nelle crepe della pressione psicologica e dell’irrequietezza di una gioventù bruciata troppo in fretta. Anthony Kiedis affronta l’argomento della propria passata lotta contro l’eroina con una lucidità verbale che rasenta la spietatezza, ammettendo di fronte alla telecamera le proprie mancanze giovanili e il devastante senso di colpa per essere miracolosamente sopravvissuto a un compagno di avventure che, al contrario, nascondeva i propri tormenti dietro una rassicurante e ingannevole stabilità esteriore.

Questa netta dicotomia tra la natura estroversa, bulimica e perennemente caotica del frontman e quella decisamente più introspettiva, silenziosa e intimamente geniale di Slovak rappresenta il vero, pulsante motore emotivo della sceneggiatura invisibile che regge l’impalcatura della pellicola. È estremamente affascinante notare come la narrazione non si preoccupi mai di spiegare in modo pedante e didascalico le fredde dinamiche contrattuali con la EMI dell’epoca; evita saggiamente la tentazione di trasformare il girato in una sterile pagina enciclopedica letta ad alta voce. Piuttosto, utilizza abilmente tutti gli strumenti propri del cinema: primi piani talmente stretti da farsi asfissianti, stacchi di montaggio sincopati che danzano in levare sui colpi di cassa e sulle rullate forsennate di Jack Irons, e un uso sapiente del mixaggio del suono, capace di farsi prima travolgente e subito dopo carico di silenzi eloquenti. Tutto concorre a trascinare di peso lo spettatore all’interno della psiche frammentata di un gruppo di post-adolescenti lanciati a folle velocità su un’autostrada senza guardrail.

Eppure, nonostante la pesante ombra di una tragedia imminente aleggi inesorabile fin dai primi minuti di proiezione, l’intero documentario brulica di una vitalità elettrica e ostinata. C’è spazio abbondante per le risate sguaiate, per i ricordi goliardici e sfrontati dei corridoi scolastici, per la meraviglia ingenua e incontaminata di chi scopre quasi per caso di avere tra le mani una sinergia musicale impossibile da replicare a tavolino. La messa in scena visiva, unita agli sforzi del restauro, cattura l’essenza purissima di una rivoluzione culturale nascente, cristallizzando l’attimo esatto in cui l’unica cosa che contava al mondo era suonare sudati marci, un attimo prima che i manager e le tournée internazionali stravolgessero irreversibilmente l’orizzonte.

Alla fine della visione, si ha la nitida consapevolezza di essersi trovati di fronte a un’opera che riesce a scavalcare con agilità i recinti del genere puramente musicale per assurgere a racconto crudo ed empatico sull’elaborazione lenta del lutto, sul peso specifico del ricordo e sulla dirompente forza curativa della creatività. Ben Feldman ha il merito enorme di aver saputo isolare l’essenza di una fenice immortalata un attimo prima di rinascere, sputando fuoco, dalle proprie ceneri, fissando per sempre su pellicola il momento esatto in cui quell’ispirazione ha rischiato di consumare ogni cosa. Un tassello fondamentale, viscerale e a tratti fisicamente doloroso da guardare, raccomandato non soltanto per chi ha consumato fino all’ultimo nastro magnetico i dischi storici del gruppo californiano, ma per chiunque desideri comprendere la fragilità del legame tra anime affini, tenute assieme da un sogno forse troppo grande e rumoroso per non lasciare dietro di sé un’eredità intrisa di malinconia.

How useful was this post?

Click on a star to rate it!

Average rating 0 / 5. Vote count: 0

No votes so far! Be the first to rate this post.

Caricamento ultime recensioni in corso…


Commenti

Rispondi

Scopri di più da Fuori di Streaming

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere