Gancio corto per smartphone Un’eclissi in bianco e nero che cattura l’anima fragile di Ian Curtis, trasformando il mito dei Joy Division in un racconto umano di bellezza e dolore.
Gancio lungo per smartphone Cosa succede quando la voce di una generazione non riesce a sopportare il peso del proprio silenzio interiore? Anton Corbijn esordisce al cinema portando la sua estetica fotografica dentro la vita di Ian Curtis, in un viaggio granuloso tra le strade di Manchester dove la musica post-punk diventa l’unica via di fuga da una realtà che stringe troppo forte.
Il battito del cuore fermo: l’estetica del dolore in Control
Le sagome che si stagliano contro il grigio industriale di Macclesfield non sono semplici ombre, ma frammenti di un’adolescenza che ha deciso di bruciare con una fretta spaventosa. Quando nel 2007 il celebre fotografo e regista di videoclip Anton Corbijn decise di debuttare nel lungometraggio con Control, non stava solo cercando di documentare l’ascesa e la caduta dei Joy Division. Stava, in realtà, tornando alle origini del proprio sguardo. Corbijn è stato l’uomo che, con i suoi scatti, ha contribuito a creare l’iconografia della band di Manchester; vederlo passare dalla staticità della pellicola fotografica al movimento del cinema è stato come assistere a una fotografia che finalmente decide di respirare, seppur con il fiato corto di chi soffre d’asma o di crisi epilettiche.
Il film evita con cura la trappola della celebrazione postuma e agiografica. Non c’è spazio per la glorificazione del “poeta maledetto” inteso come cliché romantico. Al contrario, la sceneggiatura di Matt Greenhalgh, basata sul libro di memorie Touching from a Distance scritto dalla vedova Deborah Curtis, ci restituisce un Ian Curtis (interpretato da un miracoloso Sam Riley) profondamente umano, diviso tra l’ambizione artistica e l’incapacità cronica di gestire le conseguenze dei propri desideri. È un racconto di spazi stretti: le stanze piccole delle case popolari, i club angusti dove il sudore si mescola alla nebbia di sigaretta, e le fessure della mente di un ragazzo di vent’anni che si ritrova padre, marito e icona prima ancora di aver capito chi è.
La scelta del bianco e nero: oltre la nostalgia
Una delle decisioni tecniche più incisive di Corbijn è stata l’uso di un bianco e nero ad alto contrasto, curato dal direttore della fotografia Martin Ruhe. Non è una scelta puramente stilistica o un vezzo per apparire “artistici”. Il colore avrebbe mentito; avrebbe dato una vitalità a Manchester che, negli anni ’70, semplicemente non esisteva. Quel bianco e nero granuloso serve a uniformare il passato al presente della nostra memoria collettiva sui Joy Division. Rende tutto più nitido e, paradossalmente, più freddo. La fotografia di Ruhe riesce a rendere il metallo delle fabbriche e il cemento delle strade parte integrante della psicologia dei personaggi. È una scelta che riflette il rigore estetico della band stessa, quel minimalismo brutale che ha ridefinito il suono di un’epoca.
Una curiosità tecnica degna di nota: per mantenere un’autenticità visiva estrema, molte scene sono state girate nei luoghi reali frequentati da Curtis. La produzione è riuscita persino a filmare nella vera via dove si trovava la casa di Ian a Macclesfield. Questo senso di aderenza alla realtà ha aiutato il cast a spogliarsi della patina da “biopic hollywoodiano” per abbracciare una recitazione più cruda e viscerale.

Sam Riley e l’arte di diventare altro
Trovare l’interprete per Ian Curtis era una sfida che avrebbe potuto far naufragare il progetto. Sam Riley, all’epoca un attore quasi sconosciuto che lavorava in un magazzino di abbigliamento, non si limita a imitare Curtis; lo abita. La sua trasformazione fisica è impressionante, specialmente nel ricreare quella che veniva chiamata la “danza epilettica” di Ian sul palco: un movimento convulso, ipnotico e tragico, che nel film viene mostrato non come una performance studiata, ma come una liberazione fisica dal dolore interiore. Riley riesce a trasmettere quella strana miscela di arroganza giovanile e vulnerabilità estrema, rendendo perfettamente l’idea di un uomo che sta perdendo il “controllo” (da qui il titolo) sulla propria vita privata mentre acquisisce una potenza espressiva devastante sul pubblico.
Accanto a lui, Samantha Morton offre una prova di straordinaria compostezza nel ruolo di Deborah Curtis. La sua interpretazione è il baricentro emotivo della pellicola. Se Ian è l’elettricità che scuote il film, Deborah è il silenzio assordante di chi resta a guardare mentre tutto si sgretola. Il film non fa sconti a Ian: lo mostra nelle sue infedeltà, nella sua confusione sentimentale con la giornalista belga Annik Honoré (interpretata da Alexandra Maria Lara), e nella sua incapacità di comunicare se non attraverso i testi delle sue canzoni.
L’ironia nel dramma: i comprimari
Nonostante l’atmosfera cupa, Control non dimentica che i Joy Division erano, in fin dei conti, un gruppo di ragazzi del nord dell’Inghilterra. Qui interviene l’ironia sagace che punteggia la narrazione, affidata soprattutto alla figura di Rob Gretton, il manager della band, interpretato da un brillante Toby Kebbell. Le sue battute e il suo approccio pragmatico, quasi rozzo, servono a smorzare la tensione e a ricordarci che, dietro la musica che avrebbe influenzato i decenni a venire, c’erano furgoni scassati, contratti firmati col sangue (letteralmente, in una celebre scena con Tony Wilson) e la noia della provincia. Anche i membri della band – Joe Anderson nel ruolo di Peter Hook, James Anthony Pearson come Bernard Sumner e Harry Treadaway come Stephen Morris – riescono a trasmettere quell’energia grezza di chi sta inventando qualcosa di nuovo senza sapere bene cosa sia.

Curiosità dal set: a differenza di molti film musicali dove gli attori si limitano a muovere le dita sugli strumenti mentre scorre la traccia originale, Corbijn ha insistito affinché Riley e gli altri imparassero davvero a suonare le canzoni dei Joy Division. Quello che sentiamo durante le scene dei concerti sono gli attori che suonano dal vivo. Questo conferisce al film una carica di verità sonora che sarebbe stata impossibile da ottenere con il semplice playback. Sentire la voce di Riley che si approssima al baritono di Curtis, con tutte le imperfezioni del live, è un’esperienza che colpisce allo stomaco.
La gestione del tempo e della malattia
Il montaggio di Andrew Hulme lavora per accumulo di tensione. Il ritmo non è quello frenetico di un videoclip, ma una lenta marcia verso l’inevitabile. Il modo in cui viene trattata l’epilessia di Ian è tecnicamente impeccabile: non c’è voyeurismo nel mostrare le crisi, ma un senso di profonda frustrazione medica e psicologica. Le luci stroboscopiche, che dovrebbero essere parte dello spettacolo, diventano il nemico giurato del protagonista, creando un cortocircuito tragico tra l’arte che lo rende vivo e la condizione fisica che lo sta uccidendo.
La critica internazionale e il pubblico hanno accolto il film con un calore raro per un’opera prima, lodando soprattutto la capacità di Corbijn di non cadere nel melodramma facile. Al Festival di Cannes, la pellicola ha fatto man bassa di premi tecnici e menzioni speciali, confermando che la visione del fotografo olandese era riuscita a tradurre il suono dei Joy Division in un linguaggio cinematografico universale.
Un’eredità senza tempo
Control si chiude con una dignità quasi sacrale. Evita di mostrarci i dettagli più crudi della fine, preferendo concentrarsi sul fumo di una ciminiera che sale verso il cielo grigio di Manchester, un’immagine che chiude il cerchio di una vita vissuta in un eterno inverno dell’anima. Non è necessario usare aggettivi iperbolici per descrivere questo film; la sua forza sta nella sottrazione, nella capacità di farci sentire la mancanza di qualcuno che, forse, non ha mai voluto essere trovato davvero.
Il lavoro sui costumi e sulle scenografie merita una menzione a parte: ogni cappotto, ogni sigaretta, ogni carta da parati trasuda quella metà degli anni ’70 che stava per trasformarsi nel post-punk. È un film che si può quasi “sentire” sulla pelle, come la pioggia sottile di Manchester che non ti bagna subito, ma ti entra dentro fino alle ossa. Corbijn ha creato un’opera che rimane impressa nella retina non per lo sfarzo, ma per la sua onestà brutale. È la storia di un uomo che ha cercato di dare un nome al proprio vuoto, finendo per dare una voce a quello di milioni di altre persone.


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